FINANZA/ 2. La corsa di petrolio e yen fa paura ai mercati

- Mauro Bottarelli

Il petrolio, dato quel che accade in Medio Oriente, e lo yen, per via della situazione in Giappone, sono protagonisti di rialzi, che interrogano, spiega MAURO BOTTARELLI, i mercati

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Foto Ansa

Complimenti ai “dogs of war”: ieri pomeriggio il Brent con consegna a maggio ha guadagnato 2,21 dollari al barile, toccando quota 116,14 dollari sulla scorta degli attacchi dei “volenterosi” contro la Libia e della parole di Muhammar Gheddafi: «Non lasceremo il nostro petrolio a francesi, inglesi, americani o Stati cristiani nemici. Combatteremo per ogni centimetro della nostra terra e ne libereremo ogni centimetro».

Parole chiare che prospettano la strategia che il rais, se stretto all’angolo dagli attacchi occidentali, potrebbe porre in essere: distruggere le installazioni petrolifere e bruciare i pozzi, non a caso molti traders stanno già coprendosi con opzioni “call skew” da 150 e 200 dollari al barile da tale ipotesi. Già oggi la produzione libica di sweet crude è scesa di un quarto dai livelli pre-crisi e il presidente dell’azienda petrolifera nazionale libica ha detto chiaramente che potrebbe fermarsi nel tutto.

Più di un operatore a Londra è certo del fatto che l’intervento militare farà protrarre molto più del previsto il blocco delle produzioni, anche a causa dell’estensione del conflitto e del rischio contagio nell’area. Ne è certo Mohammed El-Katiri, analista all’Eurasia Group, secondo cui «un conflitto di lunga durata a questo punto è l’ipotesi più probabile e in nessuno dei principali scenari che stiamo vagliando è prevista una ripresa a breve tempo dell’export petrolifero libico».

Un report di Capital Economics pubblicato ieri mattina sottolinea come «il regime di Tripoli non sta mostrando alcun segnale di possibile resa e una prolungata assenza di petrolio libico sul mercato potrebbe portare i prezzi oltre i livelli massimi del 2008, quando si sfondò quota 140 dollari». Inoltre, l’effetto “positivo” del terremoto in Giappone, capace di far arretrare il prezzo del greggio sull’aspettativa di minore domanda, è stato immediatamente vanificato dal deterioramento della situazione in Siria e Bahrain, teatro di violenti scontri e di un’altrettanto spietata repressione.

Per Thorbjon Bak Jensen, analista petrolifero della Global Risk Management, «le dimostrazioni in Bahrain sono una minaccia potenziale per l’Arabia Saudita», mentre Ubs ha già alzato le sue previsioni per il prezzo del Brent sia per quest’anno che per il prossimo: quella per l’anno in corso è passata da una media di 85 dollari al barile a 103,75 dollari, mentre per il prossimo l’incremento rispetto alle stime pre-crisi è del 12% a quota 95 dollari al barile. «La nostra previsione è che la situazione attuale durerà per almeno un altro trimestre, ma il sentiment del mercato verso rischi geopolitici per le forniture ovviamente spinge a previsioni di rialzo più a lungo termine», conclude il report della banca elvetica.

 

Insomma, prepariamoci a tempi molto duri. Tanto più che, nel silenzio generale, un’altra notizia potrebbe far schizzare alle stelle il prezzo del petrolio: a 20 miglia dal punto dell’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico, la guardia costiera Usa sta seguendo l’evoluzione di una nuova chiazza petrolifera lunga 100 miglia e larga 10. Tre le ipotesi al vaglio: un deposito di petrolio sottomarino originato dal disastro dell’anno scorso e rimasto sul fondo per tutto questo tempo; un nuovo incidente in stile Macondo; la frattura del fondale in una parte del Golfo del Messico come temuto da molti studiosi di geologia. Nel caso della prima opzione, l’impatto sul mercato sarebbe minimo, ma se si trattasse di una delle altre due, salutate i record del 2008 e preparatevi ad andare in bicicletta per un po’.

 

Avete letto da qualche parte di questa notizia? Ovviamente no, gli americani sono bravissimi a fare la morale agli altri, ma quando i disastri li combinano loro cala il velo del silenzio. Ma di errori, lo scorso fine settimana è stato costellato. Per la prima volta negli ultimi dieci anni, infatti, i paesi del G7 sono intervenuti sui mercati valutari per frenare la corsa dello yen, che aveva raggiunto nei giorni scorsi un nuovo massimo storico contro il dollaro.

Su richiesta delle autorità giapponesi, in una riunione d’emergenza nella notte tra il 17 e il 18 marzo, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, e la Bce hanno deciso di unirsi all’autorità monetaria del Giappone per intervenire in maniera congiunta sui cross valutari che riguardano lo yen. La divisa nipponica ha ceduto parecchio terreno nella notte del 17 marzo ed è tornata a ridosso dell’area 82,00 nei confronti del dollaro, stabilizzandosi poi attorno a 81,00. Il movimento tecnico di forte apprezzamento dello yen è per il momento rientrato, ma vedremo nelle prossime settimane se le autorità monetarie saranno in grado effettivamente di contenere artificiosamente quello che è il naturale apprezzamento della moneta nipponica: l’obiettivo minimale del cross dollaro/yen (in assenza di intervento delle autorità) sarebbe collocabile in area 65,00.

 

Ma hanno fatto bene le autorità a intervenire in questo modo? I precedenti in tal senso non mancano, ma hanno poco a che vedere con la situazione contingente del Giappone e, soprattutto, fanno tutto tranne che generare ottimismo. Ci fu infatti il “Plaza accord”, quando a metà degli anni Ottanta le maggiori economie si accordarono per deprezzare il valore del dollaro: all’epoca gli Usa avevano un sostanziale deficit di conto corrente, ma grazie agli alti tassi di interesse applicati per contrastare l’inflazione, il dollaro restò forte. L’intervento funzionò quindi tanto bene da richiederne un secondo, noto come il “Louvre accord”, dove si decise l’esatto contrario, ovvero cercare di bloccare il declino del biglietto verde.

 

L’ultimo esempio in tal senso è del settembre 2000, quando il G7 intervenne in sostegno del neonato euro che stava lottando per garantirsi credibilità verso gli investitori. Ironicamente, la crisi attuale della divisa comune europea è molto più seria oggi di allora, nonostante questa non paia avere problemi di fiducia verso i mercati: i quali, infatti, picchiano il ventre molle del continente attraverso i bond sovrani. Ma perché intervenire oggi? Semplice: l’apprezzamento record dello yen nei giorni immediatamente successivi alla catastrofe, 10% sul dollaro, è stato dovuto al timore di un rimpatrio di massa di valuta giapponese investita all’estero per pagare i costi della ricostruzione. A oggi, non c’è il minimo segnale di una tendenza simile: e come sempre accade sui mercati, è l’anticipazione e non l’attualità a combinare i danni.

In effetti, negli ultimi anni il Giappone ha imparato a convivere con una moneta forte e questo non sembra aver danneggiato il suo export, ma un apprezzamento del 10% sul dollaro in pochi giorni è davvero troppo, visto che questi non sono tempi favorevoli a una politica di aggiustamento. Un balzo simile, in queste condizioni, si tramuta in una stretta monetaria, ciò che l’economia nipponica teme di più. Ma qualcuno non è d’accordo con quanto fatto dalle principali economie mondiali, come ad esempio Geoffrey Hood, professore emerito di economia alla Cass Business School di Londra, secondo cui «il G7 ha compiuto un grave errore intervenendo per controllare la volatilità dello yen. Il Giappone, infatti, beneficia di una valuta forte visto che l’aiuta ad aumentare le importazioni, ciò di cui ha bisogno in questo momento».

 

Più o meno della stessa idea è Brian Reading della Lombard Street Research, secondo il quale «il disastro ha ridotto le potenziali forniture e aumentato la domanda, situazione che quasi certamente eliminerà l’attuale surplus di conto corrente nipponico. Sia la domanda di import che le forniture di export saranno inelastiche: non può esportare di più, non può importare di meno. Questo è il momento giusto per fare cassa con le riserve di valute estere e tenere alto lo yen: non solo questo porterà beneficio in termini commerciali al Giappone, ma la vendita di riserve aiuterà a pagare i danni del disastro senza far crescere il debito governativo».

Certo, anche queste teorie hanno dei limiti. Nel breve termine, infatti, il Giappone lotterà per esportare di più e più importerà a buon prezzo ciò che serve per la ricostruzione, meglio sarà. Il problema è che appare poco probabile che, visto che le importazioni costano meno (grazie all’apprezzamento dello yen), i cittadini giapponesi decidano di cambiare di colpo le proprie abitudini di una vita e spendano tutto in ossequio alle crescita economia, ribilanciando l’economia passando dall’export alla domanda interna.

 

La realtà storica è che la domanda interna nipponica non è qualcosa che possa essere corretta con l’apprezzamento valutario: i giapponesi non comprano beni stranieri, nonostante siano a buon mercato e non penso che sarà questo terremoto a far cambiare loro abitudini. Detto questo, saranno i giorni a venire e i venti di guerra a dimostrarci se l’operazione blitz del G7 sarà stata giusta o si rivelerà un errore controproducente: io opto per la seconda ipotesi. E vista la situazione globale, questa volta spero davvero di sbagliarmi.

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