IL CASO/ 2. Così la riforma del governo non aiuta il pareggio di bilancio

- Giuseppe Pennisi

L’Italia è pronta a inserire in Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio pubblico. GIUSEPPE PENNISI ci spiega però che qualcosa non va nella proposta del governo

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Non so quanti dei nostri lettori abbiano dimestichezza con “Justine o le disavventure della virtù” del Marchese De Sade, romanzo giustapposto a quello di “Juliette” che, dall’età di 13 anni, non cercava che di praticare il vizio. Justine voleva una vita virtuosa; per resistere a chi aveva ben altre intenzioni (su di lei), finì in prigione dove gliene capitarono di tutti i colori. Scappata di galera, ebbe disavventure ancora più intrise di vizio.

Tra i suoi consiglieri, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, ha un filosofo con un dottorato di una nota università cattolica francofona; gli suggerisco che doni al Ministro una copia, se non di ambedue i romanzi, almeno di quello relativo a Justine.

Prima di andare alle specifiche dello sbilancio italiano, vale la pena ricordare che tra gli Stati che hanno regole analoghe si annoverano perle di virtù fisco-monetaria (il resto non ci interessa): l’Argentina, il Brasile, la Bulgaria, la Colombia, l’Ecuador, l’Egitto, le Filippine, l’India, l’Indonesia, il Marocco, il Panama, il Perù, la Spagna, la Russia, l’Ucraina e l’Ungheria. Certo, regole del genere le hanno anche l’Austria, i Paesi Bassi, la Germania, la Norvegia, il Regno Unito, la Francia, la Svezia, il Giappone e altri. Ciò vuol dire ci si può trovare sia in buona, sia in cattiva compagnia.

Come ci ha insegnato il Premio Nobel per l’Economia Douglas Cecil North, e i numerosi studi empirci della sua scuola (specialmente importanti quelli di Avinash Dixit), molto più importanti delle regole formali sono i comportamenti delle “institutions”, ossia l’insieme di regole informali implicitamente e rigorosamente seguite. Senza dubbio, le regole formali possono contenere incentivi e disincentivi che aiutano a plasmare le “institutions”.

Lo fa l’articolo della legge costituzionale in materia di pareggio di bilancio? Non certo il primo articolo: un auspicio che tutte le pubbliche amministrazioni “perseguano” obiettivi di bilanci in pareggio. Un “perseguimento” da considerarsi più vicino a quello (“della felicità”) della Costituzione americana o a quello (sempre “della felicità”) di quella giapponese. Il primo nasceva nello spirito della Dichiarazione di Philadelphia, il secondo veniva imposto dal Gen. McArthur a un Impero che aveva appena firmato una resa incondizionata.

Il secondo – ricordiamolo – è stato utilizzato (con successo) di fronte alla Corte Suprema nipponica dalle cosche per combattere le leggi che ne vietavano l’operatività: dimostrarono che prostituzione, gioco d’azzardo e droga (da esse forniti) servivano al “perseguimento della felicità” di tanti concittadini. Per dare corpo al perseguimento dell’equilibrio dei bilanci, si dovranno definire modalità approvate da ciascuna delle due Camere a maggioranza dei due terzi. Auguri!

Naturalmente, si tratta di un pareggio soggetto a deroghe a ragione dell’andamento del ciclo economico o di stato di necessità. Anche in questi casi, necessaria una maggioranza qualificata. Ancora auguri!

Infine, il comma relativo a Regioni, Province , Comuni e autonomie di ogni tipo e natura opta per un pareggio di bilancio ancora più debole; in breve, ci si può indebitare per investimenti e si devono presentare piani di ammortamento. Augurissimi!

In nessun caso si prevedono sanzioni.

I manuali economici hanno smesso di trattare la materia circa 40 anni fa. Probabilmente, la riforma costituzionale è stata redatta pensando che potesse incidere sui mercati. Se questa era l’intenzione, gli obiettivi non sono stati (almeno per ora) raggiunti.

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