IL CASO/ Sapelli: l’enigma delle privatizzazioni risolto da una “fiaba”

- Giulio Sapelli

GIULIO SAPELLI riporta un racconto che può essere molto utile in questi giorni in cui si parla di privatizzazioni quale soluzione al problema dell’alto debito pubblico italiano

Sfinge_GizaR400
La Sfinge di Giza (Foto Ansa)

Un vecchio amico, or ora giunto dalla monarchia di Cacuania, mi ha raccontato questa storia che mi piace trasmettere ai lettori. Mi ha assicurato della sua veridicità: «Un venditore di privatizzazioni camminava nel deserto calcolando freneticamente quanto il regime dei neoclassici – una setta molto ricca ed endogamica, che aveva preso il potere in Cacuania da circa vent’anni secondo i dettami della monarchia universale neoclassica di rito scozzese – avrebbe raccolto per il tesoro di Stato con le privatizzazioni.

Quella somma sarebbe servita per far fronte al debito che Cacuania aveva accumulato ingigantendo forsennatamente la dimensione della spesa necessaria per far fronte alle devoluzioni previdenziali sanitarie e scolastiche di una popolazione povera e vorace. La voracità derivava dal fatto che via via tutte le forze vitali dei poveri erano state prosciugate dall’assistenza statale e dalla trasformazione in società capitalistiche di tutte le mutue e le cooperative che un tempo i poveri possedevano. Tutto ciò aveva esaltato la folla che molto consumava, ammalandosi d’ogni sorta di virus, e tutto pretendeva, invocando diritti senza doveri a iosa.

Camminando il venditore venne a trovarsi dinanzi alla Sfinge che improvvisamente s’era eretta dinanzi a lui, troppo impegnato a far calcoli per ammirare il magnifico paesaggio. “Dove sei diretto, venditore?”, gli domandò la Sfinge. “Ovunque io possa vendere le proprietà dello Stato, comprese delle anime che in esse operano”. “Ma che ne sarà di queste proprietà allorché i compratori le avranno in loro possesso?”. “Non mi cale di nulla questa domanda: sia ciò che ha da essere. Ciò che conta è portar soldi al tesoro”.

“Ma come si farà a costruir strade e ponti, a far gas ed elettricità come un tempo se chi compra sminuzza queste proprietà e le vende purchessia? Ciò che si guadagna in denaro si perde in crescita economica della Cacuania e in tasse e dividendi che possono contribuire a far girare – come dicono i semplici – l’economia”. “Vi ho già detto che non mi cale la questione e poi ho qui un prontuario redatto da migliaia di economisti della monarchia universale neoclassica di rito scozzese che mi spiegano come dopo le privatizzazioni non solo si eliminerà il debito, ma anche che la popolazione finalmente capirà che la crisi economica non esiste e non è mai esistita, come i sacerdoti neoclassici del resto proclamarono di già anni or sono, prima che questa malefica illusione che vi fosse e vi sia la crisi s’impadronisse dei poveri”.

La Sfinge era assorta nella meditazione e solo quando il venditore si girò su se stesso con gli almanacchi della privatizzazione – su cui sfolgoravano carceri di lusso e caserme centenarie pronte alla vendita agli amici dei neoclassici, invece che trasformarsi in case a proprietà municipale, come succedeva negli stati confinanti Caucania – s’accorse che il venditore camminava arrovesciato a testa in giù e a piedi in su, come se fosse un miraggio, una Fata Morgana del deserto destinata a scomparire allorquando ciò che di giardino rimaneva attorno ai poveri si sarebbe trasformato in deserto.

La Sfinge, mentre osservava l’immagine del venditore dissolversi nell’aria, iniziò a intravvedere tra le dune gruppi di persone, famiglie con anziani e bambini, poveramente vestiti, intenti a tirar su acqua dalla falda che stava sotto la sabbia. I più anziani decidevano quanta acqua andava distribuita a ogni famiglia in base ai figli e alle braccia che lavoravano.

Non si spendeva un soldo del tesoro di Cacuania, perché a tutto provvedeva il risparmio mutualmente raccolto tra le assetate famiglie. E così vedeva orti nascere e rinascere e il deserto via via ritrarsi e venir sostituito da verdi campi. Anche qui non era giunto il dominio dello Stato, quanto invece il dono del lavoro e della fatica solidale mutua che creava ricchezza da distribuire e conservava in salute e in pace le popolazioni».

Ecco il racconto del mio amico, per lunghi anni esiliato dalla monarchia universale neoclassica perché negava il dogma che il mercato sempre raggiunge il più perfetto degli equilibri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori