FINANZA/ 2. Passera: l’Italia non rischia la recessione

- int. Corrado Passera

CORRADO PASSERA, ospite del Meeting di Rimini, ci spiega in questa intervista come l’Italia può rimettersi sul sentiero della crescita, mentre crescono i timori di una recessione globale

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Corrado Passera (Foto Imagoeconomica)

La settimana dei mercati finanziari è cominciata con un tentativo di rimbalzo dopo che la precedente era stata dominata dai ribassi delle Borse dovuti ai timori di una nuova recessione globale. Un’ipotesi che Corrado Passera, Ceo di Intesa Sanpaolo, oggi ospite al Meeting di Rimini, ritiene ancora remota. L’Italia, in particolare – spiega Passera a ilsussidiario.net – ha tutte le carte in regola per rimettersi sul cammino della crescita economica.

Dalla sua posizione di osservazione “privilegiata” di Ceo della principale banca italiana, come giudica lo stato di salute dell’economia del nostro Paese?

Non vedo ragioni per prevedere a livello mondiale, né europeo, un ritorno della recessione. Molte cose che stanno succedendo possono spingere in quella direzione, ma la recessione è assolutamente evitabile. Il nostro Paese ha infatti le forze e le energie per poter riavviare una fase di crescita. Tuttavia, bisognerà fare molto di più. Se gli unici interventi sono tagli e austerità, senza investimenti sul futuro, è difficile che si possa riavviare una fase di crescita.

Cosa occorre allora?

Perché ci sia la crescita c’è bisogno dell’impegno di tutti, innanzitutto delle imprese, che devono essere messe in condizioni di meglio lavorare e svilupparsi. Infatti, per quanto le aziende possono essere concorrenziali, se non hanno intorno un sistema-Paese che funziona – dalle infrastrutture al sistema della giustizia, fino all’istruzione, la formazione e l’efficienza della pubblica amministrazione – difficilmente potranno raggiungere quel livello di produttività che poi gli permette di essere competitive sui mercati internazionali. Va però detto che lo sviluppo non è fatto solo di competitività.

A che cosa si riferisce?

Serve anche la coesione sociale e per questo è importante il welfare, che va rafforzato sia a livello previdenziale che sanitario, fino al sostegno alle famiglie e all’integrazione degli immigrati. Dobbiamo poi mettere energia nel sistema: un’energia che arriva dalla mobilità, dalla meritocrazia, dal riassetto del sistema decisionale, sia amministrativo che legislativo, che si è imballato nel nostro Paese e che deve essere rimesso in condizione di funzionare. Occorre quindi un impegno da grande politica, che chiama tutti ad assumersi le proprie responsabilità. Se non lo faremo, la stagnazione è certa e con essa il rischio non solo di perdere tante conquiste di questi anni (prima di tutto, appunto, il welfare), ma di non dare una soluzione al problema numero uno, che è l’occupazione.

Il modo con cui il nostro Paese affronterà la crisi dipende anche dalle decisioni assunte a livello europeo. In questo senso, la scorsa settimana Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno proposto la creazione di un “governo economico” unico. Cosa ne pensa?

L’Europa ha fatto tanti passi avanti, si è data una moneta comune e al momento della crisi si è resa conto che l’euro non bastava da solo per uscirne e per competere con le altre grandi aree economiche del mondo. Quindi un governo comune dell’economia è il prossimo passo del disegno europeo che dobbiamo fare. Certo, in questo momento non sembra che ci stiamo muovendo in questa direzione, perché la gestione della crisi non è passata attraverso i meccanismi comunitari, ma è stata “intergovernamentale”, e le misure prese sono state spesso inefficaci. Credo quindi che in Europa ci si debba dotare di strumenti comuni di gestione dell’economia, ma anche della finanza, perché una valuta comune necessita anche di mezzi per gestire i mercati di questa valuta stessa: cosa che oggi abbiamo solo in parte.

 

Cosa pensa degli eurobond, che la Germania ha recentemente bocciato?

 

Gli eurobond sono uno degli strumenti che possono essere utilizzati in un’economia gestita in modo comune. È chiaro, però, che prima di dotarci di uno strumento così impegnativo e così solidalmente responsabile per tutti i paesi europei, dobbiamo fissare delle regole che siano accettate da tutti. Non si potrà quindi arrivare all’uso degli eurobond finché i paesi dell’Eurozona non adotteranno regole compatibili, per esempio quella di assicurare i bilanci in pareggio addirittura a livello costituzionale. Credo che il passaggio a regole comuni sia ineludibile, dato che gli eurobond diventerebbero una responsabilità comune.

 

Nelle ultime settimane, gli andamenti della Borsa hanno penalizzato molto Piazza Affari. Sono giustificate, secondo lei, le preoccupazioni degli investitori sull’economia italiana?

 

Molti prezzi di Borsa non hanno ormai nulla a che vedere con i fondamentali delle aziende. Attraversiamo un momento di grande incertezza, di grande fuga dalla Borsa da parte degli investitori un po’ in tutto il mondo, sia per i deludenti numeri sulla crescita americana ed europea, sia per l’esitante azione europea nell’affrontare il grande problema del debito pubblico. Questa predisposizione negativa nei confronti dell’Europa viene ulteriormente esasperata nei confronti dell’Italia per via della sua bassa credibilità sia in termini di crescita, sia di riavvio della crescita futura. Il nostro Paese aveva acquisito una certa affidabilità per quel che riguarda la gestione dei conti pubblici, ma questo non basta nel momento in cui i mercati ritengono che se non si riavvierà la crescita in Italia non ci saranno le risorse per ripagare il grande debito pubblico. Come ho già detto, la crescita da noi è riattivabile e occorre lavorare tutti insieme per questo obiettivo.

 

I titoli bancari sono stati tra quelli più penalizzati sulla Borsa italiana. Possiamo essere tranquilli sullo stato di salute delle nostre banche?

Tutti coloro che vogliono scommettere contro l’euro, in particolare contro l’Italia puntano a vendite (in tanti casi allo scoperto) sui titoli bancari. Questo è avvenuto anche in precedenza sui titoli di stato, finché la Bce non ha finalmente deciso di mettere una barriera di difesa. Tuttavia, questa situazione aveva in precedenza portato ulteriore pressione negativa sui titoli bancari. Le banche italiane hanno dimostrato di saper passare attraverso crisi drammatiche, come quella del 2008, molto meglio di quelle di altri paesi.

 

Su cosa devono puntare le banche per affrontare questa nuova difficoltà?

 

Noi di Intesa Sanpaolo siamo rimasti banca nel vero senso della parola, cioè banca dei rapporti di lungo termine, della raccolta, degli impieghi, e non solo della finanza, come invece altri istituti in giro per il mondo erano diventati: questo ci ha dato permesso di costruire una solidità che è fondamentale. Avevamo deciso di anticipare tutta la raccolta anche a lungo termine per poter trovarci solidi in caso di difficoltà, accumulando 80 miliardi di euro di liquidità, che ci permettessero di essere autonomi anche in caso di situazioni difficili sui mercati, come quelle che si sono purtroppo realizzate. Il fatto che l’attività creditizia abbia continuato a crescere anche nel primo semestre di quest’anno è la riprova di questa capacità di passare attraverso un nuovo momento di difficoltà, quale è oggettivamente quello che stiamo vivendo.

 

In questo clima di incertezza, le imprese potrebbero rischiare di vedersi ridurre il credito da parte delle banche?

 

Come ho detto all’inizio, non do per scontata in alcun modo una nuova recessione: molto dipenderà da quello che faremo nelle prossime settimane anche a livello di manovra complessiva per il risanamento dei conti e il rilancio del Paese. Le banche (e tra queste sicuramente la nostra) sono pronte ad appoggiare questo sforzo anche con l’attività creditizia.

 

Aumento dell’imposta di bollo sui dossier titoli e armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie: cosa pensa di queste misure che il governo ha recentemente varato e che influiscono sul risparmio?

 

Sui dossier titoli ci siamo espressi spiegando che per quelli di minore entità ci sembrava sbagliato aggiungere un peso fiscale. Il riordino della tassazione sulle rendite finanziarie, invece, secondo noi deve riguardare tutti gli strumenti finanziari, onde evitare ogni sorta di distorsione tra forme di investimento. Portare l’aliquota al 20% per tutti è qualcosa che noi chiediamo da tempo, anche per allinearci all’Europa.

 

Questo deve valere anche per i titoli di Stato?

 

Secondo noi, nel tempo sarebbe opportuno che la tassazione fosse allineata. Lasciamo però ogni valutazione e decisione a chi ha la responsabilità del debito pubblico.

 

(Lorenzo Torrisi)

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