FINANZA/ 1. Deaglio: così il Tea Party spinge gli Usa (e l’Europa) alla deriva

- int. Mario Deaglio

Negli Usa l’accordo raggiunto tra Obama e i Repubblicani non è che una tregua armata che non promette nulla di buona. Ci spiega perché MARIO DEAGLIO

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Foto Imagoeconomica

All’origine del downgrade del rating Usa da parte di Standard & Poor’s ci sarebbe l’importanza sempre maggiore degli estremisti Repubblicani del Tea Party, che vogliono approfittare del debito americano per scardinarne il welfare. Lo sostiene Mario Deaglio, professore di Economia Internazionale all’Università di Torino ed editorialista de La Stampa. Al termine di un lunedì convulso, con l’indice Dow Jones che ha chiuso al -5,55%, e della giornata di ieri che ha tentato una ripresa, l’esperto di economia ritiene che l’origine di quanto sta avvenendo sia tutta politica, e vada cercata nello scontro in atto negli Usa. Dove l’accordo sulla riduzione del deficit, raggiunto da Obama e dai Repubblicani, sarebbe nient’altro che una tregua armata che non promette nulla di buono.

Professor Deaglio, domenica la Bce che ha annunciato che è pronta ad acquistare i bond di Italia e Spagna. Significa che i problemi dei due Paesi sono stati risolti?

Decisamente no. Questa decisione ci dà soltanto più tempo e rappresenta un sollievo temporaneo, ma non è affatto una soluzione definitiva.

Dopo le misure del nostro governo, qualcuno ha parlato di Italia “commissariata”. È davvero così?

Sì e no. L’entità della manovra richiesta all’Italia rispetto al nostro Pil e al nostro debito è sicuramente inferiore rispetto a quella di Grecia e Portogallo. La Grecia ha dovuto compiere un intervento da 80 miliardi, se noi avessimo dovuto fare lo stesso con il nostro debito la cifra sarebbe stata di alcune centinaia di miliardi. Restiamo quindi più legati ai fatti e meno alle iperboli. L’Ue sta vivendo quella che il mercato percepisce come una crisi, anche se in realtà negli ultimi mesi non è cambiato nulla. Quanto sta avvenendo all’Italia, domani potrebbe capitare a qualsiasi altro Paese europeo. Proprio per questo l’Ue ha creato un organismo di coordinamento delle politiche economiche nazionali che è in grado di influenzare le politiche nazionali, anche se “commissariare” è un termine troppo forte.

Perché?

Nel caso della Grecia i provvedimenti finanziari sono stati presentati al Parlamento dopo avere ottenuto l’approvazione di una commissione che comprendeva un rappresentante del Fmi, uno della Bce e uno dell’Ue. Il motivo è che non ci si fidava della Grecia, in quanto precedenti articoli di legge erano stati falsati e le promesse non erano state mantenute. L’Italia al contrario ha mantenuto tutte le promesse fatte, anche a costo di sacrificare la sua crescita: tanto è vero che siamo il Paese che cresce meno, proprio perché abbiamo tenuto fede ai patti sul debito.

Perché l’accordo tra Obama e i Repubblicani non ha placato i mercati?

Innanzitutto, gli Stati Uniti sono un Paese debitore al quale può essere vietato per legge di saldare i debiti, se questi superano un certo tetto. L’accordo raggiunto incrementa il tetto del debito di 2.100 miliardi di dollari, e così dà al Tesoro Usa un piccolo margine di libertà in più, che però nel giro di qualche mese sarà eroso. Quindi gli Usa in questo momento non hanno una politica economica sicura. Il tetto del debito, che è una stranezza americana, è stato usato solo in rare eccezioni e con scopi non politici, ma tecnici. Questa volta invece è stato utilizzato dal Tea Party, cioè dalla corrente più radicale dei Repubblicani che controlla uno dei due rami del Parlamento, con finalità decisamente ideologiche. Ciò a cui mirano è sfruttare il tetto del debito per scardinare tutta la struttura della spesa pubblica, distruggendo il sistema di welfare così come gli Usa l’hanno concepito negli ultimi 80 anni.

Che cosa intende dire?

L’accordo preliminare tra Obama e i Repubblicani implica una riduzione pesante della spesa pubblica, che deve essere attuata per una metà su welfare e sanità e per una metà sulle spese militari. E si parla di migliaia di miliardi di dollari. Le lascio immaginare le conseguenze che avrà a livello sociale.

E quali sono invece le conseguenze finanziarie?

Quanto avvenuto significa che gli Usa non sono più quelli di prima: oggi sono meno affidabili di ieri. Questo non significa probabilmente che non possiamo più acquistare i titoli del Tesoro Usa a due o a tre mesi. Ma se io fossi un banchiere e dovessi dare un credito a un Paese come gli Usa, dovrei certamente tenere conto del fatto che è più rischioso di quello che era prima.

Comunque il rating passa da AAA ad AA+, che è come dire da ottimo a buono. Ritiene che sia così drammatico?

Userei la parola drammatico con più parsimonia. Ma se lei fa un concorso cui possono partecipare solo gli studenti che hanno preso ottimo, il downgrade a buono ha un peso. Ed esistono dei fondi che accettano solo i titoli con tripla A, e quindi questi fondi ora venderanno tutti i titoli americani in loro possesso. E questo acuisce le difficoltà degli Stati Uniti, provocando una riduzione del prezzo dei loro buoni del Tesoro e del loro tasso di interesse.

Ha ragione il Tesoro degli Stati Uniti ad affermare che Standard & Poor’s avrebbe sbagliato i calcoli?

Quando il Tesoro ha obiettato che il downgrade non teneva conto della manovra attuale, Standard & Poor’s ha risposto: «Sì, ma nel complesso il nostro giudizio è politico». E le motivazioni sono quelle che le ho spiegato prima. In teoria, le agenzie di rating non dovrebbero dare segnali politici, bensì certificare la situazione finanziaria di un Paese. Implicitamente però il downgrade del rating Usa contiene un segnale politico, ed equivale a dire: «Se continuate così subirete ulteriori downgrade».

Ritiene che dopo il downgrade Cina e Giappone possano non investire più sul debito Usa

Cina e Giappone da qualche tempo stanno investendo relativamente poco sul debito Usa. Quello che possono fare, e la Cina l’ha già fatto da parecchio tempo, è variare il tipo di titoli americani su cui investono. Stanno cioè aumentando la quota degli investimenti in titoli a breve termine, cioè con una scadenza non superiore a sei mesi, e nello stesso tempo riducendo fortemente la loro esposizione sui titoli a lungo termine.

(Pietro Vernizzi)

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