MANOVRA/ 1. Sapelli: siamo in uno Stato di polizia fiscale. Grazie a Monti

- int. Giulio Sapelli

La manovra si prepara ad affrontare il voto parlamentare dopo le ultime modifiche apportate con gli emendamenti. Il commento di GIULIO SAPELLI sui provvedimenti

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Foto: Imagoeconomica

Giulio Sapelli, rara specie di economista umanista, con un spirito critico che lo distingue sempre nella nebbia cloroformizzata dei media italiani, dice quello che pensa sulla manovra del Governo Monti in piena libertà e indipendenza di giudizio, sicuro di rischiare l’impopolarità, ma con tutta probabilità onorando la tranquillità della sua coscienza.

Professor Sapelli, ci sono stati correttivi alla manovra. Si può cambiare giudizio su quello che diversi economisti ritengono un intervento recessivo?

Non mi sembra proprio che cambi la sostanza. Questo correttivi confermano solo uno stato di grave malessere. Non c’è stata alcuna alzata di ingegno. Non c’è stata alcuna idea innovativa. Il nipote di Raffaele Mattioli, cioè il professor Mario Monti, (chissà per quale ragione nessun giornale lo scrive), con questa manovra e con questi correttivi dimostra solo di guidare un governo di tecnici senza arte né parte. Per esempio, il continuare a parlare degli “scudati” sta diventando irritante. Ma insomma, una volta deciso un intervento su di loro, si possono scoprire o non si possono scoprire? Tutto il resto, in un impianto recessivo, sembra una sorta di accanimento terapeutico attraverso una pressione fiscale intollerabile.

Ormai la cosiddetta tracciabilità raggiunge livelli che erano ritenuti impensabili?

Mi chiedo a che cosa servirà, se non a dare altre bastonate a chi già è tassato e tartassato. È una tracciabilità che ha aspetti primitivi. Un’iniziativa che di certo non impensierirà quelli che, magari da Lugano, si fanno gestire patrimoni alle Bahamas o alle Isole Cayman. E intanto, inutile girarci intorno, si sta instaurando una “stato di eccezione fiscale” e anche uno Stato di polizia fiscale. Senza dimenticare il cambiamento traumatico del sistema pensionistico. Tutto sulla pelle di persone – compreso il conto corrente obbligatorio (ma dove sta scritta una cosa del genere?) – che arrivate a 64/65 anni si trovano di colpo a cambiare il loro modo di vivere. Anche in Australia hanno innalzato l’età pensionabile, ma ci impiegheranno dieci anni per realizzare completamente la riforma. Visto questo mutamento rapido, era molto meglio lo “scalone” che aveva definito Roberto Maroni.

Che aspetti culturali e sociali vede in tutto questa vicenda?

Il fatto più preoccupante che è l’ormai conclamata separazione tra intellettuali e popolo, se questi signori si possono definire degli intellettuali. Nessuno di questi sa più, non conosce più e pare quasi disinteressarsi di come vive il popolo, di come vivono le persone in carne e ossa. Qui non c’è bisogno di mettersi a piangere per spiegare alcuni interventi traumatici, occorre solo non farli. Anzi, è meglio evitare di piangere e soprattutto di fare piangere altri.

 

C’è un altro fatto da considerare. Non parliamo di crescita in un momento come questo, per carità di patria. Ma tutte le liberalizzazioni, le grandi dismissioni del patrimonio immobiliare dello Stato sembrano rinviate o svanite. E le poche liberalizzazioni hanno pure provocato la rivolta di farmacisti e tassisti.

 

Su quest’ultimo punto c’è probabilmente il pensiero popolare, che di solito è molto più sottile di quanto si pensi, basato sul fatto che questo governo non ha alcuna legittimità o peso reale. Liberalizzazioni e dismissioni sono state dimenticate o rinviate, mentre erano necessarie, fondamentali. Non ci voleva molto a costituire un’istituzione, un veicolo per valorizzare e poi mettere in vendita un patrimonio statale enorme. Spero che ci arriveranno. Mi domando solo: quando?

 

Intanto, mentre in Italia si discuteva di correttivi alla manovra, sui mercati si è vissuta un’altra giornata cupa. A cosa è servito allora l’ultimo summit europeo?

 

Ho visto un vertice europeo che mi pare dannoso se non catastrofico. Innanzitutto, per la rottura della Gran Bretagna, l’unica che può riequilibrare la Germania in Europa. La Francia da sola, infatti, non è in grado di farlo. Poi c’è la perdita di tempo: si rinegozierà a marzo. E quanto a perdita di tempo – basta pensare al “caso greco” – gli europei sembrano i campioni del mondo. In più, la situazione complessiva, con la mancanza di liquidità delle banche, il blocco del cosiddetto interbancario che a sua volta rende problematico il credito. Poi la signora Angela Merkel che cerca di salvare le sue banche stracolme di titoli tossici. Infine, questo meccanismo di “triangolazioni”, per cui la Bce prende soldi dagli Stati, poi li da al Fondo monetario internazionale, che a sua volta lì dà agli Stati, con complicazioni evidenti. Qui non ci si rende conto di una cosa.

 

Quale?

 

Ormai si è in recessione e non pare che ci si renda conto che si può andare in depressione. Se questa situazione si avvita ancora un po’, si può toccare una recessione peggiore di quella successiva al 1929 e che può coinvolgere tutto il mondo. Anche la Cina si sta fermando, la bolla immobiliare cinese sta scoppiando, il prezzo delle case sta scendendo. Poi ci sono i problemi della disoccupazione: il 43% del 7% della disoccupazione in Germania è strutturale, così come il 56% del 9% della disoccupazione in Brasile. Io mi domando se qualcuno se ne rende conto.

 

Persino l’oligopolio finanziario mondiale sta preoccupandosi, a quanto sembra.

Questo oligopolio non è interessato tanto allo stock del debito pubblico. Si interessa soprattutto della crescita e della tenuta politica.

 

Ma in un simile quadro, professor Sapelli, esistono preoccupazioni di ordine sociale?

 

Inevitabilmente. Guardo all’Italia e penso a quello che scriveva Antonio Gramsci sul “sovversivismo delle classi dirigenti imprenditoriali” e sul “ribellismo delle classi popolari”. Per anni, in questa Italia del Dopoguerra, questo sovversivismo e questo ribellismo sono stati limitati, contenuti, limati dalla capacità dei partiti di interpretare politicamente risentimenti e malessere sociali. Ora i partiti non esistono più. Come si può escludere, in un simile panorama, un rischio terroristico?

 

(Gianluigi Da Rold)

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