ITALIA-FRANCIA/ Sapelli: altro che decreto, ci serve una nuova Iri

- Giulio Sapelli

Non è detto che se l’azionariato di alcune aziende italiane parla più francese o tedesco, questo sia un male. Non servono leggi, ma una nuova capacità manageriale, dice GIULIO SAPELLI

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Foto Imagoeconomica

La campagna italiana delle armate franco-tedesche continua. I due invasori, che agiscono e colpiscono divisi, sono come l’Imperatore dantesco: appaiono nell’immaginario e nelle volizioni tanto degli imperiali quanto dei repubblicani nazionali, ovvero dei cosmopoliti e dei patrioti, tutti protesi alle conquiste straniere, ma in realtà sono bene assisi sui loro reciproci troni e si lanciano in brevi campagne molto ben studiate con molta pazienza, che lasciano gli avversari – veri o finti che siano – esterefatti, sebbene i referenti locali delle rispettive monarchie – che bene sono conosciuti da tutti e occupano tanto il potere visibile quanto quello invisibile – non si degnano neppure di nascondere i loro volti e di lasciare le loro mosse. 

Attorno alla campagna per il regno d’Italia si sviluppano molte leggende. La prima di tutte è quella per cui la Francia, monopolista per vocazione non vi è nessun dubbio, sia anche la monarchia più chiusa alle scorribande degli eserciti avversari. Se si fa, invece, una piccola, elementare, ricerca di diritto commerciale e internazionale comparato, si scopre una realtà diversa.

In primis, la Francia è molto più indifesa dinanzi alle truppe avversarie di quanto non si pensi, dal punto di vista della sua tradizione giuridica (e ciò induce i governi a, periodicamente, riaggiornare le liste dei settori cosiddetti strategici, con ben poco successo, in verità) e molte altre nazioni europee son ben più arroccate di essa dinanzi alle ricordate incursioni. 

L’Italia, per esempio, è molto meno giuridicamente indifesa, ma questo ai più non importa: continuano a cantare alla luna. Generalmente, poi, i francesi hanno acquisito aziende italiane in accordo con le medesime. Si veda la vicenda Edison, che nasce dal ceppo della difesa degli interessi della famiglia Agnelli, ansiosa di furiuscire dall’energia pur di accordarsi su un prezzo che i monopolisti francesi soltanto potevano garantire, facendo perdere all’Italia Edison e ruinare un’azienda principesca come Asm di Brescia; e che dire, poi, della vicenda Fiat che è ora giunta al suo disvelamento addirittura per decisione degli stessi azionisti italiani, con buona pace di tutti i fautori dell’ italianità e della torinesità…

Nel caso Parmalat, va ricordato, Lactalis ha acquistato le azioni non da degli italiani, ma da dei fondi Usa, tanto è vero che la magistratura ha posto in atto un’inchiesta che segue appunto quei sentieri giuridici di difesa da me ricordati. E che non incoraggeranno certo altri investitori stranieri, di cui un’Italia a crescita bassissima ha un disperato bisogno, a continuare la campagna d’Italia.

In ogni caso, voglio fare il pedante: solo il 4,1% delle imprese italiane è posseduto da azionisti stranieri. La Spagna, per fare un esempio dove la nostra brillante Enel ha combattuto con Endesa, vede le sue imprese possedute per il 4,5%. E la Germania, ricordo per tutti il caso Mannesmann-Vodafone, segnala una percentuale di possesso straniero del 6,3%. E la Francia? L’arroccatissima Francia vede il capitale straniero ascendere nelle sue imprese a ben il 10,3%. Il Regno Unito ascende al 12,2%, mentre la centralissima geostrategicamente Austria sale in vetta con il 19,8%. Questo  per riportare un po’ d’ordine nella discussione. 

Ma certo non basterà e non placherà gli istinti protettivi. Non ci si può esimere dal ricordare, tuttavia, che ciò che conta è che una nazione, al di là dell’azionariato, possegga in sè le risorse direttive e di ricerca e sviluppo, quale che sia la proprietà, e che si ampli e non solo si conservi l’occupazione. Sono nato in un tempo in cui mia nonna a Natale, eravamo poverini, comperava il panettone Motta perché costava meno di quelli delle pasticcerie torinesi, ma era più buono perché posseduto dall’Iri che abbondava in tuorli d’uovo freschi e buon latte, pagato dai contribuenti perché era strategico far sognare i bambini a Natale con delle buone leccornie. 

Poi con il panettone è sparita l’Iri che era fondata su un apparato giuridico così solido da aver dato lezioni di economia mista a tutto il mondo. Mi pare che ora si sia dinanzi allo stesso problema. Dietro il latte vi sono i produttori di latte: lo so. È come nella grande distribuzione: dietro di essa vi sono i fornitori. Allora occorre non fare leggi, ma accordi e sviluppare una moral suasion fatta di capacità manageriale, di eccellenza logistica, di tassazione favorevole e di burocrazia non oppressiva.

Gli Imperatori non si spaventano. Si ammaliano e si blandiscono. Possono così diventare protettori benevolenti e supplire alle carenze di territori e di azionisti e di manager non in grado di far bene i panettoni… e molti altri beni meno saporiti ma assai più utili (strategici?): automobili ed energia prima di tutto.

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