FINANZA/ 1. Dal Giappone una crisi in cinque “mosse”

- Mauro Bottarelli

La situazione del Giappone potrebbe creare una crisi a livello globale. Per questo, spiega MAURO BOTTARELLI, occorre osservare con attenzione cinque variabili

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Immagine d'archivio

La Borsa di Tokyo, nella prima seduta dopo il terremoto, ha chiuso a picco con l’indice Nikkei in negativo del 6,18% a 9.620,49 punti, sotto quota 10mila. Giù del 7,49% l’altro indice, il Topix, a 846,96 punti. Crollano i titoli automobilistici, elettronici e delle raffinerie e cioè le azioni delle aziende costrette a chiudere i battenti dopo il mega-sisma che ha sconvolto il Paese: il titolo della
Tepco, l’azienda responsabile della sicurezza e della gestione delle centrali nucleari, ha perso il 25%.

Nulla di non preventivabile, conoscendo i mercati. A preoccupare, invece, è un altro dato, di fatto scontato vista l’entità del disastro, ma foriero di possibili danni maggiori: la banca centrale del Giappone ha infatti comunicato che inietterà sul mercato liquidità per il valore di 15 trilioni di yen (pari a circa 130 miliardi di euro) per stabilizzare il sistema finanziario.

In un primo momento, era stata annunciata un’iniezione di liquidità da 7 trilioni di yen, cifra che è quindi ora raddoppiata nel giro di poche ore. La decisione del board, ovviamente, ha spinto al rialzo lo yen: nel primo pomeriggio il dollaro scendeva a quota 81,32 e l’euro a 113,28. Con le fabbriche chiuse e lo yen alto, addio export: il rischio, quindi, per il Paese con il secondo debito del mondo, è di quelli mortali.

Qualcuno, però, azzarda una tesi opposta: «La mia impressione iniziale è che la Bank of Japan avrebbe potuto fare di più, invece la sua politica notoriamente attenta e stretta sulla politica monetaria è rimasta intatta nonostante il terremoto: temo che la Boj non stia prendendo in giusta considerazione la grossa incertezza che circonda il Paese», dichiara Masamichi Adachi, economista alla JP Morgan Securities Japan.

Tutt’altro che chiara, invece, la posizione di Moody’s, l’agenzia di rating, la quale in un primo tempo ha dichiarato di non temere danni particolarmente gravi al sistema di pagamento giapponese, salvo poi dichiarare attraverso il suo vice-presidente, Tom Byrne, che «le conseguenze economiche appaiono decisamente più vaste di quanto avevamo preventivato venerdì». Insomma, tutti parlano ma nessuno, in realtà, riesce ancora a fornire una stima credibile e un outlook preciso.

 

Mettiamo a fuoco, allora, le cinque variabili che potrebbero influenzare economicamente e finanziariamente il Giappone post-sismico. Anche perché se i mercati di valute e commodities hanno scontato subito venerdì il colpo peggiore dal terremoto, ora i danni potrebbero andare a cascata e colpire anche Usa e più in generale l’economia mondiale: ricordiamoci che il Giappone già faticava pesantemente a superare i fantasmi della sua “lost decade” di stagnazione economica e ora il peso del debito potrebbe farsi sentire.

Lo certifica un guru come Dennis Gartman, manager di hedge funds e autore del bollettino per investitori “The Gartman Letter”, secondo cui «questo rischia di trasformarsi nel più costoso disastro della storia. Questo terremoto non è infatti qualcosa che riguarda solo il Giappone, ma coinvolge direttamente le due sponde del Pacifico e i dollari da spendere potrebbero aumentare vertiginosamente».

Ma veniamo alle variabili in gioco. Primo, la ripresa. Dopo che il Paese avrà fatto i conti con le vittime e le perdite finanziarie, la nazione dovrà concentrarsi nella ricostruzione. E questo, ironia della sorta, genererà qualche livello di stimolo e ripartenza. «Ovviamente il lato umano è la cosa più importante, ma parlando di economia, di solito eventi simili danno vita a enormi rimbalzi. Ricostruire implica molti posti di lavoro e nuova creazione di ricchezza», dichiara Nicholas Colas, capo economista alla ConvergEx di New York. Per David Resler, capo economista alla giapponese Nomura Securities a New York, «ci sarà un balzo sostanziale della ricerca teso al riconoscimento di soluzioni per ricostruire quella parte del Paese. E non saranno fondi solo governativi, molti verranno da aziende private, assicurazioni e fondi di risparmio privati decisi a diversificare gli investimenti scommettendo nella ricostruzione».

 

Seconda variabile, lo yen. Per ricostruire, infatti, moltissimi degli yen in giro per il mondo dovranno tornare a casa, portando con sé un apprezzamento della valuta sui mercati: solo venerdì, la divisa nipponica ha guadagnato l’1,5% sul dollaro e l’1% sul franco svizzero. Un trend destinato a continuare, nonostante un po’ di volatilità da mettere fin d’ora in conto. Sempre per Dennis Gartman, «il denaro in circolazione è destinato a rientrare in patria per pagare i danni: occorre quindi stare molto attenti all’impatto di questo return cash-flow, sia per lo yen che per il dollaro».

 

Terza variabile, il prezzo del petrolio. I prezzi energetici sono scesi molto venerdì, sia per il terremoto in Giappone – quindi minore domanda -, sia per il profilo decisamente meno aggressivo del previsto della “giornata della collera” in Arabia Saudita. Quanto però durerà questo trend è tutto da vedere, visto che i contratti futures continuano a essere stipulati a livelli record e la crescita dei mercati emergenti sta fornendo dei floor a ogni possibile sbandamento al ribasso. Il Giappone, poi, resta un’economia molto grande e importa tutto il suo petrolio, visto che non dispone di riserve naturali.

Fino a oggi, se ci basiamo sui dati forniti dall’International Energy Agency, il Giappone importava circa 4,7 milioni di barili al giorno nel 2009, con una capacità di raffinazione di poco inferiore, 4,6 milioni di barili al giorno: le raffinerie giapponesi sono 29, sei delle quali oggi chiuse a causa del sisma. Il totale della capacità di raffinazione persa temporaneamente dal Giappone è pari a 1,40 milioni di barili al giorno: in senso assoluto una minore domanda di 1,4 milioni di barili a livello mondiale, seppure rappresenti solo l’1,6% della produzione stimata per il 2011, è molto significativa.

 

Per fare un paragone, la sola crisi libica ha avuto un costo di circa 15 dollari sui prezzi dei crudi e fino a oggi stiamo parlando di un massimo di 1 milione di barili al giorno persi. Il problema è che la minore fame di petrolio che arriva dal Giappone è certamente temporanea e destinata a trasformarsi in un aumento strutturale e di lungo periodo della domanda nipponica, visto che nel breve periodo le restanti raffinerie saranno spinte ai limiti delle loro capacità per sopperire alla mancanza di carburante. Contemporaneamente, nel breve-medio termine, le centrali termoelettriche saranno chiamate a un super-lavoro per assicurare il massimo di energia possibile.

 

Ci sono poi i costi della ricostruzione, con una eccezionale richiesta di materiale edile e di materie prime legate alle costruzioni: e produrre cemento richiede moltissima energia termica. C’è quindi la concreta possibilità che il combinato Giappone-Libia (dove Gheddafi potrebbe, se riconosciuto ancora leader, offrire una pax petrolifera all’Occidente) possa far scendere sì il prezzo del petrolio intorno ai 108 dollari per il Brent e 95 dollari per il Wti, ma solo per un periodo limitato, salvo poi ricominciare la risalita almeno ai livelli pre-sismici se non maggiore (vi ricordo che si stanno stipulando contratti futures con scadenza fine 2011 relativamente a 150 e 200 dollari al barile).

Quarta variabile, la possibile minor domanda giapponese per obbligazioni Usa. In tempi normali, infatti, un evento come quello giapponese avrebbe inviato un segnale chiaro ai mercati, ovvero rivolgersi alla sicurezza dei Treasuries Usa come copertura dal rischio. Venerdì, invece, i rendimenti sono saliti e, nonostante le molte spiegazioni, prima delle quali le prese di beneficio, c’è invece il timore che il terzo detentore di debito Usa dopo Cina e Fed potrebbe non avere abbastanza soldi per comprare Treasuries. La domanda è legittima, infatti: con i costi della ricostruzione destinati a schizzare alle stelle, ci sarà volontà di acquisire obbligazioni statunitensi oppure si opterà per strade e ponti? A oggi Tokyo detiene 882 miliardi di dollari di Treasuries, non noccioline.

 

Quinta e ultima variabile, l’impatto sul mercato azionario. Fatto salvo il tonfo del Nikkei, sembra che tra i tanti focolai di avversione al rischio presenti a livello globale, la crisi nipponica non dovrebbe impattare più di tanto. Per James Paulsen, capo economista alla Wells Capital Management, «nel periodo recente abbiamo visto molti eventi catalizzatori capaci di far contrarre il mercato e non penso che quanto avvenuto in Giappone possa incidere più degli altri». Certo, i titoli legati al settore assicurativo pagheranno lo scotto nel breve periodo (auguri ai sottoscrittori di cat-bonds!), ma parlando a livello più ampio e globale il rischio appare limitato: «Non penso che questa tragedia creerà paura o incertezza sui mercati. È stato un terremoto, un evento naturale: si riprenderanno e ricostruiranno», spiega ancora Gartman.

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