BORSE/ Ecco perché i mercati stanno affondando tra le vendite

Per comprendere gli sviluppi sui mercati dell’ultima settimana occorre partire dall’Estremo Oriente, dove, spiega GIUSEPPE PENNISI, sono avvenuti fatti importanti a livello globale

08.08.2011 - Giuseppe Pennisi
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Foto Ansa

Per comprendere gli sviluppi sui mercati dell’ultima settimana occorre prendere l’avvio dall’Estremo Oriente non solamente perché, per ragioni di fuso orario, le Borse di Tokio, Hong Kong, Pechino e Shangai sono le prime ad aprire (e a chiudere) – e danno il tono ai mercati -, ma perché è dall’Asia che è venuta la tempesta ribassista.

In primo luogo, già il 3 agosto la maggiore agenzia di rating asiatica, la Dagong Global Credit Rating, aveva abbassato la classificazione del grado di affidabilità dei titoli del tesoro Usa (e anche di quelli del tesoro italiano). La stampa del nostro Paese pare non essersene accorta – in Europa hanno la dato la notizia i due maggiori quotidiani economici della Gran Bretagna e della Germania – a ragione del nostro provincialismo intento più a seguire il gossip di quartiere che i giudizi dei “nuovi grandi” della comunità internazionale.

In effetti, il passo preso dalla Dagong Global Credit Rating era quasi un “atto dovuto” in seguito alle misure discusse all’ultima riunione ministeriale dell’Asean (Associazione degli Stati del Sud Asiatico) tenuta a Bali dal 16 al 23 luglio (anch’essa in gran misura ignorata dai media, e dai politici, italiani). A Bali – nonostante le frizioni tra alcuni Stati dell’Associazione, specialmente rivendicazioni su a chi appartiene questa o quell’isola – si è deciso di rinviare “sine die” lo schema di un’unione monetaria asiatica (dato che si è data in fin di vita “l’avventura europea”) e di cercare di non rimetterci troppo ove gli Usa non fossero stati in grado di risolvere i loro nodi interni (tra Casa Bianca e Congresso) e l’Europa di mettere mano ai nodi strutturali di cui la crisi del debito sovrano è la punta dell’iceberg.

Come avviene in Asia – chi scrive ha lavorato a lungo in quella parte del mondo -, alle parole seguono i fatti: vendere, vendere, vendere. Da parte non solo dei Tesori, ma dei Fondi sovrani che negli ultimi due anni hanno riempito i propri portafogli di azioni e obbligazioni di imprese manifatturiere americane ed europee. Vendere, vendere, vendere, perché l’accordo Casa Bianca- Capitol Hill viene considerato fragile come un fuscello e l’Eurozona viene vista in continuo starnazzo. Vendere, vendere, vendere non per tenersi liquidità, ma per non rimetterci e, se del caso, investire altrove: da Hong Kong, Pechino e anche Tokio, l’Africa e l’America Latina vengono viste come continenti pieni di risorse e di speranze per il futuro.

Due economisti americani – Richard Burdekin e Pierre Siklos – hanno pubblicato un mese fa un saggio (HKIMR Working Paper n. 23/2011) – premonitore; chi si mangia le mani per avere perso troppo sui mercati in questi giorni dovrebbe rotolarsi per terra per non averlo letto.

In secondo luogo, non solo numerosi economisti americani (o europei residenti negli Usa) credono che se si segue la strada degli ultimi mesi è bene predisporre le esequie dell’euro, ma al coro si è aggiunto un numero sempre maggiore di economisti europei. Molti hanno notato che ha fatto “outing” lo stesso Luigi Zingales sulla prima pagina de Il Sole 24 Ore di ieri. Prima di lui non solo avevano alzato la voce numerosi economisti nordici (come visto su ilsussidiario.net) nei giorni scorsi, ma pure André Cabannes, il quale viene dal mitico Polytechnique, è stato uno dei leader del Boston Consulting Group e ora è Presidente e amministratore delegato di Axtel, uno dei maggiori gruppi europei di consulenza. È una voce ascoltata nel mondo della finanza e da alcuni Governi.

Cabannes ha lanciato la proposta di un sistema duale: Grecia, Francia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna utilizzino le loro “vecchie” monete (dracme, franchi, lire, sterline, scudi, peseta) per le transazioni interne e l’euro per quelle europee e internazionali, come avveniva nell’unione monetaria latina che è durata dal 1866 al 1927, una buona prova di resistenza; le Banche centrali nazionali gestirebbero la liquidità delle monete nazionali, la Bce quella a livello di euro; gli aggiustamenti sarebbero più facili e più visibili e incentiverebbero a migliorare produttività e competitività. L’Eurozona avrebbe connotati ben differenti da quelli pensati a Maastricht.

In terzo luogo, occorre chiedersi perché la tempesta pare essersi accanita sull’Italia. Alle determinanti economiche – il terzo maggior debito pubblico al mondo – si sono aggiunte quelle politiche. Dopo avere proclamato ai quattro venti che quella del 2009 sarebbe stata “l’ultima finanziaria”, ne abbiamo presentata un’altra a luglio, avvertendo che sarebbe stata quella “definitiva”, ossia la “tomba di tutte le finanziarie”. Il 3 agosto – diverse ore dopo che Dagong Global Credit Rating aveva abbassato il rating dei titoli di stato italiani e che era terminata la prima giornata all’insegna del “vendere, vendere, vendere” (ma a cosa servono i Ministri-consiglieri in servizio presso le nostre ambasciate a 20.000 euro al mese?) -, il Presidente del Consiglio si è presentato a Camera e Senato (i cui componenti avevano già fatto le valigie per le vacanze) per dire che il piano di luglio era “perfetto” e non sarebbe stato mutato. Il 5 agosto (mentre deputi e senatori, in gran misura, erano già partiti per le ferie) è stata convocata una conferenza stampa per dire che il programma va rifatto e si sarebbe lavorato duro, richiamando anche i parlamentari.

Agli stranieri, tutto ciò è parso un’operetta alla Hoffenbach – quelle in cui si prendeva in giro la Terza Repubblica francese. Già un quarto di secolo fa, il sindacalista cattolico Marc Blondel ripeteva che “i Governi sono diventati i subappaltanti dei mercati”, i quali sono severissimi nell’interpretare azioni e inazioni. Non metabolizzarlo è fatale.

 

P.S.: Si sta lavorando a un nuovo piano. D’accordo con l’analisi di Ernesto Galli della Loggia, lancio una “modest proposal”: per fare economie si chiuda subito la Rai (e si mettano in atto le pertinenti azioni di responsabilità). A Viale Mazzini e Saxa Rubra è continuata la consueta vacanza della materia grigia e si preferito fare finta che la crisi non ci fosse. Beati loro!



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