FINANZA/ Le Borse in calo e quella lezione del 1937

- Gianluigi Da Rold

Mentre le Borse scendono o corrono sulle montagne russe, con andamenti contrastanti, ci sono alcune domande che restano senza risposta da anni. Ce le mostra GIANLUIGI DA ROLD

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Foto Ansa

Il declassamento del debito americano da parte di una delle “celebri” agenzie di rating è indubbiamente choccante (la prima volta nella storia degli Stati Uniti), ma allo stesso tempo era prevista da tempo. Il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, uomo di Goldam Sachs, aveva esplicitamente affermato che c’era un rischio default all’inizio del gennaio di quest’anno.

In questi otto mesi tutti, o quasi, sono stati zitti o hanno rivolto lo sguardo da un’altra parte, come per esorcizzare un pericolo del “Tempio” della finanza mondiale e delle ripercussioni che avrebbe avuto su tutti i mercati del pianeta.

Ora siamo al panico, con gli indici delle Borse che scendono vertiginosamente, oppure corrono sulle montagne russe nel mare della cosiddetta volatilità. È probabile che gli esperti e i super-esperti conoscano esattamente che cosa stia avvenendo e sappiano quali saranno le scelte da operare. C’è già in giro in tutto il mondo, e soprattutto in Italia, un grande bla-bla-bla di saccenti finanzieri ed economisti che si sostituiscono ormai a tutti i responsabili politici.

Noi ci limitiamo a osservare che, dopo la crisi del 2008, era previsto un rischio per i debiti sovrani, cioè quelli degli Stati ed è puntualmente arrivato. E insistiamo nel dire che la grande crisi di questi anni è una crisi di sistema, improntato e guidato da persone che hanno letteralmente perso la “trebisonda”, dopo essersi ubriacati negli anni Novanta e nei primi anni del nuovo Millennio di una riscoperta del liberalismo più estremo, quello che suggeriva: alla fine il mercato si regola da solo.

Lo dicevano con tanta sicurezza, con tanta prosopopea, come se ottenessero una rivincita postuma sull’economista più invidiato del Novecento, John Maynard Keynes, l’uomo che aveva risolto i problemi del capitalismo dopo la grande crisi del 1929 e aveva fissato gli accordi di Bretton Woods.
Keynes aveva indubbiamente grandi difetti, ma era sincero fino all’irriverenza e soprattutto non si dimenticava delle cose successe e delle cose che si dovevano mettere in programma. Al contrario, oggi ci sono in giro tanti personaggi, al di là e al di qua dell’Atlantico, che continuano a prendere
lucciole per lanterne e che hanno una memoria molto flebile.

L’elenco delle cose dimenticate, oppure dei fatti di cui non si parla più è molto lungo. Dopo il crollo del 2008, dovuto ufficialmente ai mutui subprime, si doveva fare un conto totale di questi titoli tossici e creare una cosiddetta “bad bank” che doveva essere garantita dagli Stati e da organismi internazionali. C’è oggi qualcuno che sa, o ha letto, quale è l’ammontare esatto dei titoli tossici e dove è ubicata questa famosa “bad bank” ? Risposta impossibile.

C’era poi la questione dei “derivati”, prodotti di una fervida architettura finanziaria e bancaria che si è rivelata disastrosa. Come siamo messi, a livello planetario, su questi prodotti tanto raffinati che facevano quasi commuovere, qualche tempo fa tempo, il professor Francesco Giavazzi e alcuni suoi soci? Risposta impossibile.

Ogni tanto, in parti nascoste dei giornali e negli angoli inascoltabili dei telegiornali, si leggeva e si parlava di una autentica “bomba carte di credito”. Esiste ancora questa bomba minacciosa, o ci è riservata un’ultima esplosione? Ancora, risposta impossibile.

Poi si discuteva del ruolo delle banche nella grande crisi del 2008, della loro propensione a fare trading o shopping, magari restringendo il credito alle imprese. Molte di queste banche sono fallite, altre sono state nazionalizzate (otto in una notte in Gran Bretagna), ma il punto esatto sul ruolo della banca si è disperso in discussioni che non sono arrivate a una precisa decisione. È vero che sono scomparsi o si sono ritirati nell’ombra i cosiddetti “McKinsey boys” (i sostenitori della felicità degli azionisti e meno di quella dei clienti), ma che cosa abbiano fatto le banche in questi anni non è molto chiaro, a parte gli stress-test, le faticose ricapitalizzazioni, l’accettazione o il rifiuto dell’aiuto di Stato (in Italia ad esempio dei famosi Tremonti bond).

La sostanza sta nei numeri, semplificati venerdì scorso a chiusura dei mercati. Le sole banche italiane capitalizzavano tutte insieme, prima della crisi del 2008, ben 220 miliardi di euro, ora solamente 50 miliardi di euro. Perché? Risposta impossibile.

Ancora, si è parlato a lungo delle famose agenzie di rating americane (alle dirette dipendenze e proprietà della banche), la famosa “trimurti” Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s. Per l’influenza che hanno sempre avuto sull’andamento dei mercati, per le loro storiche “cantonate” e per non avere previsto un bel niente dell’autunno 2008, si era pensato di ridimensionarne il peso. Addirittura in un summit internazionale, il presidente francese Nicolas Sarkozy si era battuto per un’agenzia di rating europea. Risultato? Risposta impossibile.

La sensazione è che tutto sommato, nonostante i disastri della crisi, si sia navigato a vista, guardandosi bene dall’eliminare le cause della catastrofe. Cullandosi magari con l’antica ricetta che intanto “il mercato si sistema da solo”. Guardato in un contesto storico, la crisi di questo agosto assomiglia tanto alla crisi del 1937, quando si attenuò per un anno il “New Deal” di Franklin Delano Roosvelt e si materializzarono di nuovo le idee del vecchio e catastrofico segretario al Tesoro americano del tragico 1929, Andrew Mellor.

Noi non siamo analisti super-raffinati o tecnici del mondo finanziario, Ma restiamo sempre stupiti di fronte alla preveggenza di uomini come Hyman Minsky, come Robert Skidelsky, come Paul Krugman, come Joseph Stiglitz che hanno messo sempre in guardia sulla estrema finanziarizzazione dell’economia, sulle pratiche di cartolarizzazione, sul trading disinvolto delle banche, sul ruolo delle stese banche. In più, quegli stessi uomini, hanno messo in guardia sulle pratiche delle stock option, sulla insostenibili differenze della ricchezza sociale, sulle propensione del capitalismo esasperato a gonfiare la domanda opulenta di beni privati a scapito di quella che veniva definita una offerta “squallida” di beni pubblici. Alla faccia del bene comune. E dagli anni Ottanta in avanti, sotto l’ombra di nuove ideologie privatistiche si è esaltato l’uomo economico che accaparra, l’individuo che vuole massimizzare, il personaggio che vuole guadagnare presto e subito, magari anche per il prossimo weekend.

È sbagliato ribadire che il problema, al di là di tutte le importanti questioni tecniche, resti principalmente antropologico? Quello di un’umanità che sembra impazzita sotto l’ossessione dell’accumulare denaro e ricchezza, senza curarsi di dove si vive, per come si vive e per quale ragione si vive? Non crediamo. Si tratta sempre di questioni di avidità, che alla fine pagano
purtroppo tutti, ma soprattutto i più deboli.

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