FINANZA/ 1. Così gli Stati giocano a fare gli speculatori

- Mauro Bottarelli

Il prezzo di alcune materie prime alimentari è destinato a salire, ma non per colpa del mondo finanziario, bensì, spiega MAURO BOTTARELLI, delle scelte politiche di alcuni Stati

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Foto Imagoeconomica

Questo è uno di quei pezzi che io definisco “preventivi”: ovvero, anticipa il mare di stupidaggini che un evento per ora ancora sottotraccia scatenerà a breve e le smonta. Non penso di vestire i panni di Nostradamus se vi dico che nel giro di pochi giorni qualche giornale denuncerà un colpo di coda della speculazione sui generi alimentari, gridando contro gli affamatori del mondo e chiedendo l’eliminazione dei contratti futures sulle commodities alimentari (andate a dirlo a un povero cristo di agricoltore andino che non può più coprirsi dal rischio di eventi naturali). Ipocriti e in malafede!

Non so se sapete quale sia stato il primo cosiddetto “speculatore” della storia ma, nel dubbio, ve lo dico io: Talete, come raccontato da Aristotele nella “Politica”. Eccone i passi: «Siccome, povero com’era, gli rinfacciavano l’inutilità della filosofia, avendo previsto in base a calcoli astronomici un’abbondante raccolta di olive, ancora in pieno inverno, pur disponendo di poco denaro, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio per una cifra irrisoria, dal momento che non ve n’era alcuna richiesta; quando giunse il tempo della raccolta, cercando in tanti urgentemente tutti i frantoi disponibili, egli li affittò al prezzo che volle imporre, raccogliendo così molte ricchezze e dimostrando che per i filosofi è molto facile arricchirsi, ma tuttavia non si preoccupano di questo». Così, tanto per dimostrare ai Gino Strada o ai Giulio Tremonti di turno che le cose non sono mai così semplici e nette come sembra. Ma torniamo all’attualità.

Da ieri è ufficiale che l’Ucraina, uno dei principali esportatori al mondo di orzo, ha esteso le limitazioni sulle spedizioni di granaglie, ponendo le basi per un’ulteriore impennata dei prezzi e negando le forniture a milioni di consumatori, tra cui un milione di cammelli dei beduini sauditi. Le limitazioni all’export, estese fino al 1 luglio su annuncio del ministro dell’Agricoltura ucraino, Mykola Prysyazhnyuk, dovevano terminare oggi: detto fatto, l’Arabia Saudita, principale importatore globale di orzo, ha immediatamente avanzato richieste di fornitura ad altri paesi, tra cui l’Australia. I futures legati all’orzo trattati all’Australian Stock Exchange sono cresciuti del 51% lo scorso anno, dopo che anche la Russia aveva limitato l’export e il Canada e il Kazakistan avevano dovuto fare i conti con raccolti distrutti da siccità o inondazioni. Le condizioni meteorologiche estreme – non la speculazione – hanno portato il mese scorso a un livello record i prezzi dei generi alimentari: quindi, non è la speculazione ad affamare la gente che in Nord Africa fa la rivoluzione per il pane (buona anche questa come battuta), bensì i governi con le loro scelte protezionistiche e la meteorologia, variabile difficilmente prevedibile con certezza assoluta.

Per Pierre Begoc, direttore generale della filiale ucraina di Agritel, agenzia di consulenza agricola, «se il sistema delle quote limitative di export in Ucraina verranno estese fino al prossimo anno, allora i clienti tradizionali dovranno rivolgersi altrove e questo sarà veramente pesante a livello di aumento dei prezzi. Noi sappiamo con certezza che il Paese ha abbastanza materie da esportare, la domanda da porsi è se le esporteranno o no». È il governo ucraino a fare aumentare i prezzi, non i traders! I contadini ucraini, infatti, mieteranno quest’anno circa 45,5 milioni di tonnellate metriche di granaglie, il 16% in più dello scorso anno, stando a un studio condotto da Bloomberg interpellando 12 tra produttori, analisti e traders. L’orzo potrebbe addirittura espandersi del 24% a quota 10,5 milioni di tonnellate, mentre il grano conoscerà un incremento del 13% a quota 19 milioni di tonnellate.

La limitazione dell’export vale anche per il granturco, come una quota di export fissata a 2 milioni di tonnellate: dal 1 luglio dello scorso hanno, l’Ucraina ha esportato 8,5 milioni di tonnellate di granaglie contro i 21,1 milioni di tonnellate esportati l’anno precedente, stando a dati resi noti da Liza Malyshko, analista e ricercatrice alla UkrAgroConsult di Kiev. Come anticipato, a pagare il prezzo maggiore sarà l’Arabia Saudita, la quale usa l’80% dell’orzo importato per nutrire cammelli, pecore e capre: nell’anno che terminerà il 30 giugno, Riad avrà importato la cifra record di 11,9 milioni di tonnellate di granaglie, stando a dati delle Nazioni Unite. Non a caso, l’Arabia Saudita ha varato un piano di netto taglio dalla dipendenza da orzo importato che dovrebbe portare a una riduzione del 50% entro il 2015, sostituendo quel cereale con una mistura di granaglie a più basso costo. Quindi, il prezzo dell’orzo appare destinato a dover scendere ancora nei prossimi anni, visto che il principale importatore dimezza i suoi ordini: vuoi vedere che l’Ucraina, preso atto della nuova politica saudita, ha deciso di massimizzare i suoi guadagni prima che sia tardi? Ovviamente, alla faccia di chi muore di fame.

I futures australiani sull’orzo da alimentazione sono saliti del 6,1% dall’inizio dell’anno a quota 209 dollari australiani per tonnellata, mentre quelli sull’orzo maltato, quello che serve per fare la birra, sono saliti del 42% da quando hanno cominciato a essere trattati al Liffe della Borsa di New York lo scorso maggio. Il governo ucraino ha giustificato il prolungamento delle restrizioni sull’export per tagliare i prezzi della domanda interna, visto che l’inflazione quest’anno oscillerà tra il 9% e l’11%: detto fatto, i prezzi al consumo negli Usa, a causa di questa scelta, saliranno del 2,3%. Con 41,6 milioni di ettari coltivati, pari al 69% del territorio nazionale, in grado di fornire dalle patate alle granaglie fino ai girasoli, appare quindi inspiegabile il crollo dell’export, da 5,75 milioni di tonnellate a 3,2 milioni di tonnellate, che si registrerà nell’anno che si concluderà a settembre prossimo: questa è speculazione, non i futures in sé.

Ora siete attrezzati: quando, tra qualche giorno o settimana, qualche giornale molto autorevole sparerà in apertura delle pagine di economia il solito titolo populista contro gli hedge funds avidi e affamatori, saprete come replicare alle baggianate sempre in voga tra i benpensanti. Ragionate un attimo: nell’ultimo anno e mezzo si sono registrati roghi in Russia (restrizione dell’export e distruzioni dei campi, quindi un secondo raccolto perso), alluvioni in Australia, Canada e Sud-Est asiatico, siccità devastante in Kazakistan, oltre alla riconversione di massa di campi di granturco da finalità alimentare a energetica (etanolo per biocarburanti) negli Usa: non vi sembra sufficiente a giustificare l’impennata dei prezzi in base alla vecchia regola della domanda e dell’offerta, senza scomodare il totem comunista della speculazione?

Non è colpa dei traders se i cantori dell’energia pulita preferiscono l’etanolo al granturco, perché temono il nucleare (il quale, nella storia, di morti ne ha fatti qualche centinaia di milioni in meno della denutrizione): prendetevela con gli ambientalisti-talebani se il prezzo del grano sale, non chi lavora nella City o a Wall Street. Tanto più che il mercato ha dovuto affrontare negli ultimi cinque anni anche lo shock del cambiamento di abitudine alimentare di un mercato di centinaia di milioni di persone come quello cinese, passato da una dieta quasi esclusivamente basata sui cereali a una sempre maggiormente carnivora: e si sa, il bestiame per pascolare e crescere leva spazio alle coltivazioni. Come disse George Orwell, “nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”.

P.S. Nel silenzio generale, imposto dalla guerra in Libia e dai timori per i reattori di Fukushima, la Bank of Japan ha iniettato sui mercati qualcosa come 600 miliardi di dollari in venti giorni, anche attraverso acquisti diretti in Borsa! Capite da soli che essendo il Giappone un Paese con un debito pubblico che sfiora il 200% del Pil, un deficit 2011 che si stima sarà del vicino al 9% e un sistema industriale gravemente danneggiato dalla mancanza di energia elettrica, il rischio di questa iniezione monstre di liquidità potrebbe essere il detonatore capace di far esplodere l’intero sistema valutario. Combattuta la deflazione, infatti, il Giappone si ritroverà bello bello in iperinflazione: insomma, i giapponesi detengono il 95% del debito nipponico, ma grazie alla scelta della Bank of Japan, lo yen entrerà a breve in una spirale ribassista rendendo non più proficuo per i cittadini comprare titoli di Stato. Conclusione, tassi alle stelle (dopo anni di tassi a zero ma valuta forte) o inflazione ingestibile. Il vero terremoto, forse, deve ancora arrivare.

P.S. 2 Uno studio del Fmi pubblicato due giorni fa accusa le agenzie di rating di aver contribuito all’effetto contagio della crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona. Gli economisti Rabah Arezki, Bertrand Candelon e Amadou S.R. Sy hanno messo a confronto il calendario degli annunci delle agenzie di rating con i grafici storici dei rendimenti e dei cds dei titoli di stato. Per gli studiosi, «declassare economie abbastanza ampie, a gradini che si avvicinano al livello minimo di grade investement», ha avuto un «impatto sistematico sugli altri Paesi della eurozona». In sostanza, i continui downgrade hanno giocato un ruolo nello scatenare l’effetto contagio nella crisi dei debiti
sovrani che ha colpito l’Eurozona, manifestando il potenziale che hanno notizie del genere nell’accrescere l’instabilità finanziaria. Come porre rimedio all’oligopolio e al conflitto di interesse delle tre sorelle? «La politica dovrebbe riflettere su un’eventuale riduzione del ruolo delle agenzie di rating nella regolamentazione dei mercati». Quanti mesi fa avete letto queste cose su ilsussidiario.net?

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