NUCLEARE/ Forte: Fukushima, un “nuovo” modello per dire sì alle centrali

- Francesco Forte

Togliamo il nucleare dal mito positivo e da quello negativo e cerchiamo di imparare dagli errori. Il rinvio dell’Italia, spiega FRANCESCO FORTE, serve a questo

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Immagine d'archivio

Caro direttore,

la decisione di azzerare la legislazione sulla sicurezza del nucleare, sin qui emanata, in attesa di riscriverla sulla base delle riflessioni internazionali e nazionali, derivanti dall’esame di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo alle centrali di Fukushima, è quanto mai saggia. Ed è la sola idonea a salvaguardare l’opzione per il nucleare, effettuata non su basi ideologiche, ma su basi scientifiche, tecniche ed economiche valide.

Bisogna anche tenere presente che quella nucleare è una energia di base, che risolve solo una parte dei problemi energetici. Sicché rimane valida anche la politica di incentivo alle energie rinnovabili, non di base, sino a renderle economiche senza incentivi. Ciò tenendo conto del rialzo dei prezzi delle energie tradizionali da idrocarburi e da carbone e del costo dell’eliminazione delle loro emissioni inquinanti dannose.

Ciò va perseguito insieme alla valorizzazione economica di tutte le energie rinnovabili domestiche di base (come l’idroelettricità) e al risparmio energetico. Ciò che è accaduto a Fukushima mostra che già ora il nucleare sicuro è fattibile, ma che le regole adottate dai giapponesi e quelle prevalenti attualmente non sono adeguate. Un primo punto riguarda i soggetti che debbono prendere le decisioni, nel caso di gravi incidenti, come quelli susseguenti a un terremoto e, in particolare, a uno seguito da uno tsunami.

Va ricordato che nel caso del terremoto di Messina del 1908, la maggiore devastazione, che si verificò sia per la costiera siciliana che per quella calabra, fu dovuta al successivo maremoto, cioè tsunami. Nel caso di Fukushima si è rilevato che vi era e vi è una procedura macchinosa per cui la società titolare degli impianti a rischio deve chiedere autorizzazioni a varie autorità prima di prendere decisioni, come quella di rilasciare delle emissioni radioattive inquinanti, per evitare lo scoppio degli impianti, che possono generare emissioni molto maggiori incontrollabili.

A monte di ciò, occorre stabilire quanti impianti possono essere collocati in un singolo sito, in relazione a emergenze che possono comportare il rilascio di emissioni radioattivi nell’aria e nel mare. Il gigante di Fukushima è un colosso di sei rettori di 5mila Megawatt totali, ossia un 10% dei 50mila di potenza installata italiana, metà del progetto globale nucleare italiano ora accantonato. Una concentrazione eccessiva.

I valori critici pericolosi dipendono dalla concentrazione della radioattività e quindi la dispersione degli impianti su più siti fra loro distanti riduce le soglie critiche, a parità di potenza totale installata. Va tenuto presente il calore generato dalla reazione nucleare del combustibile che trasforma l’acqua in vapore che aziona le turbine per produrre elettricità. In caso di arresto, alcune barre di controllo, posizionate tra quelle di combustibile, possono essere sollevate e abbassate per fermare la reazione nucleare. In Giappone, le barre di controllo hanno funzionato correttamente. Ma anche se la reazione si ferma, le barre di combustibile continuano a rilasciare quantità enormi di calore, per il decadimento di elementi chimici radioattivi. Per evitarlo vanno immerse nell’acqua di raffreddamento. In Giappone è mancata l’elettricità necessaria ad avviare il sistema di raffreddamento.

I tecnici hanno aggiunto acqua, che ha cominciato a evaporare troppo rapidamente. Le barre sono rimaste esposte all’aria, surriscaldandosi. Con vasche di raffreddamento più grandi, il surriscaldamento avrebbe tardato. Inoltre, la tecnica di raffreddamento, azionata elettricamente, può essere prolungata mediante accumulatori che rilasciano elettricità per qualche giorno e non solo per qualche ora quando saltano i collegamenti per l’alimentazione esterna. Inoltre, occorrerebbe aggiungere al raffreddamento azionato elettricamente la vecchia tecnica azionata in modo endogeno, mediante il passaggio automatico a una camera di raffreddamento, quando il calore in quella ove vi è l’uranio diventa eccessivo.

Il reattore 1 di Fukushima, essendo vecchio, aveva questo tipo di sistema di raffreddamento, gli altri quello azionato elettricamente. Un mese o due prima del disastro si era discusso se si dovesse aggiungere al reattore 1 l’impianto azionato elettricamente e anche se fosse utile aggiungere quello automatico agli altri 5 reattori. Si è concluso che ciò era inutilmente costoso. Ora si vede che sarebbe stato saggio avere i due sistemi, per guadagnar tempo in attesa di provvedere al ripristino degli impianti elettrici. Oltre a ciò, mancavano i robot per eseguire tali operazioni. Invece, bisognerebbe disporre di robot appositamente addestrati per effettuarle. Mancavano i droni (aerei senza pilota). Invece bisognerebbe averne con proboscidi allungabili appositamente predisposte per rilasciare l’acqua di raffreddamento e altre sostanze nei punti necessari, senza disperderle.

Questo è un modesto elenco di osservazioni tratte dalla lettura delle cronache. Serve a dimostrare che le procedure e misure di sicurezza vanno predefinite in modo prudenziale, in dettaglio nella legge sulla base della riflessione su ciò che è accaduto. Esso deriva dalla prevalenza dell’egoismo e della concezione perfettista propria di molti tecnici, che sembrano ignorare che ogni cosa è soggetta a errori e che, perciò, occorre sempre pensare alla alternativa peggiore, non a quella media.

Togliamo il nucleare dal mito positivo e da quello negativo e cerchiamo di imparare dagli errori. Il rinvio serve a questo.

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