FINANZA/ 1. Le banche zombie tornano a minacciare l’Europa

La Bce ha cercato di mettere in campo misure per aiutare le banche dell’Eurozona, che, come ci spiega MAURO BOTTARELLI, vivono più di una difficoltà

20.12.2011 - Mauro Bottarelli
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Foto Imagoeconomica

Il mondo è decisamente ingiusto, anche all’interno di quel recinto dorato che è Goldman Sachs. Jon Corzine, ex alto dirigente della banca d’affari ed ex numero uno del broker fallito Mf Global, si trova da giorni sul banco degli imputati del Financial Services Oversight and Investigations Subcommittee del Congresso Usa con l’accusa, tra l’altro, di spergiuro. Mario Draghi, ex capo della sede londinese di Goldman Sachs e ora governatore della Bce, invece gode di enorme considerazione e rispetto, venendo da più parti dipinto come l’unico possibile salvatore dell’eurozona. Eppure hanno fatto la stessa identica cosa! Cosa ha deciso, infatti, la Bce due settimane fa? Molte cose, ma sostanzialmente ha concesso una linea di credito agevolata e illimitata della durata di 36 mesi (la cosiddetta Long Term Refinancing Operation, Ltro) alle banche dell’eurozona, abbassando la qualità del collaterale accettato a garanzia a livello quasi “junk”.

Il tutto, all’1% di interesse, nuovo tasso di riferimento deciso dall’Eurotower. Così facendo, la speranza è che le banche – in pieno e rinnovato delirio da azzardo morale – tornino a comprare titoli di debito Piigs. Un gioco delle tre carte, in base al quale la Bce smette formalmente la pratica poco ortodossa di comprare titoli di Stato a rischio (e si sa quanto contino le forme per i tedeschi), fornendo però alle banche liquidità illimitata e a costo zero per farlo al posto suo. Insomma, la fine del back-door funding: ora lo si fa alla luce del sole! È nato l’outing finanziario! Peccato che il
banchiere di turno, magari comprerà sì titoli di debito ma solo a breve termine, al massimo a 3 anni, cioè entro l’arco temporale di quei 36 mesi garantiti dai finanziamenti della Bce. E, infatti, questo è stato il trend della scorsa settimana, rendimenti di biennali e triennali in calo e banche molto attive nell’acquisto (tanto, di fatto, paga la Bce prestando soldi all’1% per comprare titoli con uno yield magari del 6%, garantendo alla banca un profitto da carry trade gratuito del 5%). Insomma, bei guadagni per le banche, debiti sovrani che trovano finanziamento e rendimenti in ribasso: il paradiso, la formula magica!

Peccato che con questo stesso giochino, basato su repo e re-hypothecation, Mf Global sia andata letteralmente a zampe all’aria, volatilizzando qualche miliardo degli investitori. Capito, amici miei, la ricetta che ha affondato il broker Usa, dovrebbe salvare l’eurozona! Il problema, poi, non risiede solo nell’azzardo insito in questa operazione e nel limitato ambito di intervento temporale sulla curva, ma anche nel fatto che, da un lato la liquidità può fare molto ma non se il problema è di solvibilità e dall’altro che le banche, attraverso le operazione repo, potevano già comprare debito ma non lo facevano. E chi ci dice che ora lo vogliano, vista il credito interbancario completamente congelato, la difficoltà a finanziarsi in dollari e le richieste di patrimonializzazione avanzate dall’Eba e da mettere in pratica entro giugno? O, meglio, per quanto avranno voglia di ammassare posizioni di debito a rischio nei loro bilanci, contemporaneamente espellendo dal mercato gli investitori privati che non beneficiano delle linee di credito della Bce?

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Inoltre, al netto di questa dipendenza totale dall’Eurotower e dal sempre maggiore carico di debito, chi presterà soldi alle banche un domani sul libero mercato? Chi comprerà le azioni di quegli istituti, sapendo a quale azzardo stanno dando vita e quanta carta straccia stanno acquistando? Non è un caso che Goldman Sachs, la scorsa settimana, abbia promosso a “buy” tutti i titoli bancari che ha in portafoglio: per disfarsene vendendoli a qualche allocco! Al netto della rete della Bce, stiamo ricalcando perfettamente le gesta di Mf Global! Anche nel suo epilogo, purtroppo. Ma se da un lato alcuni grandi soggetti finanziari come Morgan Stanley emettono report urgenti invitando i clienti ad acquistare debito italiano e spagnolo, visto l’aiutino della Bce rispetto alle necessità di finanziamento nel 2012 (casualmente Morgan Stanley lancia questa offerta da “venghino, signore venghino” subito prima della chiusura del suo anno fiscale e non subito dopo la comunicazione della Bce, insomma vuole vendere un po’ di carta in fretta), la gran parte degli istituti ha già snobbato le pressioni politiche affinché utilizzino i soldi a costo zero della Bce per comprare bonds sovrani. Con i governi dell’eurozona che solo a gennaio dovranno vendere quasi 80 miliardi di nuovo debito e con il rischio rendimento sempre in agguato (vedi l’andamento dello spread Btp-Bund di ieri), le banche – scottate dal caso greco e pressate dagli azionisti – faranno ben altro: tagli agli assets, deleveraging e cassa.

D’altronde, dal loro punto di vista è anche accettabile: quando hai gli investitori che ti massacrano ogni giorno per sapere cosa hai nei bilanci (meno pressante appare l’Eba sul livello 3, in compenso) e i dirigenti premono per ridurre le esposizioni, nessuno si sta troppo a concentrare sull’economicità delle scelte, ma certamente non va ad ammassare nuova carta a quella che già intasa i libri. Non lo dice il sottoscritto, lo ha detto limpido come un cielo sempre blu (il mio omaggio ai quarant’anni di “Arancia meccanica”) l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, secondo cui utilizzare i soldi della Bce per comprare debito governativo “non sarebbe logico”. E detto dal numero uno della banca leader tra i compratori di debito italiano, almeno 50 i miliardi di titoli nei bilanci, dà la misura di quanto stia accadendo e della scommessa ormai persa da Mario Draghi. Però il programma Ltro è in funzione, quindi a cosa servirà, oltre che a metterci definitivamente su un binario in stile Mf Global? Ma a coprire le necessità di rifinanziamento delle stesse banche per il 2012, semplice! Alla faccia di Sarkozy e della sua previsione-minaccia: «Ogni Stato potrà rivolgersi alle proprie banche, le quali avranno liquidità a loro disposizione». Sì, a loro. Non a tua, caro Sarko, per fargli comprare Oat decennali.

Lo ha confermato ieri un suo connazionale, il governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, secondo il quale «la Bce intende intervenire per favorire la liquidità bancaria e la stabilità dei prezzi, ma gli acquisti di bond governativi restano molto al di sotto delle necessità». La sola Italia dovrà vendere circa 50 miliardi di nuovo debito nel primo trimestre del 2012, la Spagna 21: solo che Madrid non ha scadenze di riscatto come quelle che toccheranno al Tesoro, visto che il 1 febbraio andranno a maturazione 16 miliardi di euro di debito italiano e il 1 marzo altri 16. E attenzione, certe scelte e certi errori si pagano. Ne sa qualcosa il Belgio, a cui Moody’s ha tagliato il rating sul debito di 2 notches per il salvataggio di Dexia con soldi pubblici presi a prestito, dopo che Dexia aveva preso soldi a sua volta dalla Bce per comprare bonds belgi.

La Francia è la prossima della lista, questa settimana o a inizio gennaio, lo conferma la guerra senza precedenti tra Parigi e Londra, con il governatore della Banca centrale, Christian Noyer, che avverte irritualmente mercati e agenzie di rating che se qualcuno deve perdere la tripla A questa è la Gran Bretagna. Una cosa è certa, le banche britanniche hanno tagliato di 19 miliardi di sterline l’esposizione alla Francia nel terzo trimestre, arrivando a 178 miliardi mentre le detenzioni di debito italiano e spagnolo sono scese rispettivamente di 8 e 5 miliardi. Lo ha confermato giovedì scorso la Bank of England. E dove investono quei soldi? In assets del nord Europa e Usa. L’esposizione alla Germania è cresciuta di 26 miliardi, all’Olanda di 13,6 miliardi mentre quella agli Usa di 6,2 miliardi.

Insomma, i Piigs dovranno presto trovare posto per una F nel loro sgradevole acronimo. Questo a dimostrazione che la scelta della Bce non ha affatto sparato il proverbiale colpo di bazooka sul mercato del finanziamento, le cui condizioni nell’eurozona continuano a deteriorare. Questo nonostante l’Eurotower accetti ormai come collaterale anche la carta da parati e i biglietti del tram usati: non a caso, gli analisti hanno già ribattezzato questa condizioni di dipendenza delle banche dall’Eurotower, “zombieville”, la città delle “zombie banks”. Le quali, d’altronde, sono passate da una dipendenza all’altra, come un drogato che smette di farsi ma si trasforma in alcolizzato.

Prima, infatti, era lo “shadow banking system” di cui abbiamo parlato la scorsa settimana a fornire liquidità sintetica alle banche, peccato che il deterioramento delle condizioni finanziarie nell’eurozona abbia fatto grippare questo volano del denaro facile, costringendo lo scorso 30 novembre le principali banche centrali a intervenire per fornire liquidità in dollari alle banche e mettere in sicurezza la bomba senza spoletta del sistema ombra e della corsa al collaterale che non c’è più. Detto fatto, le banche europee hanno subito preso in prestito 50 miliardi di dollari a costo zero dalla Fed, innescando una corsa al biglietto verde e creando le condizioni per qualcosa di più: ovvero, un salvataggio di una o più banche da parte della Federal Reserve. O, forse, è già successo: nelle sale trading, infatti, non si esclude che una o più banche dell’eurozona siano già state salvate, esattamente martedì scorso, il 13 dicembre. Due gli indizi su cui si basa questa vulgata.

Primo, nella settimana terminata il 13 dicembre una o più banche, certamente europee, hanno preso in prestito 2,5 miliardi di dollari dalla Primary Credit Discount Window della Fed, ovvero lo strumento di finanziamento a breve termine destinato alle istituzioni finanziarie più sicure (lo so, veniva da ridere anche a me mentre lo scrivevo). Secondo, nella settimana terminata il 14 dicembre, sempre la Fed ha dato vita a un settlement di metà mese da 31 miliardi di dollari attraverso l’acquisto di Mbc, ovvero mortgage-backed-securities (vedi glossario), una transazione che permette a un Primary Dealer di arrivare alla fonte della cosiddetta liquidità critica, basata su un’autorizzazione di buyback da 30 miliardi di dollari garantita per il periodo che comincia il 13 dicembre. Non si sa se questa operazione sia stata compiuta martedì o mercoledì e se questa possa essere stata una transazione ritardata per acquisti precedenti, ma sappiamo che il 13 dicembre appare la data probabile del primo salvataggio diretto da parte della Fed, visto che era il primo giorno in cui era permesso un acquisto di mortgage-backed-securities e l’ultimo in cui è stato possibile un grosso prestito attraverso la Discount Window.

Guardate l’andamento dei mercati tra il 13 e il 14 dicembre scorsi, soprattutto il crollo occorso martedì scorso attorno alle 14 ora di New York e qualche dubbio potrebbe cogliere anche voi… Ieri, per la prima volta, Mario Draghi ha rotto un tabù e parlato dei costi potenziali derivanti da un eventuale collasso dell’eurozona: fino a dieci giorni fa, l’ipotesi veniva sdegnatamente posta fuori da ogni possibile agenda di lavoro. Forse ha capito anche lui che la sua brillante intuizione, il suo bazooka, si è già trasformato in petardo.

 

P.S. Et voilà: CRISI: SPAGNA; BOOM DOMANDA TITOLI IN ASTA E CROLLO TASSI (ANSA) – ROMA, 20 DIC – Boom di domanda e rendimenti in netto calo nell’asta di titoli spagnoli in programma oggi. Madrid ha collocato 5,64 miliardi di bond a tre e a sei mesi contro un target di 4,5 miliardi. Il rendimento medio sui titoli a tre mesi è crollato all’1,735% dal 5,110% dell’asta di novembre e la domanda è stata pari a 2,86 volte l’importo offerto rispetto a 2,85.  Il tasso dei bond a sei mesi è sceso al 2,435% dal 5,227%, mentre la domanda è stata pari a 4,06 volte l’offerta, in questo caso in calo da 4,92 dell’ultima asta. (ANSA).



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