GEOFINANZA/ Così gli Usa tengono in ostaggio l’Europa e le Borse

- Mauro Bottarelli

Nell’era del terrorismo e della globalizzazione, commenta MAURO BOTTARELLI, le guerre non sono più combattute dagli eserciti sul campo ma condotte in modo diverso, anche su quello economico

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Ben Bernanke, Presidente della Fed (Foto Ansa)

Durante l’ultimo weekend ho riletto “Guerra senza limiti – L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione”, testo di fondamentale importanza geostrategica scritto tra il 1996 e il 1999 da due colonnelli cinesi, Qiao Liang e Wang Xiangsui.

L’assunto di base è semplice: nell’era del terrorismo e della globalizzazione, le guerre non sono più dichiarate e combattute dagli eserciti sul campo, ma asimmetriche, ovvero condotte con metodologie differenti che implicano il sabotaggio, il terrorismo, l’infiltrazione, la guerra informatica e quella finanziaria. Capito in che mondo viviamo?  Bene, alla luce di questo panorama mondiale, mi sono posto una domanda dopo aver riposto il volume in libreria: i crolli dei mercati di questi giorni sono dovuti unicamente a debolezze del sistema o qualcuno sta, per così dire, stimolandoli? Perché la Fed rende noto attraverso il Wall Street Journal di stare monitorando la liquidità delle filiali Usa delle banche europee a poche ore dall’apertura delle piazze asiatiche? Alcune primarie istituzioni finanziarie statunitensi starebbero favorendo i crolli azionari, puntando a un vero e proprio market crash per questa settimana, al fine di costringere Ben Bernanke, al meeting di Jackson Hole in programma nel fine settimana, ad annunciare un’ulteriore, la terza, ondata di quantitative easing, ovvero stampare dollari con cui inondare il mercato?

Nel suo commento alla giornata di mercato, venerdì, il capo del trading equity di Citi, Mike Pringle, ha infatti offerto un’indiretta conferma a questa teoria del market crash indotto. Scriveva Pringle: «In assenza di un qualsiasi flusso di notizie in grado di far tremare la terra, operiamo sui minimi in attesa di un test vero e proprio del sentimento dei mercati». Insomma, Citi aspetta il tonfo per ottenere il terzo ciclo di monetizzazione del debito. Aspetta o vuole? E non è la sola. Russell Jones, capo stratega alla Westpac Institional Bank, non ha dubbi: «Se la Fed deciderà di dar vita a un ennesimo, non convenzionale stimolo monetario verso l’economia, certamente sarà di dimensioni enormi, ciò che usando un termine bellico possiamo definire “shock and awe”.  Se il mercato conoscerà nuovi crolli, la pressione su Bernanke si farà ingestibile: un altro calo del 10% dai volumi attuali, già calati di un 10% sui maggiori indici, sarà sufficiente a far giungere la notizia che molti attendono dal Wyoming. Se questo fine settimana sulle piazze finanziarie regnerà il caos, allora penso che la Fed sarà obbligata a rispondere».

Non è un caso che in molti abbiano visto nel crollo dell’indice manifatturiero Philly Fed Index l’assicurazione per un terzo round di QE, dopo la promessa di Bernanke di tassi a zero fino alla metà del 2013: attenzione, però, visto che Paul Dales dela Capital Economics ci fa notare come già due volte questo indice diede false informazioni ai mercati, nel 1995 e nel 1998 (quindi, essendo manipolabile, potrebbe essere stato ribassato a un livello shock per ragioni tutte politiche interne, ovvero giustificare l’intervento della Fed).

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Ma tornando a Russell Jones, ecco la sua ricetta-auspicio: «Per ottenere un impatto sostanziale, la Fed deve dar vita a un programma di quantitative easing ben più grande dei precedenti due, includendo tra i bersagli anche tassi d’interesse a più lungo termine, come portare il Treasury a 10 anni al 2% o anche sotto per un periodo prolungato di tempo, oltre che permettere l’espansione dello stato patrimoniale al livello che appare necessario per ottenere lo scopo». L’opzione nucleare di cui parlavamo qualche settimana fa.

Insomma, serve un bel tonfo, magari verso giovedì, a ridosso del discorso di Bernanke a Jackson Hole. Come fare? Semplice, operando sul trading ad alta frequenza, specialità delle casa delle grandi banche d’affari, le stesse che gestiscono le dark pools in cui si tratta il 70% del mercato reale al mondo, lasciando alle piazze “in chiaro” le briciole.  Il mercato “normale”  e regolamentato va su e giù, ma, a dispetto del possibile deteriorarsi della condizioni economiche, chi opera in High-Frequency Trading determina la reale direzione del mercato, spesso senza ragioni tecniche e a dispetto dei fondamentali, caricando ordini enormi di vendita in frazioni di secondo che innescano crolli ingestibili per operatori “normali” e organismi regolatori: questo 24 ore su 24, senza apertura o chiusura delle contrattazioni.

Ma oltre alle banche d’affari, anche la stessa Fed potrebbe avere qualche interesse affinché i mercati si schiantino: mantenere intatto il valore del dollaro come bene rifugio e far scendere i rendimenti dei titoli di Stato Usa, a ruba nonostante il downgrade di Standard&Poor’s. Il 18 agosto scorso, alle 20.06 ora americana, sul sito del Wall Street Journal, apparve il seguent “alert”, qualcosa più di una breaking news: «La Fed sta chiedendo alle banche europe che operano in Usa se esse dispongano dei fondi per operare su base giornaliera negli Stati Uniti, e in certo casi, consiglia le banche di revisionare le proprie strutture in Usa. La Fed e i regolatori statali segnalano di essere sempre più preoccupati che la crisi del debito europeo possa tracimare nel sistema bancario americano, e perciò intensificano la loro sorveglianza sulle grandi banche europee con filiali in Usa».

Insomma, a poche ore dall’apertura delle Borse asiatiche, la Banca centrale americana fa sapere al mondo che sospetta le banche europee di essere insolventi e che è preoccupata non tanto per l’economia Usa, ma per la crisi europea del debito e il suo possibile contagio: detto fatto, i listini crollano trascinati al ribasso dai titoli bancari.  Che strano, però. Proprio grazie a documenti della Fed resi noti a metà giugno, infatti, il mondo aveva scoperto che negli ultimi sette mesi di operatività del programma, i principali (e quasi unici) beneficiari dei 600 miliardi di secondo round di quantitative easing erano stati proprio gli istituti di credito europei operanti negli Usa, protagonisti di un rapido rimpatrio di quel cash utilizzato da filiali sul territorio nazionale per tamponare l’esposizione a Grecia, Irlanda e Portogallo.

Il motivo? Mantenere alto il valore dell’euro grazie a questo flusso di fondi, scambiando il salvataggio delle banche con la limitazione dell’output economico europeo (ovvero meno export a causa dell’euro forte). Pensate a un’altra coincidenza: a fronte del continuo apprezzamento del franco, la Svizzera il 12 agosto scorso faceva sapere che stava pensando a un legame fisso della sua moneta all’euro, il cosiddetto peg. Cosa significherebbe? Che quando vorrà svalutare il franco, la Banca centrale svizzera ne stamperà la quantità necessaria per acquistare titoli di Stato europei e non più Treasuries Usa. Non potendo usare un’altra volta la panzana delle armi di distruzione di massa, magari questa volta nascoste in fondo al lago di Lucerna, il 17 agosto scorso la Federal Reserve di New York ha fatto sapere che la Banca centrale svizzera aveva chiesto alla Fed un prestito di 200 milioni di dollari per sostenere una grande banca elvetica in difficoltà a fronte di scadenze contratte in dollari negli Usa. Detto fatto, altro attacco frontale dei mercati ai titoli bancari europei, nonostante la smentita di Berna.

Nel frattempo, i rendimenti dei Buoni del Tesoro Usa decennali scendono sotto il tasso d’inflazione, pagando un 1,8% sui buoni decennali, ovvero facendo perdere dei soldi a chi investe (e per acquistarli c’è la fila, visto che a fronte delle continua cattive notizie sul fronte europeo, gli investitori ritengono ancora l’America il Paese rifugio) e le banche europee non trovano più compratori per i propri titoli di debito, medesimo pattern di cui sono rimaste vittime Italia e Spagna per il debito sovrano. Anche il prestito interbancario si blocca per sfiducia tra istituto e istituto, raggiungendo i livelli di congelamento pre-Lehman Brothers.

Insomma, banche d’affari, Fed e stampa specializzata tutte insieme per difendere il dollaro e l’economia Usa, in attesa del terzo round di quantitative easing e a tutto discapito dell’euro. I focolai di nuova tensione in Siria, Israele, Egitto, Libia e tra poco Iran, dopo l’annuncio russo della costruzione di una nuova centrale nucleare, non sono casuali: la guerra non si fa più con cannoni e aeronautica, bastano le Borse e la destabilizzazione di servizi segreti e terroristi a orologeria.

A volte, invece, caccia e interessi finanziari vanno ancora di pari passo. Basti vedere l’evoluzione lampo della situazione libica. Ma come, da impasse totale a conquista di Tripoli in due giorni? Certo, visto che i jet militari britannici da venerdì scorso hanno cominciato a bombardare in maniera talmente massiccia da trasformare l’avanzata dei ribelli verso la capitale in una scampagnata.

Come mai proprio ora, dopo settimane e settimane di stallo? Chiedetelo a Hugo Chavez. No, non sono impazzito. Nel silenzio quasi generale, la scorsa settimana infatti il presidente venezuelano non ha annunciato solo la nazionalizzazione di tutte le miniere aurifere del Paese, ma anche il rimpatrio dell’oro depositato all’estero, nel Regno Unito, negli Usa e in Canada. A fronte delle 365,8 tonnellate di riserve aurifere venezuelane, 211 sono stoccate all’estero per un valore di 12,3 miliardi di dollari. Bene, Chavez ha chiesto alla Bank of England il rimpatrio immediato delle 100 tonnellate d’oro concessole in leasing, peccato che quel metallo prezioso non ci sia più e vada comprato sul mercato, a prezzi folli e con enorme scarsità di materiale fisico (in compenso quello di carta non conosce crisi). Non a caso, venerdì l’oro ha messo le ali volando oltre 1880 dollari l’oncia, con i prezzi dei futures a breve termine più alti di quelli a lungo termine, segnale chiaro di scarsità d’oro sul mercato.

Come ha risolto la situazione la Bank of England? Chiedendo aiuto alla Raf, l’aeronautica militare britannica che ha permesso ai ribelli di entrare a Tripoli dietro il patto in base al quale le circa 145 tonnellate di oro di riserva libico stipate al confine con il Sudan vadano direttamente nei caveau di Hugo Chavez per evitare che la Bank of England si sveni e che i mercati, già in modalità “da toro” verso l’oro, abbiano la conferma che le banche centrali non hanno più metallo fisico nei depositi e parta un rally sul mercato capace di far schizzare l’oro oltre i 2.000 dollari entro settembre.

Molti traders, in compenso, si sono già posizionati long e grazie ai missili di Sua Maestà faranno soldi a palate, mentre altri rischiano un bagno di sangue senza precedenti, visto il volume di short sull’oro seguito al termine del secondo ciclo di quantitative easing della Fed. È un mondo fatto così, prendere o lasciare.



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