MANOVRA/ 1. Tre domande senza risposta che non piacciono ai mercati

- Giuseppe Pennisi

Una manovra senz’anima, con misure che sino a ieri sembravano essenziali e poi sono sparite e altre su cui era stato posto il veto che ora ne sono il pilastro. Lo spiega GIUSEPPE PENNISI

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Giulio Tremonti e Roberto Calderoli

Per deformazione professionale, avendo vissuto per circa 20 anni all’estero e passati 24 tra varie organizzazioni internazionali (soprattutto Banca mondiale), la prima domanda che mi sono chiesto quando ho letto lo scarno comunicato di “Arcore” (ormai diventata il Palazzo Chigi del Nord al pari della villa di Nixon in California e del ranch Bush in Texas, assunte, in diverse fasi, a “Casa Bianca” della Costa Occidentale e del “Gigante” – nome in gergo del Texas) è quale è l’“anima della manovra”?

Pare un linguaggio vecchio, da Anni Sessanta, quando in convegni e sui giornali ci si chiedeva quale fosse l’“anima” (ossia il senso più riposto) di questa o di quella misura di politica economica. Eppure, basta scorrere il settimanale on-line della Cowles Foundation, per rendersi conto come nel resto del mondo è proprio “l’anima” delle politiche economiche e come viene percepito dagli agenti economici (individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione, politici, resto del mondo) quel quid che tramite la teoria economica dell’informazione e la neuro-economia più si cerca di scandagliare poiché più incide sui mercati. Lunghi elenchi di saggi accademici possono essere portati a sostegno di questa ipotesi. In effetti, politiche economiche le cui “anime” non sono percepite come intendono coloro che le hanno concepite molto raramente danno i risultati sperati.

Nel caso in oggetto, ciò è tanto più importante in quanto si tratta di una manovra-ter in meno di un mese (per la terza volta attuata in condizioni d’emergenza e con lo spettro di un aumento del differenziale tra i nostri tassi d’interesse e quelli dei migliori emittenti sovrani dell’area dell’euro). Gli osservatori stranieri sono, naturalmente, disorientati: misure che sino a ieri sembravano essenziali (come il contributo di solidarietà) sono sparite, altre nei cui confronti era stato eretto un muro (la rivisitazione delle pensioni d’anzianità) sono ora uno dei pilastri della strategia; non si comprende (come ha ben detto Luigi Campiglio) se e dove sono gli elementi che incidono sulle strutture dell’economia; soprattutto non si vede neanche come si cerca di affrontare il problema centrale “congiunturale” (nel senso che al termine danno i tedeschi- ossia immediato) dell’Italia – la disoccupazione dei giovani.

Con ciò non si vuole “bocciare” la manovra, ma chiedere ai “manovratori” (non è più chiaro chi e dove siano) di illustrare l’”anima” della strategia in modo che tutti ne condivano il senso. Nelle condizioni in cui siamo, senza un vero sforzo comune, non si va da nessuna parte. Ad una prima lettura dei comunicati “di” e “da” Arcore, si comprendono gli aspetti seguenti:

L’intero capitolo sull’assetto istituzionale, e quindi, sui costi della politica è rimandato ad una o più norme costituzionali. E’ corretto che si utilizzino leggi costituzionali per modificare aspetti istituzionali dello Stato. Se ci fosse un accordo bi-partisan ed una grande coalizione ciò potrebbe essere fatto anche in nove mesi. Tuttavia, un riassetto di tale portata richiede un accordo preliminare molto preciso sulla legge elettorale. E’ fattibile? O si tratta di un rinvio alle calende greche?

Le misure dal lato della spesa hanno adesso la loro architrave, oltre che sui “tagli” di bilancio a questo o a quello, in una revisione della normativa delle pensioni d’anzianità su cui non si può non essere d’accordo (anche perché chi scrive la ha proposta in due libri pubblicati in Italia ed in quattro pubblicati negli Usa, nel Regno Unito, in Francia ed in Germania). Così come congegnata, però, ha effetti una tantum (su le classi di età che pensavano di andare in pensione nell’immediato) destinati ad affievolirsi nel futuro. Sarebbe stata necessaria invece una misura strutturale (abolire le pensioni di anzianità, fatte salve alcune categorie di “lavoratori precoci”) e ritardare gradualmente l’età “normale” della pensione da 65 a 70 anni (con penalizzazioni per chi va a riposo presto). Data l’emergenza sarebbe stato necessario abolire per decreto legge le “contabilità speciali” fuori bilancio (324 al solo Ministero dei Beni Culturali, come fece il Governo Amato; sono a metà tra una mina vagante ed una bomba ad orologeria per i conti pubblici ed una delle determinanti della sfiducia dell’estero sui numeri (tutt’altro che in chiaro) dell’Italia.

-Dal lato delle entrate, si punta molto alla lotta all’evasione ed all’elusione (società di comodo, ecc). Senza dubbio giudizioso coinvolgere i Comuni negli accertamenti (sempre che non si torni alla vetusta “imposta di famiglia”). Cosa fa pensare, però, che il contesto sia cambiato e che oggi si possa fare quanto tentato varie volte (con magri esiti) ieri e l’altro ieri?

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