DOPO IL VOTO/ Così l’Italia può evitare di far la fine della Grecia

- Giuseppe Pennisi

Il risultato dei ballottaggi rende ancor più importante l’avvio di una nuova stagione in campo economico per l’Italia attraverso opportuni cambiamenti. Ce li spiega GIUSEPPE PENNISI

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Foto Imagoeconomica

Per mera coincidenza, il pomeriggio in cui venivano annunciare proiezioni, stime e risultati definitivi dei ballottaggi alle elezioni amministrative, veniva distribuito agli abbonati il Bollettino Mensile di maggio della Banca centrale europea (Bce) e la Reuters mandava on line l’Economic Outlook settimanale di Noha Barkin.

Da ambedue i documenti si trae l’immagine di un’Italia che arranca, il cui tasso di crescita è previsto dalla Reuters ben al di sotto delle stesse deludenti stime Ocse e il cui tasso d’inflazione, se misurato in base ai prezzi all’ingrosso (di norma anticipatori dell’andamento dei prezzi al consumo), è ben superiore alla media dell’eurozona. Il tasso di disoccupazione è più contenuto di quello di altri, a ragione, però, in gran misura dell’istituto della cassa integrazione che mantiene il rapporto di lavoro anche se si resta a casa per periodi più o meno lunghi.

È alla luce di questo quadro che un economista deve esaminare il risultato elettorale e trarne le lezioni per il futuro. I politologi presenteranno letture più raffinate su ciò che il voto vuole dire per i rapporti tra le forze politiche e le probabilità di completamento della legislatura. All’economista preme sottolineare che la situazione ha fortemente inciso sull’esito della chiamata alle urne. Ciò, nonostante il Governo in carica abbia fatto (pur dovendo cedere a compromessi con le corporazioni di settore) qualcosa in campi importanti come il federalismo fiscale, l’università e la ricerca, la pubblica amministrazione e si stia apprestando a varare un riassetto fondamentale del sistema tributario, nonché ad affrontare i difficili nodi posti dall’ordinamento giudiziario.

Tanto il Bollettino Mensile della Bce quanto l’Economic Outlook della Reuters sono positivi in merito alla capacità dimostrata dall’Italia di tenere saldo il timone dei conti pubblici. Lo sono molto meno in tema di riforme strutturali. In un articolo su queste pagine ho già sottolineato come il termine “riforme strutturali” sia stato inteso come modifiche al funzionamento della finanza pubblica (in parte ottenuto) e non come riassetto delle “strutture economiche”, dalle strutture di produzione ai comportamenti di individui, famiglie, e pubblica amministrazione – spesso opportunisticamente rivolto al breve periodo di ciascun particulare (secondo il lessico di Guicciardini) e non al bene comune di medio e lungo periodo della collettività. Governo e Parlamento non hanno dato la “frustata” per sciogliere questi nodi di fondo; quindi non ci si deve sorprendere se sono stati frustati dal corpo elettorale.

E ora cosa fare? La ricetta, paradossalmente, non cambia chiunque abbia responsabilità di Governo, ossia anche nell’eventualità che dopo le amministrative, si decida di sciogliere le Camere, andare alle urne e le attuali forze di opposizione si coalizzino e diventino maggioranza. I problemi sul tappeto restano gli stessi e sarebbe errato guardare all’Europa perché ci tolga le castagne dal fuoco. Proprio il 30 maggio l’Università Cattolica di Lovania diramava un lavoro di Paul de Grauwe per ricordare da quali problemi di “governance” sia afflitta l’eurozona.

L’essenziale è nel trovare un equilibrio tra politica di crescita e tenuta dei conti pubblici in una fase in cui il possibile collasso della Grecia potrebbe contagiare un Paese dalla situazione politica fragile, come sottolineano gli analisti di Standard & Poor’s che hanno abbassato il rating sui nostri titoli pubblici.

Ciò vuol dire: a) riqualificare la spesa pubblica sia aumentando quella in conto capitale (ormai pari all’1,6% del Pil, mentre negli anni Ottanta era attorno all’8%) sia riprendendo una valutazione della suoi risultati, effetti e impatti (mentre le strutture preposte a questi compiti sono in letargo o smantellate); b) rilanciare le politiche di denazionalizzazione e di liberazione (come indicato, ad esempio, nel Nono Rapporto di Società Libera presentato il 25 maggio a Milano e oggi a Roma); c) completare le riforme iniziate negli ultimi tre anni; d) prendere misure specifiche per facilitare l’occupazione dei giovani e delle donne e il netto in busta paga delle fasce più deboli.

Soprattutto, occorre farlo presto prima che monti una marea di protesta analoghe a quelle in atto in altri Paesi dell’Ue.



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