REFERENDUM/ C’è una guerra tra pubblico e privato che “inquina” l’acqua

L’annunciato referendum sull’acqua sembra contrapporre pubblico e privato. PAOLO NARDI ci spiega come questa sia però una questione poco cruciale

14.02.2011 - Paolo Nardi
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Foto Ansa

Salvo lo scioglimento anticipato della Camere, nei prossimi mesi si svolgerà il tanto controverso referendum abrogativo di parte della riforma sui servizi pubblici locali (Spl) voluta dal Governo. La riforma e i suoi decreti attuativi ammettono la gara come strumento ordinario di assegnazione del servizio idrico o della quota minoritaria nella società partecipata che lo gestisce; la gestione in house resta una categoria residuale ed eccezionale.

Sebbene non vi siano vincoli sulla natura proprietaria della società che parteciperà alla gara e nonostante le diverse eccezioni alla gara consentite nel regolamento attuativo, si può dire che il coinvolgimento di capitali privati è certamente incentivato. E su questo i promotori del referendum hanno puntato il dito, giocando di sponda su una certa parzialità di informazione. D’altra parte, va sicuramente riconosciuto loro l’aver richiamato il valore pubblico non solo della risorsa idrica, ma anche delle infrastrutture, la cui costruzione risale spesso al coinvolgimento operativo ed economico della comunità locale nel corso di decenni.

Ma è proprio vero che basta un assetto istituzionale, pubblico o privato (o misto) che sia, per garantire l’economicità e la tutela degli interessi della comunità locale? La risposta è no. E ci sono due metodi per verificarlo.

In primo luogo, un’analisi della realtà italiana. Nel panorama delle utilities idriche italiane, la proprietà pubblica o mista a maggioranza pubblica caratterizza ben oltre la metà degli attuali soggetti affidatari, soprattutto nelle grandi città, eppure l’Italia registra un gap infrastrutturale enorme. La Commissione di vigilanza sulle risorse idriche (Conviri) nel 2010 ha quantificato in più di 45 miliardi di euro il fabbisogno di investimenti nel Paese, pari a 35,80 €/abitante/anno.

Anche il Bluebook 2010 presenta una stima molto alta, oltre 64 miliardi di euro, per un totale di circa 37,32 €/abitante/anno. Un possibile obiettivo di questi investimenti, per esemplificare, potrebbe essere quello di ridurre l’alto tasso di perdite registrate: in media il 37%, con punte che superano il 60% dell’acqua immessa.

A oggi, la differenza registrata tra gli investimenti già pianificati e quelli effettivamente realizzati (relativamente a un campione di 54 Ambiti territoriali ottimali – Ato) è sostanziale: lo scostamento è pari al 45% di opere non realizzate, prevalentemente a causa di ritardi di costruzione (70%) e maggiormente concentrati negli investimenti che vedono coinvolti gli Enti locali.

Emergono pertanto problemi di natura finanziaria, ma anche politica. La capacità di spesa degli enti pubblici si è drasticamente ridotta, nè la crisi attuale può far sperare in meglio nel prossimo futuro. Paradossalmente questo può spingere gli Enti locali a trattenere e non reinvestire i dividendi delle proprie utilities. D’altra parte, un aumento delle tariffe viene concepito come politicamente sconveniente, sebbene le tariffe italiane siano tra le più basse in Europa.

 

Il conflitto di interessi che così si genera negli Enti locali in qualità di amministratori pubblici, proprietari della utility e membri delle ex-Autorità d’ambito (Aato) è un rischio per troppo tempo trascurato.

 

Se l’analisi della situazione italiana ha mostrato una serie di criticità forti, in modo particolare nei confronti dell’attuale proprietà pubblica, ma senza che ne emerga una preferenza per il privato, da una rassegna dei principali studi internazionali sull’efficienza e la qualità delle utilities idriche pubbliche, private e miste, non sembra possibile rilevare una convenienza netta di alcuno di questi modelli. La tabella 1 sintetizza per ciascun Paese studiato i principali risultati.

 

 

Tabella 1 – Dati aggregati nazionali sulle analisi di benchmarking nel settore idrico tra utilities pubbliche e private su efficienza e qualità.

 

I numerosi studi su Usa e Regno Unito (Inghilterra e Galles), perchè qui le politiche di privatizzazione sono state implementate prima e più profondamente, non hanno portato alcuna risposta univoca. Per di più, è proprio in questi due mercati che si è assistito al fenomeno della non profit utility che ha ottenuto risultati molto positivi sia nell’esperienza delle “Authorities municipali” americane, sia nel caso della Glas Cymru responsabile del servizio idrico in Galles.

 

Gli altri casi di studio visti nel loro insieme confermano la mancanza di una significativa prevalenza di un unico modello proprietario. La proprietà privata sembra garantire una maggiore efficienza produttiva del fattore lavoro, ma si tratta di risultati sporadici. Interessante il dato francese, dove si segnala l’aumento della qualità nei gestori privati, ma anche un prezzo più alto e un maggior guadagno della proprietà. Anche in Italia studi recenti hanno confermato la non rilevanza statistica della forma proprietaria ai fini dell’efficienza e qualità del servizio.

Quali implicazioni emergono da questa analisi? In primo luogo le posizioni in favore del pubblico e del privato sono determinate più da ragioni ideologiche che non effettive. Il caso più studiato, quello di Inghilterra e Galles, con un forte regolatore e una buona varietà di modelli aziendali, incluso il modello non profit, suggerisce piuttosto la convenienza di non vincolare il settore a un modello unico.

 

Su questo l’Italia è doppiamente indietro: attualmente non esiste un regolatore nazionale efficace, mentre quelli locali, le Aato, per ora operano solo in regime di proroga, ma sono destinate alla soppressione. In secondo luogo, la recente riforma punta sulla gara e sul coinvolgimento del privato come soluzione; chi si oppone invoca il pubblico: ma perchè non immaginare invece una pluralità di modelli, pur all’interno di un quadro normativo di riferimento unico, posti annualmente al vaglio della valutazione di un regolatore?

 

Una visione più sussidiaria nelle politiche sui Spl: ecco cosa serve. Occorre superare le contrapposizioni ideologiche e, piuttosto, promuovere una vera libertà di modelli, permettendo anche la sperimentazione di forme alternative quali la non profit utility.

 

Come emerso in una ricerca promossa dalla Fondazione per la Sussidiarietà (che verrà presentata il 18 febbraio al Politecnico di Milano), questo modello, negli esempi internazionali emersi, può essere una riuscita sintesi tra l’efficienza privata e la propensione al benessere della comunità locale che deve contraddistinguere la gestione di un servizio di pubblica utilità.

 

Allo stesso tempo la visione sussidiaria riguarda anche le pratiche gestionale di una utility: concepire la società e le sue decisioni all’interno di una rete di attori locali (la comunità, le imprese, le istituzioni) aumenta le probabilità di successo nella progettazione e realizzazione delle infrastrutture, oltre a stimolare in chi vi opera la consapevolezza che ogni attività nella utility coopera al miglioramento e allo sviluppo sociale ed economico della città.

 

Come a dire: tra pubblica e privata… meglio sussidiaria!

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