IL CASO/ Così Monti riapre la guerra degli “esperti”

- Giuseppe Pennisi

La manovra di Monti interviene anche sul numero di componenti del Cnel, già interessato dalla finanziaria di agosto di Tremonti. Il commento di GIUSEPPE PENNISI

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Foto Imagoeconomica

Auguriamoci che oggi nella sala del Parlamentino di Villa Lubin (sede del Cnel) l’aria non si debba tagliare a fette come il 29 novembre, quando durante la riunione dell’assemblea alcuni “Consiglieri” vennero alle mani e utilizzarono un lessico poco appropriato a un organo di rilevanza costituzionale. Allora, a fronte di una riduzione del numero dei Consiglieri e di un riproporzionamento a favore di coloro che rappresentano le agenzie di promozione sociale (previsto nella manovra di Ferragosto, valutato positivamente dal Consiglio di Stato e decretato dal Presidente della Repubblica il 15 novembre), era stata sollevata una vera e propria sommossa, con la richiesta che il Cnel in quanto tale facesse ricorso alla Corte Costituzionale (costo previsto: 40.000 euro) contro la legge di conversione del decreto legge di Ferragosto e del decreto del Presidente della Repubblica. Nella concitazione sono corse anche parole poco riguardose nei confronti del Capo dello Stato.

Il nuovo Governo ha ripreso le disposizioni del precedente esecutivo, le ha rese più stringenti e ha accorciato i tempi per una trasformazione urgente, anche perché ci sono in capo al Cnel obblighi importanti nel “semestre europeo”. La polemica è stata accesa dalla legittimità o meno della rappresentanza in seno al Cnel delle associazioni e agenzie di promozione sociale, ma riguarda in effetti le finalità dell’organo. L’articolo 99 della Costituzione non include le associazioni e agenzie di promozione sociale tra i soggetti rappresentati al Cnel; in effetti, nel 1948 tali associazioni e agenzie non esistevano.

Ho più volte scritto che la via maestra sarebbe una legge costituzionale, non una leggina di una diecina di anni fa. Si tratta, però, di un nodo solo apparente, come ha sottolineato un costituzionalista della finezza di Andrea Manzella. Il problema è se il Cnel debba essere una mini-Camera delle Corporazioni o un organo di effettivo supporto a Governo e Parlamento con analisi che riflettano la provenienza di differenti culture (imprese, lavoratori, liberi professionisti, volontariato, mondo accademico); analisi che siano di alta qualità e basate su metodi quantitativi di ricerca sociale. Spetta soprattutto alle parti sociali (la cui rappresentanza continuerà, anche dopo i “tagli”, a essere maggiore di quella dei 70 organi analoghi nel resto del mondo) di selezionare loro rappresentanti con tali caratteristiche.

Ciò è tanto più necessario in quanto mentre in passato studi, ricerche e analisi venivano commissionati a consulenti, adesso sono i “Consiglieri” a dover fare il lavoro. Non solo dalle presenze a riunioni, ma dalla consistenza degli elaborati è chiaro che su 120 componenti il lavoro analitico è stato fatto, dall’inizio di questa Consiliatura , da una ventina di persone. A mio avviso, l’Italia non ha bisogno né di una nuova Camera delle Corporazioni, né di un pensionato per il mondo fordista-taylorista ormai a riposo, ma di un organo che possa aiutare le politiche legislative con analisi quantitative puntuali che riflettano il mondo dell’economia e del lavoro.

Il Cnel, alla fine, prenderà la strada giusta perché chi difende l’esistente, e chi vuole tornare al passato, perde sempre.

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