LA STORIA/ Da 3 a 150, quell’energia che ha “allargato” un’impresa fino in Sud America

- La Redazione

Una realtà imprenditoriale italiana costruisce centrali elettriche nel mondo grazie alle competenze acquisite nel nostro Paese. Ci racconta la sua storia il presidente DANIELE BOSCOLO

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Una delle centrali realizzate da Sorgent.e

La crisi economica ha dimostrato che le imprese all’avanguardia nell’innovazione e capaci di esportare all’estero sono quelle che promettono più possibilità di sviluppo e crescita. Ne è un esempio Sorgent.e, gruppo italiano che si occupa di energia, il cui fatturato dal 2009 al 2010 è non a caso cresciuto da 65 a 80 milioni di euro. Una delle sue aziende, la Ste Energy, è stata infatti scelta da un gigante come Gdf-Suez per costruire una centrale idroelettrica in Perù. Un risultato importante, frutto dell’esperienza maturata sia in Italia che in altri paesi, come ci spiega Daniele Boscolo, presidente di questo gruppo capace di realizzare 87 progetti nel 2010 e con in cantiere investimenti per 400 milioni di euro.

Cominciamo da questo importante risultato. Di cosa vi occuperete per la realizzazione della centrale di Quitaracsa in Perù?

Siamo parte, insieme a una società norvegese che realizza le turbine, di un contratto di consorzio, per tutto ciò che riguarda la costruzione della centrale al di fuori delle opere civili. Ci occuperemo, quindi, di tutte le opere elettriche (alta, media e bassa tensione, trasmissione) e, soprattutto, della parte “intelligente” dell’impianto, cioè l’automazione, il monitoraggio, il controllo e la protezione. Questa centrale sarà collegata con altre due di Gdf-Suez per realizzare un “hub energetico”, e dar corpo a un progetto per elettrificare il Perù, in particolare l’area andina del Paese, per permettere uno sviluppo della zona attraverso infrastrutture, città, ecc.

Dell’America Latina si parla come di un’area in fermento e crescita. Quali sono le prospettive che vedete in questo continente?

In alcune parti dell’America Latina esistono centrali idroelettriche già dai primi del Novecento, specie in quelle zone dove storicamente si produce caffè. Negli anni Settanta, si sono costruite tante dighe e in Sudamerica c’era la più grande del mondo, quella di Itaipù al confine tra Brasile e Paraguay, prima che venisse costruita quella delle Tre Gole sul fiume Yangtze, in Cina. In questi anni si sta assistendo a una rinascita della costruzione di centrali, perché lo sviluppo economico dell’area richiede più energia e c’è anche la volontà di portarla ovunque nei paesi, anche nei villaggi. Si sta praticamente riproponendo l’elettrificazione che noi abbiamo visto nell’Ottocento in Italia, con la costruzione delle centrali sulle Alpi, che hanno portato elettricità nelle città. Allora le prime società elettriche italiane erano all’avanguardia e noi stiamo esportando la nostra tecnologia allo stesso livello.

 

Ci può fare un esempio?

 

Come gruppo abbiamo in attivo quasi un migliaio di Megawatt di centrali realizzate nel mondo. Le più belle sono le tre che si trovano in Cile e che sono totalmente nostre, non costruite per terzi. La più grande – la Hidromaule “Lircay”, inaugurata nel 2009 – è stata inserita nel “The Infrastructure 100”, la pubblicazione che raccoglie le 100 grandi opere infrastrutturali più interessanti al mondo, tra cui il Mose di Venezia. La nostra è l’unica centrale idroelettrica menzionata. Questo perché è stata riconosciuta la sua valenza ambientale e sociale, che le è valsa anche un finanziamento dall’International Finance Corporation del Banco Mondiale.

 

Come ha fatto la vostra centrale a meritare questi riconoscimenti?

 

Essa sorge in una valle dove c’è un’associazione di circa 4.000 agricoltori, che aveva dei canali irrigui. Abbiamo sfruttato quest’acqua che scorreva “senza scopo” per la nostra centrale. I canali di questi agricoltori, oltre a servire le piantagioni, producono adesso energia elettrica, che loro stessi possono usare al meglio. Si tratta di un esempio di utilizzo plurimo della risorsa acqua, importante anche dal punto di vista ambientale e sociale. Tra l’altro, questa centrale l’abbiamo costruita forti dell’esperienza sviluppata sui canali irrigui della Lombardia, dove abbiamo una ventina di impianti. Esportiamo quindi un’esperienza italiana di livello, sia tecnico, per la realizzazione vera e propria della centrale, che di know how organizzativo, che ci ha permesso di coinvolgere gli agricoltori nello sviluppo del progetto e di trovare i fondi necessari all’opera.

 

Ci può raccontare com’è nata la vostra azienda?

Invitato da alcuni professori e maestri che avevo all’Università di Padova, dove ho studiato ingegneria elettrotecnica, ho fatto uno stage all’estero per fare la tesi. Sono stato in Francia, in una piccola azienda che costruiva impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Nel tempo si è presentata l’opportunità di fare delle cooperazioni in Italia e a quel punto ho coinvolto degli amici con cui avevo fatto l’università, e insieme abbiamo iniziato a operare come società francese. Poi, insieme ad altre realtà imprenditoriali di Padova, abbiamo deciso di dar vita alla Ste Energy. Siamo partiti in tre, nel 1995, oggi il gruppo Sorgent.e ha più di 30 società e oltre 150 dipendenti, di cui una quarantina all’estero. Siamo un piccolo-medio produttore di energia rinnovabile (operiamo anche nel fotovoltaico e nell’eolico) e uno dei più importanti costruttori all’avanguardia tecnologica in questo settore, operando in tre continenti.

 

Qual è il vostro punto di forza?

 

Nel campo delle centrali mini-idroelettriche vantiamo una posizione di leadership, abbiamo delle tecnologiche particolari assolutamente all’avanguardia. Ma operiamo ad ampio spettro, dal fotovoltaico alle centrali a biomassa fino all’impiantistica tradizionale. Noi arriviamo laddove c’è bisogno di un operatore, di un general contractor che dia una soluzione a livello ingegneristico, tenendo conto di aspetti particolari come il risparmio energetico e la cogenerazione. Per esempio, in alcune valli abbiamo sviluppato sia la centrale idroelettrica che quella di riscaldamento a legna, usando poi il teleriscaldamento. Un altro punto di forza è la nostra età media, abbastanza bassa, e la volontà di coinvolgere risorse umane “fresche”, che abbiano voglia di dire la loro professionalmente e che ci aiutino a studiare sempre più nuove soluzioni.

 

Per voi l’innovazione e gli investimenti in ricerca e sviluppo sono quindi fondamentali?

 

Una delle nostre scelte di investimento principale è proprio la ricerca e sviluppo per prodotto e per progetto. Nel primo caso puntiamo su particolari applicazioni e tecnologie per sfruttare i bassi salti, con turbine di nuova generazione, mentre nel secondo ci muoviamo, soprattutto all’estero, cercando di costruire centrali che, come ho spiegato per il caso cileno, si inseriscano nel modo ecologicamente e socialmente migliore possibile.

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