FINANZA/ 1. Pelanda: ecco perché l’Italia è ancora in pericolo

- Carlo Pelanda

Il vertice Ue di settimana scorsa apre le porte a una nuova Europa dove il deficit di bilancio non sarà più ammesso. CARLO PELANDA ci spiega perché questo non basta ancora a salvare l’Italia

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Mario Monti (Foto Imagoeconomica)

Nell’eurosummit della scorsa settimana le nazioni dell’Ue, con l’eccezione del Regno Unito, hanno accettato di approvare entro breve (marzo) l’obbligo al pareggio di bilancio, con vincolo costituzionale o equivalente, e la sorveglianza esterna europea affinché sia rispettato. Sarà un vantaggio economico per l’Italia?

Tale scelta non è una novità, ma un perfezionamento restrittivo del modello europeo già esistente basato sulla disciplina di bilancio di ogni singola nazione per evitare la necessità di una Confederazione europea e il rischio che i soldi di uno Stato virtuoso siano utilizzati per finanziare uno che lo sia di meno, requisito da sempre imposto dalla Germania. E dalla Francia per il motivo opposto, cioè per non farsi limitare la sovranità di bilancio e così poter ricorrere al deficit senza punizioni contando sul suo ruolo privilegiato di co-leader europeo.

Ma Parigi ora sta perdendo credibilità sui mercati – con una tendenza simile o perfino peggiore di Roma – a causa dei suoi deficit e debito elevati e ha ceduto di più al criterio tedesco per farsi proteggere da questo. Vietare, anzi limitare entro lo 0,5% del Pil, il deficit annuo mette un freno alla crescita del debito. L’idea è che se gli eurodebiti, pur enormi e ai limiti della sostenibilità, compreso quello tedesco, non aumenteranno, allora il mercato dovrà riconoscere loro una maggiore affidabilità.

Nella situazione di emergenza attuale, in effetti, tale idea è un pezzo della soluzione. Ed è di massimo vantaggio contingente per l’Italia, che senza vincolo costituzionale al pareggio e senza una manovra che lo renda credibile il prima possibile (2013) sarebbe condannata certamente all’insolvenza per l’impossibilità di sostenere il premio di rischio richiesto dai compratori di titoli di debito nelle aste di rifinanziamento (per 290 miliardi nel 2012, oltre 300 nel 2013). Ma, detto questo, il mercato non si accontenterà certo del pareggio per ridare fiducia all’euro e all’Italia. Il rigore senza crescita, infatti, annulla il primo e riapre il rischio di insolvenza prospettica.

Per inciso, questo è il motivo per cui le agenzie di rating stanno valutando il declassamento di tutte le euronazioni e delle loro banche, aggravato dal fatto che in un 2012 recessivo si applichi una stretta pro-ciclica che ridurrà ancor di più la crescita. Per lo stesso motivo, il rischio Italia rimane elevato e quello della Francia cresce.

Infatti, il cedimento di Parigi e Roma al criterio tedesco è stato deciso per avere in cambio da Berlino la disponibilità a mobilitare più liquidità a difesa dei titoli di debito in via di deprezzamento. Merkel non ha concesso apertamente quanto richiesto da Roma e Parigi, per non essere rovesciata dagli elettori tedeschi, ma lo ha fatto di nascosto. La Bce, a cui è vietato per statuto comprare direttamente titoli di debito degli Stati membri, ha avuto il permesso di prestare 200 miliardi (in realtà moltiplicabili via formule finanziarie) al Fondo monetario (Fmi) che potrà farlo in vece sua.

In teoria, il mercato dovrebbe accorgersi che sta entrando in campo una grande potenza di fuoco a difesa dell’eurodebito. Ma, in pratica, un po’ l’incompletezza dell’architettura europea che resta tale e un po’ l’opacità macchinosa della difesa potrebbero indurlo a persistere nella fuga dall’euro e/o nella speculazione contro. Non lo sapremo per parecchi mesi e ciò rende più difficile accettare i sacrifici del rigore in cambio di una eurotutela ancora non ben definita. Ma l’Italia non ha alternative e i sacrifici vanno fatti comunque prima di vedere il premio.

 

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