FINANZA/ Un’altra Caporetto italiana si consuma in Europa

- Giuseppe Pennisi

Si sono spese parole trionfalistiche in Italia sulla nuova versione del patto di stabilità europeo. GIUSEPPE PENNISI avverte, però, che c’è ben poco di cui esultare

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Foto Imagoeconomica

Ogni leader ha il dovere di tenere alto il morale delle truppe. Tuttavia, questo dovere termina quando è ormai lapalissiano che occorre rimboccarsi le maniche e lavorare duro su un percorso differente da quello sinora seguito. Altrimenti, si fa la fine del Generale Luigi Cadorna, che all’inizio della dodicesima battaglia dell’Isonzo, nell’ottobre 1917, dichiarò che gli italiani stavano per toccare con mano la vittoria, mentre si era alla vigilia della disfatta di Caporetto. Oppure di quei comandati sia in uniforme, sia in camicia nera, che continuavano a intonare “Vinceremo in cielo, terra e mar”, dopo che gli alleati erano sbarcati in Sicilia.

Qualcosa di analogo, anche se grazie al Cielo, di proporzioni non così catastrofiche, pare stia avvenendo per il cosiddetto “patto euro plus” quale comunicato dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea la sera del 25 marzo. Purtroppo, i lettori di carta stampata non frequentano il sito Ue e molti giornalisti non ritengono utile sgobbare su documenti ufficiali (nel senso di leggerli con attenzione) e si bevono quanto riassunto loro da portavoce e uffici stampa. Si suggerisce comunque di leggere con attenzione il dossier predisposto dall’Ispi e diramato la sera del 28 marzo.

Il testo del “patto” è chiarissimo. Da un lato si applica non solamente all’area dell’euro, ma anche a Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania (stati che, pur non facendo parte dell’eurozona, lo hanno sottoscritto). Da un altro, non prevede procedure di “eccezione” alle regole del “patto di crescita e di stabilità” che intende rafforzare; al contrario, specifica che entro un lasso di tempo di tre anni occorre portare l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni al di sotto del 3% del Pil. Non viene specificato il termine entro cui ridurre lo stock di debito pubblico al 60% del Pil, ma il riferimento esplicito al “debt brake” (freno da debito) induce a pensare a un termine analogo perché lo stock di debito sia almeno al di sotto del 90% del Pil, rapporto oltre il quale – lo conferma una recente analisi econometrica (“Growth in time of Debt” di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff), presentata all’ultimo congresso scientifico dell’American Economic Association e non disputata da nessuno – lo stock di debito diventa un macigno sulla strada della crescita.

Non vengono previste sanzioni automatiche, ma il monitoraggio è affidato al più alto livello politico (il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’Ue) sulla base, però, di un’analisi tecnica annuale preparata dalla Commissione. Non si parla di altri “fattori rilevanti” (risparmio privato, indebitamento sull’interno invece che sull’estero); da ciò si deve dedurre che la proposta dell’Italia ha fatto molta meno strada di quel che si dice. Vengono aggiunti altri indicatori a quelli di macro-economia e finanza pubblica: se possiamo dire che le riforme previdenziali effettuate dal 1995 potranno metterci in futuro (non ancora oggi) in posizione comparata relativamente buona su quel fronte, siamo molto distanti dal resto dell’Ue in tema di altri indicatori di competitività, ad esempio per quanto attiene il costo del lavoro per unità di prodotto e la contrattazione collettiva nazionale e la contrattazione nel pubblico impiego, che dovrebbe essere “mirata a promuovere la competitività del settore privato”. Lo siamo anche nel campo dell’“apertura di comparti protetti” (si pensi alla vicenda dei taxi a Roma), nonché in materia di qualità dell’istruzione e di sforzo per la ricerca e sviluppo.

È difficile, poi, vedere come riusciremo a ridurre l’imposizione tributaria sul fattore lavoro senza aggravare ulteriormente deficit e debito o come assicurare “la sostenibilità della spesa sanitaria”. Sono tutte misure che abbiamo sottoscritto: verremo valutati sulla base di traguardi annuali e del loro raggiungimento. A quel che si sa, il Piano nazionale per le riforme (in fase di aggiornamento e atteso dal Parlamento per il 10 aprile) non sfiora affatto questi temi.

Sarebbe fin troppo facile dire che dipende dagli occhi di chi guarda se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Rispetto al testo del patto euro plus, il bicchiere dell’Italia pare molto meno che mezzo vuoto. Si profila un programma massiccio di aggiustamento della finanza pubblica – 6-8 punti percentuali del Pil in tre-quattro anni – unitamente a riforme davvero incisive sulla contrattazione (in particolare, nel pubblico impiego) e nella sanità, nonché un’applicazione rigorosa delle riforme dell’istruzione e la loro prosecuzione e una nuova stagione di privatizzazioni (rivolgendosi anche a fondi esteri).

La Cgil lo ha capito perfettamente: probabilmente ha letto i testi. Per questo mette le mani avanti chiedendo una “tassa sui ricchi”- in sostanza una patrimoniale sui soliti noti che per l’attività che svolgono sono impossibilitati a evadere.

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