GEOFINANZA/ Vi presento i “cavalieri bianchi” che hanno salvato l’Italia

- Mauro Bottarelli

L’Italia è stato un bersaglio facile per la speculazione americana e ha potuto fortunatamente contare su alcuni alleati per contrastarla. Ce ne parla MAURO BOTTARELLI

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Foto Ansa

Evviva! La Borsa italiana si fa beffe delle speculazione e trascina l’Europa al rialzo! L’asta di Bot annuali di martedì è stata un successo! La manovra passerà in tempi rapidi! Finalmente la politica è tornata a prendere le redini del Paese e dell’economia! Ma fatemi il favore, i giornali e le televisioni, come al solito, stanno prendendovi per il naso. Perché? Provo a spiegarlo.

Quella in atto, infatti, è la prima guerra mondiale tra banche centrali. Da un lato, la Federal Reserve americana, felicissima di vedere crollare a picco le obbligazioni dell’eurozona poiché fortemente interessata a far ritrovare ai propri T-Bills il ruolo di bene rifugio mondiale in fatto di bonds. Ecco quindi muoversi i fondi speculativi che scaricano debito Ue e mettono nei listini di short i principali titoli italiani, bancari in testa, come il “lunedì nero” ci ha dimostrato.

E siccome la speculazione opera nelle dark pools, i circuiti elettronici non regolamentati di proprietà della banche d’affari, anche lo scudo messo in campo dalla Consob si è rivelato assolutamente inutile (tanto più che, dati alla mano, anche prima della geniale intuizione dell’organismo di vigilanza della Borsa, le vendite allo scoperto pesavano pochissimo sui ribassi, pari allo 0,13% della capitalizzazione di Borsa lunedì scorso. Provaci ancora, Vegas), visto che riguardava le vendite allo scoperto solo su circuiti non over-the-counter.

In quelle piscine oscure si può fare tutto, visto che una volta immesso l’ordine nessuno ne vede l’attuazione, solo l’operatore e anche i prezzi non sono riferiti al mercato ufficiale, creando opacità nella prezzatura di titoli e obbligazioni: ciò che in Borsa a Milano è venduto a 35 euro per azione, nelle dark pool può essere scambiato a 32, ecco perché ormai moltissimi operatori usano il router best-price, meccanismo che scandaglia piazze regolamentate e dark pools, acquistando al prezzo migliore il titolo desiderato. Non è un caso che negli ultimi dieci giorni, a fronte di un Borsa milanese che capitalizza pochissimo a livello globale, almeno otto titoli italiani erano nella top 20 dei più trattati su Sigma X, la dark pool di Goldman Sachs.

Inoltre, senza voler evocare nessuna spectre particolare, a dar man forte al blocco atlantico della speculazione, ci sono le agenzie di rating, le vere protagoniste della politica estera statunitense. Come? Agendo da antitesi del libero mercato, visto che coloro i quali dovrebbero emettere delle valutazioni obiettive su aziende, fondi, strumenti finanziari e sistemi paese, sono gli stessi che operano comprando e vendendo quegli stessi strumenti, oggetto di valutazione, nelle proprie attività di gestione: dare un’occhiata a chi compone l’azionariato di Moody’s per capire.

Prendete l’esempio di ieri: l’euro sta artificialmente riprendendosi? Bene, degradiamo l’Irlanda a spazzatura. Chi offre di più all’asta del terrorismo finanziario? L’America, oltre ad avere dati macroeconomici da recessione, ha poi l’enorme problema del suo debito pubblico, visto che entro il 2 agosto il Congresso dovrà raggiungere un accordo sull’innalzamento del tetto di debito – già raggiunto, a quota 14,3 trilioni di dollari – oppure farà default, non riuscendo a tenere fede agli impegni verso gli investitori internazionali pagando interessi e cedole.

Un guaio duplice, visto che da un lato per evitare di sfondare il tetto, il segretario al Tesoro, Tim Geithner, ha già disinvestito dai fondi pensione federali 120 miliardi di dollari per pagare gli interessi in scadenza mentre, dall’altro, occorre attrarre investitori, dato che con la fine del secondo round del programma di acquisto della Fed, bisogna piazzare il debito Usa sul mercato e non solo farlo comprare agli americani attraverso i soldi stampati a pioggia da Ben Bernanke.

Ma se l’America ci attacca, qualcuno ci difende: la Cina. Martedì mattina, infatti, nelle sale trading è successo qualcosa che ha lasciato stupiti non pochi operatori, di per sé già nervosi per l’asta di Bot annuali che si sarebbe tenuta di lì a poco. Pechino, infatti, aveva abbandonato la postura da cavaliere bianco dell’Europa ed era entrata nella fase operativa, spalleggiata dalla Banca centrale svizzera e dalla Bce, comprando bond periferici europei e facendo ridurre il valore dei Bund tedeschi e quindi lo spread, impennatosi a 330 punti base rispetto ai Btp decennali. Un intervento a orologeria che sembra orchestrato ad arte per mantenere a livelli in salita, ma ancora accettabili, i rendimenti che Roma ha pagato ieri per piazzare 6,75 miliardi di euro, visto che a fronte di un trading overnight impazzito che sembrava voler replicare il caos del 15 settembre 2008, data del crollo di Lehman Brothers, in mattinata qualcosa è cambiato. Il Bund, infatti, bruciava tutti i guadagni di lunedì sui contratti Settembre, con un aumento di soli 12 ticks rispetto al giorno precedente a quota 129,26: la Cina si era mossa acquistando in massa debito periferico, in trio appunto con Bce e Banca centrale svizzera e aveva portato i rendimenti tedeschi a 10 anni al 2,65%, facendo respirare l’Italia e tutti gli altri cosiddetti Pigs.

Dopo aver comprato massicciamente euro negli ultimi due mesi (motivo per cui fino a pochi giorni fa la divisa europea non aveva mai rotto il supporto di 1,42 sul dollaro, nonostante la situazione greca), la Banca centrale cinese ora si sposta sul fronte obbligazionario per proteggere i suoi interessi strategici in Europa, messi in pericolo dagli Usa e dalla loro politica aggressiva. Spread in calo e aste piene, come anticipato, anche grazie alla Svizzera, la quale martedì mattina osservava terrorizzata un franco record a 1,15 sull’euro e si comportava di conseguenza, tentando di rianimare Europa ed euro nel suo interesse nazionale.

E a confermare l’intervento delle banche centrali, Bce in testa, ci ha pensato martedì pomeriggio Willem Buiter, capo economista di Citigroup, secondo cui «Francoforte interverrà in qualsiasi modo sarà necessario all’asta italiana di Btp prevista per giovedì. Se non lo farà, l’asta facilmente fallirà». Anche oggi, quindi, giorno dell’asta di Btp decennali, tutto andrà bene grazie alle mosse dei giganti salvatori? Attenti a dare troppo per scontato. Ieri, infatti, si è scoperto che la “pantera silenziosa” intervenuta all’asta di martedì è stata sì la Bce ma attraverso un mezzuccio: lungi dal comprare realmente carta, ovvero obbligazioni dei periferici, l’Eurotower si è limitata a un’Owic (Offers Wanted in Competition), ovvero ha chiesto i prezzi dei bond sovrani martedì facendo presupporre un interesse, ma non li avrebbe acquistati, utilizzando il principio in base al quale se il mercato percepisce che la Bce è pronta a comprare, allora vale la pena buttarsi. Così è stato. Ma questa strategia ricorda molto quella di chi grida “al lupo, al lupo”, può durare per un arco limitato di tempo, poi, se ti fanno tana, si rischia che l’asta vada deserta e allora i guai diventano davvero grossi. Pressoché ingestibili.

Tanto più che il rischio giunge anche dal fronte cinese. Per Stephen Jen della SLJ Macro Partners, se da un lato è chiaro che Pechino ha già comprato 50 miliardi di bonds del cosiddetto Club Med mantenendolo a galla, dall’altro la pazienza cinese potrebbe non essere eterna: «L’appetito cinese per le obbligazioni periferiche europee non è illimitato. Le perdite di capitale già subite da Pechino sono sostanziali e quando la Cina smetterà di comprare bonds spagnoli, questo segnerà un punto di flessione nella crisi del debito europea». Insomma, dita incrociate per l’asta di oggi. E meno titoli trionfalistici.

 

P.S. Dopo il blitz contro le vendite alla scoperto, la Consob ha imposto lo stop al prestito di titoli e il richiamo di quelli già prestati a tutti gli investitori istituzionali, comprese le Fondazioni bancarie, che, come si sa, sono vigilate dal ministero dell’Economia. Per la Consob, infatti, non è possibile escludere sussulti del mercato e il prestito dei titoli è in moltissimi casi il presupposto materiale della vendita allo scoperto.

Mi viene un dubbio? Non è che sfruttando l’attacco speculativo contro le banche italiane, Fondazione Cassa di Risparmio Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Carimonte Holding e Gruppo Allianz – ovvero il nocciolo che con il 14% controlla di fatto Unicredit dopo l’adios di Alessandro Profumo – hanno pensato di far scendere ancora più in basso il titolo e poi fare il cavaliere bianco entrando con una grossa percentuale nell’azionariato o lanciare un’Opa ostile? Mi conoscete, tendo sempre a pensar male. Ma, questa volta, mi sa che anche alla Consob hanno fatto lo stesso ragionamento.

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