MANOVRE/ 1. Baldassarri (Fli): il rigore di Tremonti fa il gioco della Germania

- int. Mario Baldassarri

Il rigore sui conti, se non accompagnato da misure di sostegno per la crescita, spiega MARIO BALDASSARRI, fa piacere solo alle economie concorrenti alla nostra, come quella tedesca

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Foto Ansa

Nonostante tutte le manovre contenenti tagli, la spesa pubblica dell’Italia è passata dai 373 miliardi di euro del 1990 agli 800 del 2010, rimanendo attestata oltre il 50% del Pil. Nel frattempo, la pressione fiscale è aumentata dal 38% a quasi il 44%, così come le entrate pubbliche sono passate dal 41,8% del Pil al 47%. Negli ultimi 20 anni, inoltre, il debito pubblico è quasi triplicato, passando dal 94% a circa il 120% del Pil, diventando il terzo al mondo. È quanto evidenzia il VI Rapporto sull’economia italiana, presentato la scorsa settimana dal centro studi Economia reale, fondato nel 2005 da Mario Baldassarri, presidente della Commissione finanze del Senato, che ci spiega che questo è avvenuto perché «l’aumento delle tasse e delle entrate è stato sempre vero, mentre i tagli di spesa erano falsi».

Com’è possibile?

Tutta colpa degli andamenti “tendenziali” della spesa. Mi spiego con un esempio: se quest’anno si è speso 100 e per l’anno prossimo viene stimata una spesa “tendenziale” di 130, su cui si propone un taglio di 20, il risultato è che, nonostante il taglio, la spesa aumenta a 110.

Da quanto tempo si usa questo sistema?

Da 30 anni, da quando nel 1978 fu varata la legge 468, quella che istituì la finanziaria. All’epoca ci fu un dibattito, guidato dal sottoscritto e da Andreatta, in cui proponemmo di applicare lo zero-based budgeting (zbb) e ci furono anche incontri con il Congressional budget office americano, che è l’organo di controllo del bilancio pubblico del Congresso, cosa che noi non abbiamo in Italia.

Se è sbagliato basarsi sugli andamenti “tendenziali”, come bisognerebbe comportarsi per costruire una manovra finanziaria?

Teoricamente lo zbb dice che ogni anno ciascuna voce di spesa riparte da zero e si decide quanti fondi metterci. Più semplicemente, è possibile prendere come base di riferimento i dati dell’anno precedente, che sono veri, perché sono entrati nell’economia, e decidere per l’anno successivo di quanto aumentarli o ridurli. Il vera problema di oggi è comunque che le maggiori entrati vanno a finanziare anche gli aumenti della spesa. Questo è comprovato sia dall’ultima manovra del Governo, sia dagli ultimi dati inseriti nel Documento di economia e finanza (Def) di aprile.

Ci spieghi meglio.

Nella manovra approvata un anno fa si prevede un aumento delle entrate (delle tasse) di 48 miliardi di euro, che sono destinati a ridurre di 25 miliardi il deficit pubblico e a finanziare 26 miliardi di spesa corrente in più, togliendo, però, 3 miliardi di investimenti. Nel Def si ripropone esattamente lo stesso schema: i numeri di Tremonti dicono che le entrate aumenteranno di 93 miliardi, di cui 76 serviranno per aumentare la spesa corrente, tolti 8 miliardi di investimenti, e 25 serviranno a contenere il deficit. Nonostante questo, resteranno 45 miliardi di deficit al 2014, che dovrebbero essere l’oggetto della manovra di cui ora si parla.

 

Continuando a fare così, però, il raggiungimento del pareggio di bilancio si allontana.

 

Facendo manovre in cui sia aumentano le tasse e la spesa corrente, riducendo al contempo gli investimenti, evidentemente sia crea una depressione economica. Quindi, l’obiettivo di tagliare il deficit non si raggiunge perché la minore crescita crea più deficit. È un cane che si morde la coda e l’abbiamo visto in tutti questi anni, perché nel luglio del 2008 è stata fatta una manovra triennale che doveva mettere i conti in sicurezza: da quel momento a oggi abbiamo fatto una manovra aggiuntiva ogni sei mesi.

 

Nel Rapporto di Economia reale viene in effetti ricordato che ogni punto di Pil perso determina un mezzo punto circa di deficit pubblico in più. Senza crescita è quindi difficile ottenere il rigore sui conti. Sembra, però, che nessuno ne tenga conto.

 

Sono 30 anni che al ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) non viene calcolato l’effetto delle manovre sull’andamento dell’economia. La prova provata si trova nelle loro tabelle che all’ultima riga hanno l’andamento del Pil che resta uguale sia negli andamenti tendenziali che negli andamenti programmatici, cioè sia prima che dopo le manovre. Rigore e crescita sono quindi gambe dello stesso corpo. Il rigore da solo deprime la crescita, diventa “rigor mortis”. Quel che serve è invece un rigore accompagnato da scelte di politica economica a sostegno della crescita, che poi sono le riforme strutturali promesse da 17 anni dal centrodestra e mai fatte. Questo aiuta anche a migliorare i conti pubblici.

 

Il vostro centro studi, per ottenere dei tagli considerevoli alla voce “acquisti di beni e servizi”, propone di anticipare al 2012 la norma di cui all’articolo 8, comma 5 del DL 78/2010 (riduzione del 5% della spesa annua per consumi intermedi). Perché?

 

Non si tratta solo di anticiparne i tempi, ma anche di estenderla a tutte le pubbliche amministrazioni, perché al momento riguarda solo le spese del governo centrale. Con questa estensione, il perimetro di riferimento non è più di 27 miliardi euro, ma di 137. In pratica si tratterebbe di dare a tutte le amministrazioni pubbliche un budget di spesa su quella voce. I risparmi che si potrebbero creare sono di circa 20 miliardi.

 

E gli altri 25 che occorrono per arrivare ai 45 miliardi che sembrano necessari per la manovra da dove potrebbero arrivare?

Dai contributi a fondo perduto, che ammontano a circa 44 miliardi di euro. Di questi, 15 sono relativi a Ferrovie, Anas e trasporto pubblico locale. Ne restano quindi 29. Trasformandoli in credito d’imposta – quindi modificando il modo con cui si dà il sussidio (non contanti prima, ma credito d’imposta quando l’azienda c’è) – si ottengono risparmi per circa 25 miliardi. Questi 45 miliardi di tagli andrebbero così divisi: 10 per diminuire il deficit, 15 da destinare alle famiglie, 12 per le imprese, 4 alle infrastrutture, 2 a università e ricerca e 2 a difesa e sicurezza. In questo modo, nel 2014 si ottiene il 4% in più di Pil e il deficit viene azzerato.

 

In effetti, secondo le vostre proiezioni, tale manovra, nonostante i tagli di 45 miliardi di euro, determinerebbe una crescita del Pil del 2,11% nel 2012, del 2,06% nel 2013 e dell’1,98% nel 2014. Com’è possibile?

 

Complessivamente nel triennio si avrebbe una crescita del Pil superiore al 4%. Questa sarebbe possibile tagliando non in orizzontale, ma in verticale le due voci di spesa (contribuiti a fondo perduto e acquisti di beni e servizi). Se però ci si limita solamente a tagliare gli sprechi, le malvessazioni, le ruberie, si incide poco sull’andamento dell’economia reale. Occorre che quei soldi “tagliati” vengano messi a disposizione delle famiglie, mediante il coefficiente famigliare, delle imprese, con il taglio dell’Irap, e degli investimenti infrastrutturali, in modo che producano l’effetto di sostenere la crescita, la quale fa sì che ci siano molte più entrate e meno deficit.

 

Sta parlando in pratica anche di una riforma fiscale. Cosa ne pensa di quella abbozzata da Berlusconi nel suo discorso alle Camere prima della verifica?

 

La riforma fiscale non deve essere fatta sulle aliquote, ma sulle famiglie, attraverso deduzioni per carichi di famiglia. Questo perché “lavorare” sulle aliquote avvantaggia i redditi medio-alti e riduce la progressività verticale dell’Irpef, mentre le deduzioni per carichi di famiglia introducono una doppia progressività dell’Irpef: quella verticale, in base al livello del reddito, e quella orizzontale, a parità di reddito, per chi ha più o meno famigliari a carico.

 

Lei parla di deduzioni, non di quoziente familiare.

 

Queste deduzioni introducono una forma di quoziente familiare, ma non come percentuale delle aliquote. La nostra proposta è chiara: 5.000 euro di reddito non tassato per ogni componente della famiglia. In questo modo si alza la no tax area in base al numero dei componenti della famiglia.

 

L’Europa e le agenzie di rating sconsigliano, però, una riforma fiscale in Italia.

 

Questa è una falsa comunicazione, usata strumentalmente da chi non vuole far nulla. Sia la Commissione europea che le agenzie di rating non hanno affatto detto che non si possono tagliare le tasse, ma che occorre tagliare la spesa corrente e azzerare il deficit pubblico. Da questo punto di vista, il Rapporto di Economia reale dimostra che tagliando gli sprechi nella spesa corrente e sostenendo la crescita si ottiene l’azzeramento del deficit. Andare in Europa, farsi dire le cose e interpretarle a modo proprio è una grande furbata. Mi lasci aggiungere una cosa.

 

Mi dica.

Per la Germania, è molto conveniente che l’Italia sia in equilibrio finanziario, così da garantire il pagamento dei suoi debiti, ma contemporaneamente in una crescita asfittica, non competitiva, che si traduce in una minor concorrenza per le proprie merci. Chi fa equilibrio finanziario, strozzando l’economia e riducendo la competitività italiana è automaticamente il miglior ministro dell’Economia della Germania.

 

Sta dicendo che c’è un interesse estero affinché l’Italia resti in una condizione di bassa crescita?

 

Sì e lo si vede: metà delle esportazioni tedesche, che stanno facendo fare il boom economico alla Germania, è destinata ai paesi europei, Italia in testa. Il nostro Paese che garantisce il debito, ma non è competitivo, è il Bengodi per la Germania, perché così ci vende i suoi prodotti.

 

Da quanto ha spiegato prima, mi par di capire che è davvero possibile fare quei tagli selettivi di cui ha parlato anche Mario Draghi nelle sue ultime considerazioni finali.

 

Evidentemente sì. Draghi è stato mio compagno di scuola al Mit di Boston e queste cose ce le hanno insegnate 35 anni fa. Mi rendo conto, però, che un avvocato tributarista non le possa capire, perché non fanno parte del suo bagaglio formativo.

 

Nel Rapporto si evidenzia anche che la responsabilità dell’elevata spesa in Italia è in gran parte da attribuire alle Regioni.

 

Noi abbiamo riportato dati noti e ufficiali: il 53% della spesa pubblica non è deciso dal governo centrale, ma da Regioni, Province e Comuni. E negli ultimi cinque anni la voce di spesa per acquisti di beni e servizi, che è quella che nasconde le ruberie (e lo vediamo ogni tanto con gli scandali di appalti e forniture), è aumentata del 17% a livello delle amministrazioni centrali, del 23% per quel che riguarda i Comuni e del 37% da parte delle Regioni. Inoltre, nello stesso lasso di tempo la spesa per gli acquisti nel campo della sanità, dove è importante il ruolo delle Regioni, è aumentata del 50%.

 

Il federalismo fiscale potrà migliorare questa situazione?

 

Purtroppo no, poiché sono stati stabiliti, grazie all’inciucio tra Lega e Pd, dei costi standard che considerano la media dei costi storici del 2010, che contengono l’aumento anomalo del 50% di cui abbiamo parlato. Io avevo presentato un emendamento per considerare la media dei costi storici del 2005, prima cioè che iniziasse l’aumento anomalo delle spese, riconoscendo poi un aumento pari al tasso di inflazione, ma è stato bocciato.

 

(Lorenzo Torrisi)

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