FINANZA/ Usa, Ue e Cina, tre paradossi che spiegano la crisi

- James Charles Livermore

Il rating Usa declassato, il prezzo dell’oro che schizza alle stelle e gli indici finanziari che sembrano aver perso la bussola. JAMES CHARLES LIVERMORE e i tre paradossi della crisi

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Foto Ansa

Dopo mutui immobiliari, banche e industrie, è arrivata la volta dei debiti di Stato. Per le finanze nazionali non si tratta certo di un primo assaggio di crisi: i debiti sovrani occupano le pagine finanziarie già dal 2008, quando l’Islanda balzò agli onori delle cronache per un cortocircuito tra sistema bancario, debito pubblico e finanza internazionale.

La novità di quest’estate 2011 arriva dalla forza e dalla portata – che qualcuno si è azzardato a definire “epocale” – di questa crisi. Il 5 agosto Standar & Poor’s ha abbassato il rating degli Stati Uniti, limando una delle tre A che da sempre contraddistinguevano il debito a stelle e strisce. Lo stesso giorno il prezzo dell’oro è salito di 100 dollari in un colpo solo, continuando verso la soglia psicologica dei 2.000 dollari all’oncia. Nella coscienza collettiva l’equazione dollaro-oro si è definitivamente spezzata e con il crollo di questa certezza molti indici finanziari sembrano aver perso la bussola. Tuttavia, sui livelli “impazziti” di questi giorni tre paradossi finanziari aiutano a fare chiarezza.

Il primo paradosso riguarda innanzitutto i titoli di stato europei e recita all’incirca così: per valutare bisogna svalutare. Ovvero, senza prospettive di crescita, la volatilità regna sovrana e l’unico modo per aumentare i prezzi di domani è deprimere i prezzi di oggi. Un esempio? I tanto bistrattati Bot e Btp.

I più grandi sottoscrittori di questi titoli sono istituti finanziari italiani e stranieri che fino a pochi mesi fa utilizzavano obbligazioni di Stato per investire liquidità senza troppi rischi. Nel panico generale di questi giorni, mentre più di una banca si sbarazzava dei titoli statali in fretta e furia, il settore finanziario italiano è stato trascinato da una serie di ribassi tale per cui alcuni istituti valgono meno del proprio patrimonio immobiliare. E dall’altro lato delle Alpi la situazione non è certo più rosea: causa l’ingente quantità di titoli greci e spagnoli a bilancio, il settore bancario europeo (Francia e Germania in testa) ha perso quasi il 30% da inizio luglio.

In questo clima di saldi estivi, sarà difficile resistere alla tentazione di uno shopping facile: alle aste di settembre i governi europei dovranno presentarsi con i rendimenti decennali più alti dall’introduzione della moneta unica. Anche per le banche settembre sarà una data cruciale: per la chiusura del terzo trimestre gli istituti di credito dovranno mostrare segni di ripresa. Sarà euforia generale o l’ennesimo crollo? Difficile a dirsi, ma in questa altalena dei prezzi a farne le spese è la stabilità della zona euro.

E a proposito di stabilità europea, ecco il secondo paradosso: il benefattore oggi ha bisogno del mendicante. Secondo la vulgata corrente, il grande filantropo dei debiti di Stato in Europa è la Germania. Sue sono le più grandi disponibilità finanziarie, suo il bilancio più solido. Ma a ben vedere, suo è anche il più grande flusso di esportazioni verso gli altri membri dell’eurozona: secondo l’istituto di statistica tedesco, il 71% delle esportazioni tedesche riguarda paesi europei. In un regime di libero scambio la valuta di Berlino si apprezzerebbe per effetto degli acquisti effettuati dai paesi importatori. Con una moneta unica circolante, nessun meccanismo interviene a riequilibrare la bilancia commerciale e la Germania continua a esportare, tuonando contro i paesi indebitati, ma guardandosi bene dal minacciare un’uscita dall’euro.

Un meccanismo simile, ma ancor più pernicioso, si è ormai consolidato a livello globale: è il rapporto in piena crisi tra Stati Uniti e Cina. A differenza dei paesi europei, Cina e Stati Uniti hanno due valute diverse. Ma il Paese del dragone esporta in dollari e investe i proventi in debito statunitense, lasciando inalterato il valore del renminbi.

In questa girandola di ruoli impazziti, il rapporto del debito per nucleo familiare rivela uno scenario ancor più paradossale: il risparmiatore si è trasformato in debitore. E il livello di indebitamento per nucleo familiare aiuta a capire perché. Il debito per nucleo familiare è la somma di mutui immobiliari, carte di credito, acquisti a rate e finanziamenti allo studio (questi ultimi prassi comune nei paesi anglofoni). Rapportato al Pil, un po’ come si fa con il più discusso debito pubblico, si scopre che nella maggioranza dei paesi occidentali l’indice è letteralmente esploso: in Francia il rapporto debito familiare/Pil si aggirava intorno al 30% negli anni ’90 e da lì è salito con l’inizio del nuovo millennio fino a raggiungere il 54,5% nel primo trimestre 2011. Il rapporto è pari al 100% negli Stati Uniti, mentre supera il 215% nel Regno Unito.

Si direbbe che alla privatizzazione dei beni pubblici sia seguito un fenomeno preoccupante, per quanto passato in sordina: la privatizzazione del debito pubblico. E, demagogia a parte, chi chiedeva a gran voce un rialzo dei tassi per punire le speculazioni delle banche, dovrebbe dare un’occhiata ai bilanci delle famiglie: scoprirebbe che a beneficiare delle attuali condizioni finanziarie sono anche le sempre più indebitate famiglie occidentali.

I tre paradossi sono il preludio alla fine del mondo? Non credo. Ma osservare questi fenomeni può aiutare a comprendere una realtà che si ostina a farsi beffe di teorie e soloni della finanza.

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