CLASSIFICA MONDIALE PIL/ L’esperto: vi spiego il “miracolo” del Brasile e i limiti del Pil

- int. Emilio Colombo

EMILIO COLOMBO sottolinea come il Pil, di per sé, non sia un indicatore sufficientemente in grado di determinare l’effettiva ricchezza dei singoli cittadini di uno Stato

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Rio de Janeiro, foto Infophoto

Il Brasile, nella classifica del Pil mondiale è in forte rimonta. Tanto che, secondo il Centre for Economics and Business Research (Cebr), istituto inglese indipendente, ha sorpassato il Regno Unito, piazzandosi così al sesto posto mondiale dietro Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania e Francia. Per quanto l’Italia, siamo ottavi, davanti a Russia e India. Ciò non significa, ovviamente, che in Brasile si viva meglio che da noi. «Salire nella classifica non è contestuale a un miglioramento delle condizioni di vita. Non si tratta, infatti, del Pil procapite, ma di quello relativo al Paese nel suo complesso», spiega, raggiunto da IlSussidiario.net Emilio Colombo, professore di Economia internazionale presso la Biccocca di Milano. Di fatto, quindi, il ranking «non fa altro che rilevare l’incrementata capacità di produzione industriale e la dimensione economica in relazione a tale capacità». Per stabilire il benessere dei cittadini, quindi, il Pil andrebbe, anzitutto, suddiviso per il loro numero. «I paesi grandi tendono naturalmente a essere economicamente più forti. Ma la ricchezza individuale dei brasiliani è sicuramente più bassa di quella degli italiani o degli inglesi». Detto questo, in ogni caso, il Pil di per sé non è un indicatore sufficiente per stabilire il grado di benessere di una popolazione.

«Occorre, anzitutto, capire come è distribuito il reddito; e avere a disposizione altre indicazioni (sulle quali è in atto un forte dibattito), come il tasso di istruzione o l’aspettativa di vita». Altri paesi, infatti, pur risultando ai vertici della classifica, come la Cina, o poco dopo di noi, come la Russia, non garantiscono, per i propri cittadini, condizioni di vita accettabili. Sta di fatto che, pur non essendo il Pil un indicatore esaustivo, sembra che il Brasile sia indirizzato sulla strada giusta. «Beneficia – continua Colombo – di una serie di iniziative poste in essere da una decina di anni; è stato, anzitutto, in grado di dotarsi, a livello governativo, di istituzioni credibili ed efficienti che hanno iniziato a funzionare sin da subito. La Banca del Brasile, inoltre, si è mostrata efficace nella gestione della politica monetaria, il che  ha provocato un afflusso di capitali. Infine, offre, prevalentemente commodities fortemente domandate dal mercato».

A nessuno, tuttavia, sfugge l’esistenza di scandali come le favelas. «Le diseguaglianze molto elevate, per quanto persistano, con la crescita si sono potute ridurre». Quali sono, quindi, le condizioni affinché all’aumento del Pil sia contestuale quello del benessere? «Qui, entrano in gioco le scelte collettive dei cittadini, le richieste che questi rivolgono alla politica, la sua capacità di rispondere e le conseguenze che ne derivano». In pratica, dipende tutto dal modello che si intende applicare: «Tradurre l’incremento del Pil in miglioramento del benessere dei cittadini, è relativo alla capacità dello stato di disegnare le politiche più adeguate». 

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