FINANZA/ Fortis: c’è un’arma segreta per proteggere l’Italia dagli speculatori

- int. Marco Fortis

Ieri la Borsa ha chiuso ancora in rialzo, dopo giorni di sofferenza. Domani, invece, la manovra potrebbe essere approvata dal Parlamento. Abbiamo analizzato la situazione con MARCO FORTIS

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L'atteso vertice tra Berlusconi e Tremonti (Imagoeconomica)

Per la seconda volta di fila, la Borsa italiana ieri ha chiuso in rialzo nel giorno in cui il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha ribadito che la manovra finanziaria sarà approvata in tempi brevissimi, addirittura entro domani. «Visto che i mercati ci guardano sempre con sospetto ed è facile che la speculazione si incunei nelle pieghe della scarsa conoscenza per rifilarci dei colpi sotto la cintura, io credo – ci dice l’economista Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison – che l’approvazione rapida della manovra e, se possibile, un suo miglioramento nel tempo con una più incisiva serie di tagli ai costi della politica e alla spesa pubblica, piuttosto che aumenti di entrate, possa essere il modo migliore di rispondere ai mercati e tranquillizzare gli stessi italiani che devono essere consapevoli che non sono seduti su una polveriera, ma sono cittadini di un Paese che riesce ancora a fare quadrato».

Non è quindi necessario anticipare il pareggio di bilancio già all’anno prossimo come ha suggerito qualche economista in questi giorni?

Mettendo insieme la manovra varata nel 2010 con quella in fase di approvazione del Parlamento, l’Italia avrà un avanzo primario, da qui al 2014, di circa 80 miliardi di euro. Trovo che sia un suicidio fare una manovra, soprattutto se anticipata, per averne 120-150 solo per dare un segnale ai mercati. Il messaggio più chiaro che possiamo dare è spiegare che noi, con la manovra, azzereremo il deficit pubblico entro il 2014 e saremo l’unico grande Paese europeo a farlo. La Francia avrà infatti un deficit al 3%, e dovrà varare una manovra più dura della nostra, così come l’Inghilterra dovrà farla di 100 miliardi di sterline per uguagliare il dato di Parigi. Il nostro è un impegno necessario visto il nostro alto debito pubblico.

A cosa è dovuto questo “fardello”?

È un’eredità degli anni ’70-‘80 che negli anni ’90 si è cominciato a diminuire, ma che la crisi del 2008 ha fatto risalire con la caduta del Pil e con un peggioramento del rapporto deficit/Pil causato da minori entrate e maggiori spese, soprattutto per sostegni all’economia e al lavoro, come la cassa integrazione. Con la crisi siamo entrati in un nuovo mondo che cresce meno e dove l’attenzione sui conti pubblici e privati è più alta. Dal 1995 al 2010, l’Italia ha messo insieme un avanzo primario di 500 miliardi di euro (contro i 230 della Germania). Una cifra che dice molto della nostra serietà, della nostra capacità di fare sacrifici. Ne serviranno ancora, e dovranno farli le classi più abbienti, visto che le altre (lavoratori dipendenti, precari, ecc.) hanno già pagato gli effetti della crisi.

La manovra che sta per essere approvata dal Parlamento è quindi giusta?

La manovra potrà essere considerata positiva o negativa, a seconda delle valutazioni delle parti sociali, ma la cosa importante è che alla fine porti a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio. Il provvedimento apporta dei correttivi di manutenzione sul 2011-12 che servono per finanziare le missioni all’estero e per far fronte ai prestiti per il salvataggio di altri paesi europei (cosa che sembra assurda per un Paese che è stato dato sull’orlo del baratro). Ci sono poi 40 miliardi che si aggiungono ai 44 già previsti dalla manovra dell’anno scorso, che servono allo scopo del pareggio di bilancio nel 2014. L’aver rafforzato il provvedimento relativo alla delega fiscale e assistenziale (15 miliardi), come ha ribadito Tremonti all’Assemblea dell’Abi, è la migliore garanzia che questi 40 miliardi saranno effettivamente stanziati. Spero che ora si possa lavorare meglio per comunicare la serietà del nostro impegno. In questi giorni lo hanno fatto Merkel, Schauble e Lagarde, mentre noi italiani dubitavamo di noi stessi.

 

Pensa sia stato questo il vero problema all’origine degli attacchi speculativi all’Italia?

 

La speculazione si insinua ed è vincente solo se c’è divisione. Questo vale in Europa, ma anche in Italia, soprattutto quando le forze politiche non riescono a vedere al di là del loro naso. C’è stato un “fuoco amico” che ha creato gran parte del caos negli ultimi giorni.

 

Cosa intende dire?

 

Se all’estero qualcuno legge i giornali italiani ha l’impressione che ogni giorno il nostro Paese sia sull’orlo del baratro. Lo saremmo se non avessimo già (senza la manovra di cui si discute) un avanzo primario di 44 miliardi di euro nel biennio 2011-12. Molti osservatori stranieri (l’ho potuto constatare personalmente in questi giorni) non sanno nemmeno che quest’anno avremo già un avanzo primario. Come italiani penso che dovremmo essere capaci di comunicare meglio le nostre cifre, dato che c’è una “guerra” per collocare i titoli di debito nella quale non si guarda in faccia a nessuno.

 

È questo un altro aspetto che ha portato alla situazione degli ultimi giorni?

 

Sì. C’è una situazione critica, in questo momento, dei debiti sovrani in Europa, che sono stati oggetto di un forte attacco, a causa dell’incertezza sulle soluzioni che verranno adottate per la Grecia. L’Italia è stata sicuramente al centro dell’attenzione di questo attacco speculativo: si è voluto quasi saggiare il terreno per vedere se il nostro Paese potesse diventare strumento di destabilizzazione dell’impianto dell’Eurozona. A monte c’è quindi un problema di divisione tra Stati Uniti ed Europa, con i primi che hanno finito la seconda fase del quantitative easing e hanno il problema di collocare i loro titoli di Stato. Senza dimenticare che ci sono state le agenzie di rating, che hanno forse prestato troppa attenzione a soffiare sul fuoco europeo anziché guardare alla situazione americana, dove Obama cerca ancora un accordo con i Repubblicani dopo che il debito pubblico ha sforato il tetto fissato per legge.

 

L’Europa potrebbe cercare di rispondere a questa “offensiva” americana?

L’Europa dovrebbe pensare a creare una propria agenzia di rating, che faccia almeno da contraltare allo strapotere di quelle americane. Sarebbe poi importante dotarsi finalmente degli eurobond, che sarebbero una soluzione non solo per il problema dei debiti pubblici, ma anche per la crescita dei paesi europei. Aiuterebbero a migliorare il denominatore del rapporto debito/Pil dell’Europa e potrebbero essere una buona occasione di investimento per la Cina, anche perché gli Usa in questi ultimi anni hanno perso molta credibilità sul mercato vista la situazione reale dei loro conti pubblici. Del resto, mi sembra che, anche se non ci sono dati ufficiali al riguardo, ci sia un interesse crescente della Cina verso i titoli pubblici dell’area dell’euro, tanto più di un Paese come l’Italia che in questo momento offrono rendimenti interessanti e motivi di sicurezza di fondo.

 

In questi giorni continuano però a circolare voci su un possibile cambio di governo. Pensa che potrebbe creare dei problemi rispetto all’impegno che l’Italia prende con la manovra?

 

Credo che se anche ci fosse un cataclisma politico che ci portasse a votare domani, e a vincere fosse il centrosinistra, il nuovo governo dovrebbe fare lo stesso tipo di politica economica di Tremonti, perché non ci sono altre possibilità: abbiamo preso un impegno con l’Europa che va rispettato.

 

Tremonti intanto sembra pronto a predisporre una legge costituzionale per imporre il pareggio di bilancio all’Italia. Cosa ne pensa?

 

Sarebbe uno segnale importante sia verso l’esterno che sul fronte interno, perché darebbe l’idea di un impegno ineludibile. Non dobbiamo dimenticare che ogni anno l’Italia paga all’estero per la sua bolletta energetica 60 miliardi di euro e 70 miliardi finiscono a rimborsare gli interessi sul debito pubblico: questo è un grosso handicap che influisce sulla nostra crescita e che ci costringe ad avanzi primari notevoli, cioè a sacrifici. Detto questo, ciò non significa che l’Italia non debba affrontare i suoi problemi come il divario Nord-Sud, le infrastrutture inadeguate, l’eccesso di burocrazia, l’evasione fiscale. I più importanti sono però quello della crescita economica, che è evidentemente bassa, ma che non deve essere trasformata in un tam tam mediatico negativo che ci fa perdere ulteriore terreno agli occhi dei mercati, e la necessità di tagliare il debito pubblico: lo possiamo fare perché siamo un Paese con ricchezza diffusa, con molti sprechi, con costi della politica molto alti che possono essere ridotti molto più di quanto annunciato.

 

Cosa si può fare per la crescita?

 

Alcune idee buone cominciano a manifestarsi, come quella lancia da Prometeia che ha immaginato un aumento delle imposte indirette accompagnato da una riduzione del carico fiscale sulle imprese, in particolare quelle manifatturiere esportatrici. Credo che anche un taglio dell’Irap debba essere concentrato soprattutto su chi esporta, così da accrescere la competitività del sistema, anche perché chi sta trascinando ora il Pil italiano è chi esporta. Occorrerebbe comunque uscire da quella sorta di sindrome di un Paese che sembra perduto, perché non è così. Lo abbiamo quasi spinto nelle mani della speculazione in questi giorni con l’incapacità che abbiamo avuto nel comunicare gli sforzi che stiamo facendo. La maggior parte delle critiche ricevute dai colleghi stranieri, infatti, è stata: non conosciamo quello che state facendo. Leggendo i vostri giornali, vedendo da fuori quello che succede, sembrate un Paese nel caos. Invece, come ho cercato di spiegare loro, i dati dicono che le cose le stiamo facendo.

 

(Lorenzo Torrisi)

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