FINANZA/ 2. Riuscirà l’Italia a evitare la seconda “trappola” dell’euro?

- Giuseppe Pennisi

Ormai è sempre più chiaro che i conti pubblici in Italia devono migliorare. Ma, spiega GIUSEPPE PENNISI, non bisogna puntare solo sul rigore

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Foto: Imagoeconomica

Il senso che si trae dalla lettura dei resoconti dell’audizione del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, alla Commissione Bilancio della Camera è che non è certo giunto il momento del “riposo del guerriero”. L’espressione, tratta dal titolo di un romanzo francese di successo negli anni Sessanta, rende l’idea del quadro della situazione dell’Italia nel consesso europeo meglio delle consuete frasi sulle ricreazioni il cui tempo non è ancora arrivato.

In sostanza, Tremonti ha confermato quanto anticipato da ilsussidiario.net di ieri: un’attenta lettura del patto per l’euro dimostra a tutto tondo che non ci verranno fatti sconti per veri o supposti “fattori mitiganti”. Quindi, dobbiamo mettere in sesto la nostra finanza pubblica. Il “guerriero” è, in primo luogo, l’inquilino di Via Venti Settembre, ma in effetti lo siamo tutti noi. Tanto il rapporto indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni e Pil, quanto il rapporto stock di debito e Pil vanno drasticamente ridotti. Nei prossimi tre anni, il primo deve essere portato a meno del 3% e il secondo a meno del 90%.

Ci potrebbe essere concessa una dilazione (di uno-due anni), ma il quadro non cambia: di fronte a noi abbiamo un aggiustamento pari ad almeno quattro punti percentuali del Pil ogni anno, maggiore di quello effettuato nel 1992-1999 quando la posta in gioco era essere ammessi o meno nell’unione monetaria. Ciò è molto più importante di eventuali norme costituzionali sulla copertura finanziaria delle spese: abbiamo già l’articolo 81 della Costituzione che – lo prova l’esperienza – è stato interpretato in modi e maniere che ci hanno portato alla situazione attuale. Il nodo è come farlo.

Negli anni della strada verso l’euro – dal 1992 al 1999 – abbiamo fatto un aggiustamento di nove punti percentuali e mezzo del Pil; sette dal lato delle maggiori entrate e due e mezzo da quello delle minori spese (tagliando soprattutto quelle in conto capitale). I risultati li tocchiamo con mano: bassa crescita e guai ancora maggiori dopo alcuni anni dalla creazione dell’unione monetaria. Cercare di ripetere l’esperienza, cedendo alla tentazione delle varie proposte su addizionali delle imposte sul reddito delle persone e famiglie più abbienti, di imposte “sulla fortuna” alla francese, di patrimoniali secche, vorrebbe dire aggravare i problemi sul fronte della crescere, e forse scivolare in una nuova recessione, senza risolvere i nodi di fondo. Il guerriero e i suoi andrebbero in battaglia con una strategia perdente.

Le spending reviews degli anni 2006-2007 e le riduzioni lineari della spesa in atto dal 2008 hanno inciso in modo modesto. Potrebbe avere maggior mordente una programmazione per la razionalizzazione delle scelte di bilancio quale quello adottato in Francia nel 1983-87, ma non c’è né il tempo, né la qualità tecnica della pubblica amministrazione per farlo. Specialmente dopo l’effettivo smantellamento dell’Uval (Unità di valutazione tecnica della spesa) prima spostata dal ministero dell’Economia e delle Finanze a quello dello Sviluppo Economico e poi, pare, lasciata perire (dato che gli esperti a cui scadono i contratti non vengono né rinnovati, né sostituiti).

Il percorso principale, quindi, resta quello delle liberalizzazioni e privatizzazioni. Per privatizzare, però, occorre essere almeno in due: lo Stato che vende e qualcuno che acquista in toto o in parte. Ciò vuole dire non solo mettere in vendita bocconi appetibili, ma anche essere pronti a vendere non solo a italiani, ma anche a stranieri. A metà aprile, uscirà, nel “Decimo Rapporto sulla Liberalizzazione della Società Italiana” di Società Libera, un’analisi da cui si evince che mentre il capitale di acquirenti italiani sembra fare difetto non mancano fondi internazionali di “private equity” e fondi sovrani che potrebbero essere interessanti.

Ciò comporta, però, risolvere un dilemma proprio a casa nostra: non possiamo, da un lato, invitare lo straniero a investire nella denazionalizzazione di settori anche strategici e alzare barriere nei confronti di chi vuole comprarsi aziende di latticini. Per vincere, i guerrieri devono essere coerenti. Quando non si riposano. E pure quando si riposano.

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