FINANZA/ Ecco perché la Cina non vuol salvare l’Italia

- Mauro Bottarelli

Da lunedì sera circolano indiscrezioni circa un concreto impegno della Cina a sostegno di Italia ed Europa. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché diffidarne

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Wen Jiabao e Silvio Berlusconi (Foto Ansa)

«Confermo che la Commissione presenterà le sue opzioni per l’introduzione degli eurobond. Ma non sono una panacea», così parlò il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso. Il quale, bontà sua, ha avuto la decenza di ammettere che questi non servono per la soluzione immediata della crisi. Peccato che invece di chiudere qui il suo intervento, Barroso abbia anche affermato che l’Ue «proporrà l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie», la cosiddetta Tobin Tax.

Cosa penso degli eurobond l’ho già scritto tempo fa, mentre introdurre una tassa unilaterale sulla transazioni finanziarie nell’eurozona significa spostare investimenti in America, mercati emergenti e Regno Unito: insomma, un suicidio. La Tobin Tax funziona solo se applicata a livello globale, altrimenti è un’automutilazione di chi la introduce. E non mi sembra il periodo giusto per l’autolesionismo.

In compenso, nonostante Moody’s avesse operato il downgrade del rating di Credit Agricole e Societe Generale, minacciando di declassamento anche Bnp Paribas, ieri mattina il Cac 40, il listino principale della Borsa di Parigi, ha virato addirittura in positivo insieme a quelli di tutta Europa, subito dopo le parole di Barroso. Siamo alla follia, a un mercato di zombie che si attaccano a qualsiasi totem – un nuovo QE della Fed, gli eurobonds, l’intervento della Cina, domani forse gli ufo – pur di rantolare ancora un po’ e non ammettere la realtà: ovvero, che la Grecia è fallita, che le banche tedesche e francesi devono prepararsi a tagli dei rendimenti dei bonds che tengono in pancia al valore facciale dell’atto di acquisto e che Atene deve dar vita a una ristrutturazione seria e gestita del debito.

Punto. Tanto più che ieri abbiamo scoperto che la Banca centrale europea ha prestato qualcosa come 575 milioni di dollari di liquidità a sette giorni a due istituti di credito europei, i quali hanno presentato un’offerta all’operazione swap conclusasi sempre ieri e che ha collocato i fondi al tasso dell’1,1%. Operazione, questa, che ha obbligato Francoforte a riattivare le swap-lines della Fed. Chi sono i moribondi che chiedono ossigeno e morfina alla Bce?

Mah, io penso proprio che siano Oltralpe. Bnp Paribas può minacciare quanto vuole il Wall Street Journal per il suo articolo riguardo le difficoltà di rifinanziamento in dollari dell’istituto francese, la realtà è ben altra, certificata anche dal livello del Usd Libor a 3 mesi, nei fatti un meccanismo di finanziamento proibitivo visto lo spread raggiunto dopo 40 giorni consecutivi di ampliamento e quindi i costi accessori. E anche il credito interbancario è completamente congelato, ai livelli del crollo Lehman. Martedì, infatti, erano parcheggiati presso la Bce 197 miliardi di euro di banche europee, il nuovo massimo del 2011, a un tasso annuale dello 0,75% sui depositi overnight: il massimo storico fu toccato nel giugno del 2010, all’inizio della crisi greca, con 350 miliardi. Si vive di speranza mal riposta, amici miei, atteggiamento che dalle mie parti porta quasi sempre a un brutto epilogo. Ma questo vale per tutti, nessuno escluso.

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Ecco la prova. «La domanda di titoli di Stato italiani tiene. Non abbiamo richiesto alcun aiuto particolare alla Cina». Così, in una nota, il sottosegretario all’Economia, Antonio Gentile, martedì pomeriggio ha cercato di sgombrare del tutto il campo dalle indiscrezioni rilanciate nella serata di lunedì dal Financial Times, in base alle quali il Tesoro italiano starebbe trattando con Pechino per sostanziosi acquisti di titoli di Stato e quote azionarie in aziende partecipate dallo Stato. E che la Cina non fosse intervenuta lo si è capito benissimo all’asta di Btp a cinque anni di ieri mattina, anticipata da un picco dello spread tra titoli italiani e tedeschi con quella scadenza, salito a 447 punti base mentre, nelle stesse ore, il decennale sfondava quota 400. Detto fatto, per piazzare sul mercato 3,864 miliardi di euro di buoni con scadenza al 15 settembre 2016, il Tesoro ha dovuto pagare un rendimento del 5,6% dal 4,93% dell’asta precedente di luglio.

E nonostante il Tesoro abbia collocato quasi il massimo del debito previsto per quest’asta, nonostante il tasso pagato, il rapporto di copertura che mette a confronto domanda e offerta è sceso a 1,28 da 1,93 dello scorso 14 luglio. E a confermare la febbre greca che sta contagiando il nostro Paese, ci ha pensato anche il livello del nostro cds sovrano, schizzato al record di 522 punti, +16 punti rispetto a lunedì. In compenso, sempre martedì, il Tesoro ha sì confermato che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha incontrato il 6 settembre scorso una delegazione cinese guidata dal presidente della China Investment Corporation, Lou Jiwei, ma fonti ben informate hanno sottolineato come gli argomenti trattati abbiano riguardato solo investimenti industriali, mentre non si sarebbe parlato affatto di titoli di Stato, né tantomeno dell’impegno di Pechino per arrivare al controllo di circa il 4% del debito pubblico italiano.

«La Cina continuerà ad aumentare i suoi investimenti in Europa, perché fiduciosa nella capacità del Vecchio Continente di riprendersi e crescere», ha dichiarato ieri il premier cinese, Wen Jiabao, in apertura della sessione estiva del Forum di Davos, che si svolge a Dalian, nel nord-est della Cina. «La Cina crede che l’economia europea possa riprendersi», ha spiegato il premier cinese, pur chiedendo ai Paesi europei di «ridurre il debito» e auspicando «che i leader europei e i dirigenti dei principali paesi europei delineino con coraggio le loro relazioni future con la Cina da un punto di vista strategico».

Con queste parole, Wen ha fatto riferimento alla richiesta della Cina di vedersi accordato lo statuto di “economia di mercato” da parte dell’Unione europea, che invece ha stimato finora che non fossero raggiunte le condizioni. In tutta onestà, non ho nulla contro l’eleggibilità dell’economia cinese a economia di mercato: nei fatti, lo è. Certo, restano problemi riguardo i diritti umani e dei lavoratori, nessuno lo nega, ma questi sussistono anche per le multinazionali Usa ed europee, le quali sfruttano i lavoratori nel sud-est asiatico invece che a casa loro, ma compiono comunque violazioni e dumping, visto che vendono scarpe e pantaloni fatti da operai pagati un dollaro al giorno come se fossero opera di lavoratori tutelati e con salari decenti.

Inoltre, mi fa ridere l’accusa di manipolazione dei mercati che si muove alla Cina a causa della mancata rivalutazione dello yuan: scusate, i due cicli di QE della Fed, cosa sono stati? Non è manipolazione bella e buona stampare dollari in cantina per acquistare bonds spazzatura dalle banche, fornendo loro così soldi freschi perché mantengano in vita artificialmente Wall Street? Siamo seri e non facciamo gli ipocriti, per favore. La Cina fa schifo a targhe alterne, visto che ci si ricorda dei diritti umani e del Tibet quando fa comodo, ma se Pechino si fa carico di detenere debito pubblico, gli Usa in testa stanno belli zitti e se ne fregano di Dalai Lama e soci. Così è anche per l’Europa, nessuna distinzione.

E se Brasile, Russia, India, la stessa Cina e Sud Africa, i cosiddetti paesi emergenti “Brics”, discuteranno la prossima settimana la possibilità di aiutare finanziariamente l’Unione europea per superare l’attuale crisi, l’ipotesi cinese come soluzione per il debito italiano fa acqua da tutte le parti. Per più di una ragione. La vulgata della Cina “cavaliere bianco” in salvataggio dell’Europa, infatti, riemerge ciclicamente quando la crisi tocca vertici importanti, salvo poi sgonfiarsi sotto il peso dei numeri. In questo caso, dello spread.

La Cina ha accumulato circa 800 miliardi di bonds dell’eurozona negli ultimi dieci anni, la maggior parte dei quali di paesi core con rating AAA come Olanda, Germania e Francia e questo shopping è uno dei fattori principali per spiegare la forza dell’euro nella tempesta della crisi globale. La quale, una volta esplosa, ha visto Pechino intervenire sul mercato obbligazionario sovrano dei cosiddetti periferici, accumulando circa 50 miliardi di debito spagnolo. Nonostante questo, guardate a che punto è la Spagna. E proprio il picco dei rendimenti obbligazionari italiani e iberici durante quest’estate indica la limitatezza degli acquisti cinesi, sia in volume, sia in effetto depressivo. Non c’è da dar loro torto, d’altronde: la Banca centrale cinese ha infatti già preso un notevole bagno con il debito portoghese, acquistato prima che Lisbona chiedesse il salvataggio a Ue-Bce-Fmi. Normale che, oggi, si punti alle partecipazioni azionarie in aziende strategiche, più che su quel risiko suicida che è il mercato obbligazionario sovrano.

Lo scorso aprile, d’altronde, vivemmo una situazione simile, con i mercati convinti che Pechino stesse per comprare un grande stock di debito europeo ponendo fine ai calvari di austerity proprio di Grecia e Portogallo. A quell’epoca, il decennale greco veniva contrattato a 60, ora è sotto quota 40. Il biennale era a circa 70, ora è anch’esso a 40. Il rendimento del nostro quinquennale era sotto il 4%, oggi è sopra il 5,5%. Ma c’è di più. Dichiarazioni di supporto diretto della Cina al mercato obbligazionario greco sono datate rispettivamente marzo e ottobre 2010. Nel primo caso, si parlò di Pechino quando la Grecia emise 5 miliardi di euro di titoli decennali prezzati a 98,942 e con un rendimento del 6,25%, un qualcosa che fece gridare al miracolo. Dove siamo oggi, lo sapete da soli. In ottobre, poi, il premier cinese Wen Jabao, nel corso di una missione diplomatica ad Atene, dichiarò in conferenza stampa congiunta con Papandreou che «in passato la Cina ha sempre comprato bond greci e che intende mantenere un atteggiamento positivo comprandone altri in futuro».

Fu un intervento, ancora una volta, di brevissimo respiro, ma con un costo molto alto. A fronte di quell’impegno, inutile, la Cina ottenne quote di partecipazione nel porto del Pireo e in altri hub marittimi greci, garantendosi una corsia preferenziale di interscambio in Europa e, SOPRATTUTTO, pochi controlli sulle merci che sbarcano.

Ecco spiegato perché l’incontro del 6 settembre con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sia servito come sorta di introduzione con la Cassa depositi e prestiti, con la quale sarebbero stati avviati contatti per studiare iniziative di equity comuni, non ancora definite e che potrebbero riguardare il pacchetto di 5-6 tipologie di fondi attualmente gestiti da Cdp, con diverse finalità.

Insomma, tanti proclami, ma alla fine lo sbandierato sostegno cinese alla Grecia che andrebbe avanti da quasi due anni non è riuscito a evitare il default di un Paese che ha un debito di soli 330 miliardi di euro. Come possa mettere in sicurezza i nostri 1,6 trilioni di euro di debito, quindi, appare un mistero nel mistero. Tanto più che se alla Cina stanno così a cuore le sorti dell’Europa, potrebbe acquistare in un solo colpo i 156 miliardi di euro di debito del Portogallo e bloccare immediatamente almeno il contagio alla Spagna: ma di salvataggi lusitani nessuna traccia dopo il bagno passato.

Certo, la Cina può avere interesse a diversificare i suoi investimenti dai Treasuries statunitensi, ma è tremendamente prudente nel farlo e, soprattutto, se anche un po’ di yuan andranno a finanziare il debito europeo, questo non significa che sia un intervento strutturale e con una ratio. Il problema serio, sgombrato il campo dall’ennesima bufala del “cavaliere bianco” cinese, a mio avviso è che il Tesoro italiano ha anche emesso 1,2 miliardi di euro di bonds a 9 anni al 4% di interesse e contrattati a 90,2, uno sconto di 10 punti sulla maturazione a settembre 2020.

Ovviamente la gran parte degli acquisti è servita come ricopertura per posizione short di cds sul debito italiano a 10 anni contratti l’anno scorso, ma un tasso di sconto tale parla la lingua di una Stato che emette debito junk e non sovrano. Non voglio peccare in pessimismo, ma questo è un segnale proprio brutto brutto.



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