GENERALI/ 3. Così la mossa di Geronzi smaschera la guerra del “salotto buono”

- Gianluigi Da Rold

Ieri sono arrivate a sorpresa le dimissioni di Cesare Geronzi dalla presidenza di Generali. La battaglia nell’establishment finanziario, spiega GIANLUGI DA ROLD, non è però ancora terminata

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Foto Imagoeconomica

Arriva come un “fulmine a ciel sereno”, a Mezzogiorno e pochi minuti, la notizia delle dimissioni di Cesare Geronzi dalla presidenza di Generali, la più grande realtà finanziaria (e non solo) italiana. Il grande “boss” della finanza, un allievo alla Banca d’Italia di Domenico Menichella, ha di fatto anticipato un voto di sfiducia che era stato preparato con firme pesanti, tra cui quelle dell’azionista di riferimento, cioè Mediobanca, sia dell’amministratore delegato, Alberto Nagel, sia del direttore generale, Francesco Saverio Vinci.

Il consiglio di amministrazione del Leone triestino, previsto nella sede romana alle dieci del mattino, è così slittato di alcune ore, con la presenza di Geronzi come presidente dimissionario. Ora, al di fuori delle metafore, si può dire che il “cielo non era affatto sereno”. Lo scontro tra l’amministratore delegato, Giovanni Perissinotto, e il vicepresidente di Generali, Vincent Bolloré, era stato ratificato nel consiglio di amministrazione del 16 marzo, quando il raider francese si era platealmente astenuto sul bilancio, facendo trapelare un’accusa di scorrettezza (se non addirittura di falso) nei confronti dell’amministratore delegato.

Ma detto questo, messa in conto anche l’aggressività di Diego Della Valle nei confronti del presidente, si può dire che il colpo di scena è venuto dagli uomini “nuovi” di Mediobanca, con cui Geronzi (anche quando era presidente di piazzetta Cuccia) non è andato mai d’accordo. C’è chi, tra gli osservatori, parla di vera e propria “vendetta”. A una prima visione storica, si può anche dire che Geronzi esca di scena come conseguenza di un mutamento della finanza italiana. Esce infatti di scena dopo Maranghi, Fazio e Profumo, cioè i protagonisti di un’era finanziaria italiana. Ma probabilmente, in questo caso, la vicenda è più complessa.

Un ruolo da regista, in tutta questa vicenda, deve averlo avuto anche un “peso da novanta” come il vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, che ha sfruttato una debolezza nell’asse Geronzi-Bolloré-Tarak Ben Ammar. Il fondo libico, di cui sono probabilmente garanti Tarak e Bollorè, è diventato problematico dopo i fatti in Libia e quindi anche in Unicredit. Si aggiunga a questo la volontà di Geronzi di fare diventare Generali il baricentro della vecchia “galassia del Nord”, spogliando di fatto del suo ruolo Mediobanca.

Insomma, in tutta questa complicata storia, il management triestino (Perissinotto) e milanese (Pagliaro, Nagel e Vinci) si è ribellato aggregando nuovi soci. Tuttavia, affermare che la partita sia finita è abbastanza azzardato. I fuochi che si sono visti ieri in consiglio di amministrazione si ripeteranno in sede di assemblea di Generali prevista per fine mese.

Le dimissioni di Geronzi seguono quelle (martedì sera) di un personaggio come Ana Botin, la figlia del grande capo del Santander. E alcune settimane fa era uscito anche il “re degli occhiali”, Leonardo Del Vecchio. È difficile immaginare che un personaggio come Bolloré accetti senza contropartite la fuoriuscita del presidente con cui ha fatto asse nei “gioielli” della finanza italiana.

Diventa a questo punto quasi inevitabile una resa dei conti in Mediobanca, dove Vincent Bollorè guida il gruppo C, i soci esteri, con nominalmente l’11% e con grandi presenze della finanza internazionale tra cui Santander e Groupama, e ha un collegamento solido con altri esponenti sia del gruppo finanziario, sia dei soci industriali.

Il caso Generali potrebbe avere addirittura una sua definitiva risoluzione il prossimo 30 settembre, quando scadrà il “patto di sindacato” di Mediobanca. Lì, in quella occasione, si capiranno sia le forze in campo, sia quello che hanno realmente in mente. sia loro reale consistenza. Si potrebbe delineare anche una fuoriuscita del gruppo francese, oppure una definitiva spallata che aprirebbe altri scenari. Ma intanto la “guerra”, o almeno una lunga trattativa, si consumerà anche nella stessa Generali.

Se è stato consumato lo “strappo”, con la minaccia di un ordine del giorni contro Geronzi, al momento la presidenza dovrebbe passare a Francesco Gaetano Caltagirone che, certamente, non sta contro Geronzi. E ancora si attende la posizione futura di Vincent Bolloré. I rumors più accreditati spiegano che sta per essere varato un comunicato ufficiale tra i più complicati e che il nodo della questione riguarda soprattutto la posizione di Bolloré. Guardando con un minimo di distacco l’intera vicenda esplosa con le dimissioni di Geronzi, si può dire che la battaglia di Generali, e quindi in quello che resta del “salotto buono”, più che alla fine è solamente all’inizio.

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