SCENARIO/ Pelanda: ecco cosa fare per evitare una nuova recessione

- Carlo Pelanda

L’inflazione non è dovuta a una ripresa dell’economia e perciò alzare i tassi di interesse, spiega CARLO PELANDA, rischia di far ancora più danni

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Foto Ansa

Famiglie e operatori di mercato osservano con molta preoccupazione gli andamenti dell’inflazione e la tendenza al rialzo del costo del denaro. Hanno ragione, perché il problema non ha soluzioni normali. L’inflazione in atto da noi non è dovuta a un boom economico, dove i prezzi aumentano perchél’ottimismo diffuso porta la domanda dei beni a superare l’offerta e quindi all’incremento dei prezzi per normale dinamica di mercato – infatti l’Eurozona è ancora in ripresa lenta -, ma a una levitazione anomala (per picco di domanda in Asia) dei prezzi del petrolio e degli alimentari.

Questo tipo di inflazione non è contenibile in modi calibrabili nell’Eurozona, e in America, dagli strumenti ordinari di politica monetaria. Se va fuori controllo, la Bce ha il solo strumento di alzare il costo del denaro a livelli tali da mandare in recessione l’economia per ridurre il livello assoluto di domanda di carburanti e, in parte, del cibo. Con una complicazione. Petrolio e alimentari potranno continuare ad aumentare di prezzo anche se l’economia è in recessione in caso di blocchi alla loro produzione o comunque continuazione della forte domanda in Asia. Pertanto, abbiamo di fronte a noi due rischi di caso peggiore: ricaduta in recessione; stagnazionecombinata coninflazione energetica, cioè “stagflazione”.

La Bce comunica che riuscirà a evitarli con rialzi non recessivi del costo del denaro. Ma è difficile crederle, pur comprendendo che ha l’obbligo di produrre fiducia, perché tra il 2005 e il 2008 il rialzo dei tassi non fermò quello dei prezzi energetici e alimentari e arrivò a livelli tali da indurre una recessione, in America ed Europa, oltre a innescare la crisi di insolvenza dei mutui (inizio 2007) nella prima, poi diventata crisi finanziaria a sua volta esplosa (agosto 2008) in megarecessione.

Il punto: la politica monetaria non riesce a tenere sottocontrollol’inflazione energetica e quella alimentare. Chi o cosa lo potrebbe? Una parte del rialzo dei prezzi petroliferi è dovuto a speculazione e al cambio del dollaro, moneta in cui viene fissato il prezzo del petrolio. Combattere i fenomeni speculativi aiuterebbe a calmierare i prezzi? Solo in parte. Il problema è che veramente la domanda tende a eccedere l’offerta a causa dello sviluppo in Asia. Sarebbe più efficace il valore di cambio del dollaro. Quando scende, infatti, i produttori tendono ad aumentare i prezzi con rialzi più che proporzionali.

 

Si potrebbe, inoltre, aumentare l’offerta di petrolio, ma su questo c’è un limite e poco accordo tra i produttori. La Bce, anticipando l’aumento dei tassi in relazione alla Riserva federale, tende a far alzare molto l’euro sul dollaro amplificando così, con effetto controproducente, l’aumento dei prezzi del petrolio. L’unica soluzione, quindi è quella di combinare: (a) un accordo sui cambi; (b) una pressione geopolitica sui produttori; (c) e, pur di peso minore, freni tecnici alla speculazione.

Al riguardo dell’inflazione alimentare, il cibo nel mondo è scarso non solo per le anomalie nella produzione avvenute nel 2010, ma perché aumenta la domanda in Asia. L’unica soluzione è quella di incrementare l’offerta, cosa che in Europa significa togliere i limiti alle produzioni per farla diventare granaio globale.

 

In conclusione, il lettore deve sapere che l’inflazione energetica ed alimentare si può contrastare solo con azioni (geo)politiche – sono inutili o suicide le azioni di politica monetaria – e chiedere che i governi, e non le Banche centrali, diano soluzioni. Prima di tutte quella di ridurre le tasse sui carburanti per tenerne costante il prezzo ed evitare il contagio inflazionistico.

 

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