FINANZA/ 2. Perchè una patrimoniale di “destra” contro i piccoli risparmiatori?

- Lorenzo Torrisi

Nella manovra finanziaria è stato confermato l’aumento dell’imposta di bollo sui depositi titoli, una sorta di patrimoniale che, spiega LORENZO TORRISI, Berlusconi farebbe bene a spiegare

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Foto Ansa

“Nessuna patrimoniale ma economia più libera”. Era questo il titolo della lettera scritta a Il Corriere della Sera dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il 31 gennaio scorso, nella quale spiegava perché il suo governo era contrario allo strumento fiscale proposto nelle settimane precedenti da Giuliano Amato e Pellegrino Capaldo. Oggi Berlusconi dovrebbe forse riprendere in mano carta e penna e spiegare agli italiani perché nell’arco di cinque mesi il suo governo ha deciso di compiere una piroetta di 180 gradi.

Certo, quella che è stata ribattezzata non a torto “patrimoniale” contenuta nella manovra finanziaria firmata ieri dal Presidente della Repubblica e pubblicata in serata in Gazzetta Ufficiale (e in vigore da oggi) è di entità inferiore a quella ipotizzata dal “dottor Sottile”. Tuttavia è forse più subdola e meno rispondente a criteri di “giustizia sociale”.

Quando in questi ultimi anni, nel corso di diversi convegni, si è sentito Tremonti scagliarsi contro i banchieri che pasteggiavano a caviale e champagne, gli speculatori, i pescecani della finanza, rei di aver causato la Grande crisi del 2007/2008, in molti hanno applaudito, sposando spesso anche l’idea di colpirli con un aumento delle tasse. In pochi, però, immaginavano che a quanto pare il ministro facesse riferimento anche ai “cassettisti”, ai piccoli soci di banche popolari, ai pensionati possessori di Bot. Tutte persone che hanno bisogno di un deposito titoli in banca per acquistare titoli di Stato, azioni di società da cui si aspettano un rendimento di medio-lungo termine (spesso negli anni le preferite sono state le partecipate dallo Stato) o delle quali vogliono poter partecipare alla gestione attraverso le assemblee dei soci. Tutte persone che, attraverso questi investimenti gestiti, pagano anche regolarmente la tassa sul capital gain. Tutte persone che se vogliono mantenere il possesso di questi titoli dovranno versare un’imposta che aumenta del 250% rispetto a quella in vigore fino a ieri e che nel 2013 potrebbe persino crescere oltre il 1000% di quel che era.

Tutto questo in barba alla retorica sulla difesa dei “Bot-people”. Infatti, chi possiede azioni, obbligazioni, fondi comuni di investimento, etf, certificati di investimento, pronti contro termine, buoni postali fruttiferi vedrà, secondo quanto scritto nel testo della legge delega sulla riforma fiscale (non nella manovra e, perciò, non subito) salire l’imposta sul capital gain dal 12,5% al 20% (con un aumento, quindi, del 60%). Questo non capiterà ai possessori di titoli di Stato, i quali, però (a meno che non siano investitori istituzionali), come si è letto da più parti in questi giorni, con l’aumento dell’imposta di bollo sui depositi vedranno il rendimento dei loro titoli tendere allo zero.

Certo, non siamo ai livelli dell’11 luglio del 1992 (sembra che l’estate sia il periodo prediletto per certe manovre), quando Giuliano Amato, allora Presidente del Consiglio, varò un decreto che conteneva un prelievo forzoso (e retroattivo al 9 luglio) dello 0,6% su tutti i conti correnti bancari. Se non altro perché lo “scippo” allora fu giustificato dalla necessità di mettere al riparo il nostro Paese dalla speculazione sulla lira (battaglia poi persa) e non ci fu possibilità di “fuga” per nessuno.

Non c’è dubbio che non sia entusiasmante chiudere eventuali posizioni in perdita possedute solo perché si sono comprate azioni prima della Grande crisi o perché si è deciso di investire in una società che è stata poi condannata a un megarisarcimento milionario o che si è vista fortemente ridurre la possibilità di profitti grazie a un referendum. In ogni caso, se si vuole scampare alla batosta ci sono alcune strade.

Si potrebbero spostare i propri capitali sui tradizionali conti correnti bancari, che però hanno attualmente un rendimento lordo dell’1,25% (ma già oggi la Bce potrebbe farlo salire all’1,5%), su cui l’imposta, sempre secondo i desiderata della legge delega sulla riforma fiscale, passerà dal 27% al 20% (e non si dica che il governo non abbassa le tasse visto questo “sconto” di circa il 26%!). Oppure si potrebbero scegliere i vari conti deposito che con formule diverse arrivano a garantire un rendimento intorno al 4% se si vincola il capitale per un certo numero di mesi. Un’altra ipotesi è quella di investire in polizze vita (i cui rendimenti però non sono in doppia cifra) sebbene non si possa escludere che anche qui l’aliquota del 12,5% (che poi si riduce del 2% all’anno, una volta superata la scadenza decennale) possa subire un ritocco all’insù. Infine, un’altra soluzione è quella di utilizzare strumenti finanziari come i contract for difference (cfd).

Quest’ultimi sono acquistabili tramite apposite piattaforme e hanno come sottostante azioni, indici, valute, materie prime e opzioni, di cui seguono il prezzo reale di negoziazione sui mercati tradizionali. Molti di essi coprono anche i principali titoli azionari italiani, con il vantaggio di non possederli direttamente. Ciò vuol dire che non occorre avere un deposito titoli. Inoltre, spesso gli intermediari non sono sostituti d’imposta, quindi le eventuali plusvalenze devono essere dichiarate direttamente dagli investitori al fisco italiano. Ciò che si paga all’intermediario è solo una commissione sulla transazione (in alcuni casi è gratuita) oppure un costo di finanziamento (anche questo a volte pari a zero) per entrare in possesso dello strumento finanziario. Questo può voler dire che più giorni viene tenuta aperta una posizione, più si paga. Il che è dunque sconsigliato (tranne nei casi di piattaforme con costi nulli) ai “cassettisti”.

Certo è che questa via di fuga porta i soldi dei cosiddetti “piccoli risparmiatori” italiani lontano da Piazza Affari (non ci si lamenti poi della mancanza di liquidità per le società quotate), in mercati potenzialmente rischiosi (dato che i cfd offrono la tanto vituperata e pericolosa “leva”) e lontano dai riflettori del fisco. Senza dimenticare che se tutti “fuggono” lo Stato non incasserà tanto facilmente i circa 8,8 miliardi di euro previsti e quindi il Governo dovrà presto approntare una nuova manovra “correttiva” per raggiungere l’eldorado del pareggio di bilancio.

Scriveva Berlusconi nella già citata lettera del 31 gennaio: “Prima di mettere sui ceti medi un’imposta patrimoniale che impaurisce e paralizza, un’imposta che peraltro sotto il mio governo non si farà mai, pensiamo a uno scambio virtuoso, maggiore libertà e incentivo fiscale all’investimento contro aumento della base impositiva oggi nascosta”. Qualcosa evidentemente non torna più.

Per tutto il 2010, e anche all’inizio dello scorso mese di giugno, ci siamo sentiti ripetere dal Premier, in sede europea come in Italia, che “siamo un Paese solido: abbiamo un debito elevato, ma un risparmio privato molto forte”. Per quanto ancora, visto quel che è previsto con la nuova manovra e quanto in arrivo con la legge delega sulla riforma fiscale? Sarà poi difficile per gli esponenti della maggioranza sostenere, come fatto negli ultimi anni in tv e sui giornali, che la pressione fiscale in rapporto al Pil in Italia  è aumentata in ragione di una diminuzione del denominatore.

Sarà altrettanto difficile, dopo aver incolpato l’Udc e Gianfranco Fini delle mancate riforme promesse nell’arco degli ultimi dieci anni, trovare un nuovo capro espiatorio per un altro buco nell’acqua. Sempre nella lettera del 31 gennaio, Berlusconi proponeva infatti la sua alternativa alla patrimoniale “di sinistra”: la famosa frustata al cavallo dell’economia, un’operazione capace di “portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni”. Dopo cinque mesi di questa frustata si è persa ogni traccia. Se ciò è dovuto a un alleato della maggioranza o a un particolare membro del governo, Berlusconi lo dica chiaramente e lo faccia sapere ex ante (e non più ex post) agli italiani.

La speranza è l’ultima a morire, ma difficilmente la patrimoniale “di destra” verrà cancellata con un colpo di bianchetto in fase di conversione del decreto in legge oppure attraverso una “miracolosa” diminuzione delle tasse attraverso la riforma fiscale (dato che si continua a ripetere che manterrà costante il carico impositivo). Forse allora il Cavaliere farà bene a prepararsi a un’altra frustata: quella che riceverà dagli elettori, dato che la precedente subita con le elezioni amministrative non sembra essere bastata.

P.S.: Già che c’è, Berlusconi, oltre a chiarire le ragioni della patrimoniale da 8,8 miliardi di euro, potrebbe scrivere agli italiani per spiegare come mai la spesa pubblica (al netto degli interessi sul debito pubblico) crescerà nel 2013 di oltre 20 miliardi rispetto al 2010. Non è stata forse appena varata una manovra di tagli?

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