IL FATTO/ 18 articoli per difendere il “tesoretto” italiano

- Giovanni Marseguerra

Alla Camera è iniziato l’iter parlamentare del disegno di legge per lo Statuto delle imprese. GIOVANNI MARSEGUERRA ci spiega perché è importante

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Foto Imagoeconomica

In una situazione ancora di grande difficoltà per le nostre piccole e medie imprese, con una crescita che stenta a decollare e uno Stato che spesso sembra capace unicamente di riscuotere imposte, è in arrivo finalmente una buona notizia per il nostro sistema produttivo: dopo una sosta di ben cinque mesi in Commissione Attività produttive, ieri ha iniziato il suo iter alla Camera il disegno di legge relativo a “Norme per la tutela della libertà d’impresa. Statuto delle imprese”.

Si tratta di un articolato che si propone di far riconoscere finalmente dalla nostra legislazione il valore economico e sociale del fare impresa e che quando diventerà legge – si spera in tempi brevissimi – costituirà una vera e propria rivoluzione per il nostro Paese.

Lo Statuto mira in particolare a valorizzare il ruolo delle Pmi con l’applicazione concreta nella normativa italiana dei principi europei dello Small Business Act. Da diversi anni, infatti, l’Europa chiede a tutti gli Stati membri di rilanciare lo sviluppo creando un contesto favorevole alle piccole imprese. Questo è esattamente lo scopo dello Statuto, nato dell’intuizione dell’ex-Presidente della Compagnia delle Opere e deputato PdL Raffaello Vignali e che può oggi contare su un ampio consenso bipartisan, visto che è stato firmato da 150 parlamentari di tutte le forze politiche.

La versione del provvedimento approdato all’esame della Camera è quella approvata la settimana scorsa dalla Commissione Attività produttive e ha una forma più snella rispetto a quella originale, con solo 18 articoli anziché 23. Dovrà tuttavia essere ulteriormente modificata con l’integrazione di ulteriori emendamenti volti a recepire alcuni contenuti del ddl annuale sulle Pmi preparato dal Ministero dello Sviluppo.

Lo Statuto delle imprese e dell’imprenditore, come si legge nel quarto comma del primo articolo, mira in particolare “al riconoscimento del contributo fondamentale delle imprese alla crescita dell’occupazione e alla prosperità economica” e “a promuovere la costruzione di un quadro normativo, nonché di un contesto sociale e culturale volto a favorire lo sviluppo delle imprese anche di carattere familiare”.

 

Tra i tanti temi specifici trattati nel provvedimento, sui quali peraltro avremo modo di tornare, vale la pena di segnalare una migliore tutela delle Pmi nei grandi appalti pubblici, attraverso l’introduzione del principio della suddivisione in lotti per consentire anche alle piccole imprese di partecipare alle gare, e una maggiore trasparenza relativamente agli adempimenti amministrativi richiesti alle imprese, attraverso la pubblicazione e l’aggiornamento da parte delle Camere di Commercio delle norme e dei requisiti minimi per l’esercizio di ciascuna tipologia di attività d’impresa. Particolarmente importante è anche la proposta di istituire una apposita Commissione parlamentare con compiti di indirizzo e controllo sull’attuazione degli accordi internazionali e della legislazione relativi alle micro, piccole e medie imprese.

 

Complessivamente lo Statuto mira ad accrescere la competitività delle aziende italiane attraverso la promozione dei principi di libertà di iniziativa e di sussidiarietà. Si tratta quindi di un provvedimento oggi particolarmente importante, perchè si propone di rilanciare quello spirito di intrapresa che da sempre contraddistingue la nostra piccola imprenditorialità e che si caratterizza per una forte richiesta di libertà responsabile, l’unica capace di costruire il bene comune.

 

L’Italia è oggi un Paese ingessato, caratterizzato da straordinarie potenzialità inespresse e da incredibili sacche di inefficienza, in cui sono simultaneamente in atto (influenzandosi a vicenda) due grandi fenomeni di sussidiarietà: uno verticale, con un federalismo sempre più essenziale per passare da un assistenzialismo centralizzato ormai antistorico a una responsabilizzazione solidale dei territori, e uno orizzontale, con una completa ridefinizione del sistema di welfare e dei rapporti tra Stato, società e mercato.

In questo contesto, in cui significativamente la crisi ha fatto aumentare, e non diminuire, la solidarietà tra imprese e lavoratori, la bussola della sussidiarietà responsabile e solidale è la sola guida per perseguire il bene comune, perchè alla base della sussidiarietà vi è il desiderio di risvegliare e di mettere in moto la creatività (tra cui quella imprenditoriale) delle persone, stimolando la partecipazione dei corpi sociali intermedi, coinvolgendo le comunità nella produzione di beni e servizi e riuscendo a costruire e ad aggregare nella solidarietà.

 

Che i tempi siano ancora difficili lo dimostra, tra i tanti segnali negativi, anche un recente studio del Cerved dal quale emerge come le procedure fallimentari siano state nel 2010 più di 11mila, il valore più alto da quando è stata riformata la disciplina sulla crisi di impresa, con un aumento di circa il 20% rispetto al 2009 (anche se nell’ultimo trimestre dell’anno passato sembrerebbe esservi stata un’inversione di tendenza). Il punto è che lo spirito di intrapresa dei nostri piccoli imprenditori è oggi per molti versi ingabbiato in un mare di norme e regole, di lacci e laccioli, quando avrebbe invece bisogno di essere stimolato e indirizzato verso un progetto di sistema che promuova la creatività dei singoli.

 

Una rapida approvazione dello Statuto delle imprese significherebbe un segnale preciso della volontà di favorire un vero cambiamento culturale che, partendo dal riconoscimento del diritto d’impresa e dalla necessità di facilitare il compito di chi vuole assumersi il rischio di mettersi in proprio, permetterebbe di liberare le imprese da quei costi e vincoli che ne comprimono oggi le potenzialità. Speriamo che almeno per una volta la politica si ricordi del bene comune e riesca a essere all’altezza.

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