FINANZA/ Quelle guerre made in Usa che alimentano la crisi

JAMES CHARLES LIVERMORE prosegue la sua rassegna sugli eventi che hanno portato alla crisi finanziaria che ancora fa sentire le sue conseguenze, parlandoci della Federal Reserve

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Ben Bernanke (Foto Ansa)

Il 21 novembre 2002 Ben Bernanke, il neo nominato membro nel consiglio della Federal Reserve, è chiamato a tenere un discorso sui pericoli di un’eventuale crisi. All’epoca la Fed, sotto la guida di Greenspan, controlla con rigore i rischi di inflazione, ma chiude un occhio sulla bolla speculativa che sta gonfiando all’inverosimile i prezzi dell’immobiliare. Il valore delle case, dopotutto, contribuisce alla ricchezza del Paese e mai come in quel momento gli Stati Uniti hanno bisogno di un boom economico: la crescita del Pil rende il debito più sostenibile.

Nel suo discorso, Bernanke parla dei rischi di un crollo nei prezzi, di stagnazione economica e delle manovre di contrasto che la Fed potrebbe eventualmente attuare. Tra queste ultime, Bernanke annovera interventi diretti nell’economia americana, siano essi per garantire liquidità o per salvare i colossi che reggono il sistema economico del Paese. A molti queste parole suonano blasfeme: nell’imperante ideologia liberista nessuna banca centrale può permettersi di interferire nelle scelte del dio mercato. Per altri, l’analisi di Bernanke è l’epitaffio del turbo capitalismo a cui la presidenza Clinton aveva lasciato briglia sciolta. Soprattutto, per la prima volta appare chiaro che esiste un’alternativa al vicolo cieco che gli Stati Uniti hanno infilato. E un uomo disponibile ad assumersi la responsabilità del cambio di rotta.

Per gli Usa il 2002 è anche segnato da scelte critiche in materia di politica estera. In risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre, gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan a fine 2001 e proseguono le operazioni militari attaccando l’Iraq a inizio 2003. Le manovre hanno l’obiettivo dichiarato di rovesciare i regimi “canaglia” e quello meno dichiarato di ristabilire un ordine nella regione sotto l’egida della bandiera a stelle e strisce. Le manovre agitano le acque e le terre del Golfo, specialmente in quei paesi che devono districarsi tra estremismo islamico e cooperazione di lungo corso con gli Stati Uniti.

Gli impatti di breve periodo non tardano ad arrivare: con l’invasione dell’Iraq il prezzo del petrolio raddoppia, passando da 20 a quasi 40 dollari al barile per le forti pressioni – e timori di scarsità – sul lato della domanda. Oltre al costo in termini di vite umane, la sola guerra in Iraq pesa sulle finanze pubbliche americane per almeno mille miliardi di dollari. Nel 2002 il debito pubblico statunitense sfonda quota sei mila miliardi e cresce di almeno 500 miliardi di dollari all’anno fino al 2005. Nello stesso periodo il Pil americano cresce in media del 5,5% annuo e la tanto temuta inflazione comincia a fare capolino. 

A gettare benzina sul fuoco – è il caso di dirlo – ci pensa l’uragano Katrina: ad agosto 2005 in cinque giorni di tempesta venti piattaforme petrolifere e dieci raffinerie ubicate nel Golfo del Messico cessano completamente la produzione, portando il prezzo della benzina a picchi di quasi 6 dollari al gallone (contro una media di 2,50). I rischi di un aumento dei prezzi sono sempre più concreti. La Fed risponde con una stretta monetaria che porta il costo del denaro dall’1,5% dell’agosto 2004 al 4,5% del gennaio 2006, ultima scelta di politica monetaria targata Greenspan.

A torto o ragione, questa impennata sarà l’elemento scatenante della crisi che imperverserà a partire del 2007. Ma per comprendere la portata di queste decisioni è necessario procedere con ordine. A dicembre 2005 la bilancia cinese dei pagamenti sfonda quota +100 miliardi di dollari e il flusso di esportazioni sembra ormai inarrestabile: nel 2008 il saldo sfiorerà i 300 miliardi di dollari. A giugno 2005 George W. Bush nomina Bernanke consigliere economico della Casa Bianca. A molti l’incarico appare come una prova generale per la designazione del prossimo presidente della Fed. Meno di un anno dopo, l’1 febbraio 2006, Bernanke è il quattordicesimo presidente della Federal Reserve.

Non che Alan Greenspan, classe 1926, abbia intenzione di ritirarsi ai giardinetti: all’indomani della sua partenza, l’economista con la passione per il clarinetto fonda la società di consulenza Greenspan Associates. Nel maggio del 2007, Greenspan è nominato consulente di Pimco, il gestore di fondi più grande al mondo. Il suo ruolo prevede un’assistenza diretta sugli investimenti correlati alle scelte della Fed. Con un capitale gestito di circa mille miliardi di dollari, Pimco ha in linea teorica una potenza di fuoco sufficiente per interferire sulle decisioni della banca centrale americana.

Che Greenspan e il suo successore abbiano visioni macroeconomiche agli antipodi non è un mistero e i rischi di una guerra tra i due grandi economisti sono alti. Dalle parti di Washington nessuno salta di gioia e non si ride neppure a Berlino: dal 2000 Pimco è parte integrante del gruppo assicurativo Allianz SE.

A spegnere sul nascere i venti di guerra ci pensano le prime avvisaglie di una crisi destinata a cambiare la vita di tutti noi. E questa è materia per la prossima puntata.

 

(2 – continua)

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