FINANZA/ 2. L’Europa resta sotto scacco delle “tre sorelle”

- Mauro Bottarelli

I giudizi della agenzie di rating, spiega MAURO BOTTARELLI, sono sempre più discutibili. Per questo all’Europa converrebbe crearne una indipendente dall’egemonia americana

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Foto Ansa

Standard & Poor’s ha tagliato l’outlook, portandolo a “negativo”, di quattro banche italiane: Intesa Sanpaolo (già declassata da Moody’s a inizio mese), Mediobanca, Bnl e Findomestic. Il motivo? L’agenzia ha spiegato che la revisione è legata all’abbassamento dell’outlook sul rating dell’Italia, che è stato declassato sempre da S&P’s come “negativo” lo scorso 21 maggio.

«La ragione per cui S&P’s ha deciso questa mossa (il downgrade dell’outlook, ndr) mi è sconosciuta, ma dal nostro punto di vista nulla è cambiato. Le agenzie di rating non guidano, ma si fanno guidare». Parole e musica di Pier Carlo Padoan, capo-economista e vice segretario generale dell’Ocse, commentando ieri l’Outlook semestrale reso noto ieri dall’Organizzazione che riunisce i 34 paesi più industrializzati e il Rapporto sull’Italia pubblicato due settimane fa. Insomma, se la cantano e se la suonano. La pensa così Dong Xian’an, capo economista di Peking First Advisory, secondo cui la scelta della società di rating americana verso l’talia è «infondata».

Chi ha ragione, quindi? Una delle tre sorelle made in Usa o la Cina, che attraverso la Dagong Global Rating Co. Ltd, società di rating cinese, l’altro ieri ha abbassato la valutazione della Gran Bretagna di un livello, da AA- ad A+, con outlook negativo, giustificando la scelta con il deterioramento della capacità britannica di ripagare il debito? Mah, una sola cosa è certa: mentre Pechino annunciava il downgrade, Moody’s rendeva noto di avere messo sotto osservazione prospettive e rating proprio di 18 istituzioni finanziarie britanniche, le cui valutazioni incorporano il sostegno ricevuto dal Governo. La nota di merito di 14 di questi istituti, precisa un comunicato dell’agenzia statunitense (che nei giorni scorsi ha messo sotto osservazione anche il rating di Unicredit), è a rischio di “downgrade”.

Ora, la domanda è d’obbligo: c’è qualcosa di sano al mondo? Esiste un’azienda o un Paese realmente AAA? Le nazioni “top class” esistono e sono Norvegia, Svizzera, Danimarca, Singapore, oltre alle gemelle delle commodities, ovvero Australia e Nuova Zelanda, questo almeno stando alla classifica della stessa Dagong, certamente più credibile e attenta ai fondamentali di quelle delle colleghe statunitensi. Per Pechino, gli Usa sono scesi a livello AA, Francia ad AA-, Gran Bretagna A+, mentre Belgio, Spagna e Italia ad A-, pari alla Malaysia. Nel club dell’AA+ salgono, oltre alla Cina stessa, Germania, Olanda e Canada.

E le aziende? Exxon Mobile, Microsoft, Johnson&Johnson, Pfizer e General Electric hanno rating AAA, ma esiste davvero una certezza al riguardo? È possibile fidarsi di persone e agenzie che hanno dovuto addirittura rivedere i proprio criteri di valutazione dopo lo scandalo Enron, il cui downgrade fu volontariamente ritardato – colpendo azionisti e mercato, salvo quella parte che nel frattempo si era posizionata in naked short – a dispetto della rotta da collasso che l’azienda texana aveva imboccato?

Una bella revisione, visto che la stessa Moody’s ha tagliato il rating di Lehman Brothers il 15 settembre 2008, a tre giorni dalla bancarotta: David Einhorn, a capo dell’hedge fund Greenlight Capital, era short sul titolo da mesi e mesi. Solo lui un genio e tutti scemi nelle agenzie di rating? Non ci credo. Certo, quando Standard&Poor’s, attraverso Il Sole 24 Ore, ribadisce, come ha fatto pochi giorni fa, che il suo giudizio non incide sul rendimento dei bond poiché è il mercato a prezzare, viene proprio da ridere. E non lo dice il sottoscritto.

Non la pensano infatti così Rabah Arezki, Bertrand Candelon e Amadou Sy, autori del working paper del Fmi dal titolo “Sovereign rating news and financial markets spillovers: evidence from the European debt crisis”. E nemmeno Stanley D. Smith, Fazal J. Seyyed e Pu Liu, autori per il Journal of Business Finance and Accounting dello studio “The independent impact of credit rating changes – the case of Moody’s rating refinement on yield premiums”. E neppure Douglas Hearth, il già citato Pu Liu e James Felton, autori per la stessa rivista del saggio “The information content of security analyses: evidence from Standard & Poor’s common stock quality ranking changes”, dedicato proprio “all’anomalia S&P’s” e alla capacità dei ratings dell’azienda di influenzare prezzi dei titoli e rendimenti obbligazionari.

Insomma, che fare? E se affidassimo le valutazione delle aziende agli hedge funds, basandoci sulle posizioni che assumono nei loro riguardi? Finora ci hanno sempre preso, a dispetto degli occhi di riguardo delle tre sorelle verso soggetti “sensibili”. Una provocazione, ovviamente l’ultima sortita di S&P’s fa davvero pensare. Se appare infatti normale che al declassamento dell’outlook di un Paese segua quasi sempre un provvedimento analogo per alcune banche dello stesso, fa un po’ sorridere la motivazione con cui la sempre ineffabile Standard&Poor’s l’altro giorno ha rivisto il giudizio su Intesa San Paolo, Mediobanca, Bnl e Findomestic, giudicate troppo dipendenti dal mercato interno.

Scusate, ma non erano le stesse società di rating che da tre anni a questa parte ci dipingevano come rischio mortale le esposizioni estere, l’internazionalizzazione, il profilo globale delle banche e, soprattutto, le divisioni corporate&investment banking? Cosa è cambiato negli ultimi mesi? Se Intesa San Paolo la smettesse di occuparsi di erogazione del credito e gestione del risparmio e si mettesse a impacchettare abs o cdo, S&P’s sarebbe più magnanima?

L’Europa si svegli e dia vita il prima possibile a un’agenzia di rating indipendente, prima che le “tre sorelle” portino a termine la missione di politica estera affidatagli dal governo Usa e da Wall Street.

P.S. Essendo molto bravi nel far credere al mondo che il loro debito sia oro colato, gli Usa hanno ben pensato di offrire supporto di ultima istanza a un altro debito: quello egiziano! Il Cairo, infatti, ha pianificato di raccogliere un miliardo di dollari vendendo Eurobonds per diversificare i prestiti e finanziare il sempre crescente deficit di budget post-Mubarak. I bond a 5 anni saranno garantiti da una “sovereign guarantee” statunitense, tanto che Barack Obama avrebbe promesso al paese 2 miliardi di dollari in garanzie di prestito e annullamento del debito.

Non vi pare che il Congresso dovrebbe dire qualcosa, non a noi ma ai contribuenti Usa di cui si stanno risucchiando i fondi pensione, riguardo al fatto che gli Stati Uniti siano di fatto garanti dell’Egitto? Pensiamo di sì, visto che se per caso il Paese dovesse conoscere un default e i detentori di bond chiedessero il pagamento, secondo voi da quali tasche usciranno quei soldi? Ma le “tre sorelle” tacciono…

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