MANOVRA/ 1. I conti senza crescita non convincono i mercati

- Giuseppe Pennisi

Secondo GIUSEPPE PENNISI la manovra rischia di essere inefficaci relativamente al raggiungimento del pareggio di bilancio ma di penalizzare gravemente imprese e famiglie.

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Foto Imagoeconomica

Il Capo dello Stato ha lanciato un ammonimento a fare presto e bene in quanto, è chiaro, l’Italia è travolta dalla sfiducia dei mercati finanziari e degli altri maggiori partner europei. Il Governo ha risposto (non è chiaro se ai mercati o al Capo dello Stato, o quanto meno in quale ordine) con un Consiglio dei Ministri di pochi minuti in cui si è deciso a) di porre la fiducia sul disegno di legge di conversione in legge del Decreto del 13 agosto; b) di “rafforzare” le misure aumentando di un punto percentuale l’Iva, accelerando i tempi perché la pensione di vecchiaia delle donne scatti a 65 anni di età ed introducendo un contributo di solidarietà del 3% sui redditi superiori a 300.000 euro l’anno.

Al fine di valutare questo ennesimo cambiamento delle misure per la stabilizzazione finanziaria e la crescita occorre fare un passo indietro. Giovedì scorso, per utilizzare il gergo della Brianza, con le misure presentate alla fine della settimana scorsa si era pensato di essere arrivati a “fare la quadra”. Ossia di far quadrare il cerchio ed i conti della manovra di stabilizzazione finanziaria grazie all’inasprimento delle sanzioni contro l’evasione fiscale (quali le “manette agli evasori” della “lite tra comari” – Andreatta e Formica – del 1983 che portò nella tomba il primo Governo Spadolini) ed a nuove forme di accertamento (che renderebbe i Comuni corresponsabili). Inoltre, ove ce ne fosse stata l’esigenza, sarebbe rimasto l’“asso nella manica”, l’inasprimento dell’Iva.

E’ difficile dire se la quadra aggiornata al 6 settembre sarà effettivamente di 45,5 miliardi di euro tra riduzioni di spesa ed aumento delle entrate. La prima considerazione riguarda le misure anti-evasione. Ammesso che il Garante della Privacy non si metta di traverso (come già avvenuto in passato e come già accennato dal Presidente dell’organo) nei confronti della pubblicazione on line della dichiarazione dei redditi (strumento che potrebbe pure essere utilizzato a fini criminosi), occorre ricordare che la riduzione dell’area di evasione riscontrata all’inizio di questo decennio – fanno fede a riguardo le analisi di Axel Dreher e di Friedrich Schneider, ambedue distinti e distanti dalle nostre beghe – è stata in gran misura il frutto delle misure varate nel 1991 dall’ultimo Governo Andreotti. Sono stati necessari dieci anni perché da norma diventasse prassi di tutti i soggetti coinvolti.

Molto verosimilmente, la misure annunciate il primo settembre dal ministro dell’Economia avranno effetti positivi in tempi più brevi, anche in quanto operano su un’area di evasione relativamente più ristretta di quella del 1991. Tuttavia, è lecito pensare ad un accesso di ottimismo, ove non ad un pio desiderio, se si progetta di effettuare in pochi mesi, ove non poche settimane, un lavoro analogo a quello che in un passato non molto lontano ha richiesto dieci anni. Inoltre, è probabile che si apra un’altra falla sulla costituzionalità del “contributo di solidarietà” da applicare a lavoratori della pubblica amministrazione (tra cui i magistrati che in materia la sanno lunga) ed ai pensionati ma non all’impiego privato ed agli autonomi. Il “contributo di solidarietà” sui redditi superiori ai 300.000 dovrebbe ora portare nelle casse dello Stato qualcosa in più, rispetto a quello previsto in precedenza di 500.000 euro. Più consistente la misura sull’età di pensionamento per le lavoratrici di genere femminile, ma non tale da cambiare il quadro complessivo.

L’aumento dell’Iva è una tigre di carta: deve ora coprire non uno ma due buchi annunciati ed è tale da aggravare il calo dei consumi già in atto e di farci scivolare in recessione (come peraltro prevede il Fondo monetario). La manovra, quindi, resta “insostenibile” per pochi (statali, pensionati e soprattutto le famiglie monoreddito) ma rischia di essere troppo “leggera” per centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013; anzi, frenando ulteriormente il Pil causerebbe un aumento del rapporto tra stock di debito e reddito nazionale, indicatore molto attenzionato dai mercati internazionali.

Ove ciò non bastasse, si è aperto un nuovo fronte di contrasto e si è innescata una bomba ad orologeria di cui, sino ad ora, pochi si sono accorti. La fonte di contrasto immediato sono le nuove regole sui licenziamenti, non presenti nella versione iniziale del Decreto Legge del 13 agosto ma introdotte per emendamento. Il sindacato è, a torto o a ragione, furibondo. In aggiunta, è stata approvato (per emendamento) la riforma di un organo costituzionale, il CNEL: sotto il profilo formale alcuni giuristi arricciano le ciglia. Sotto quello sostanziale si infuoca ancora di più una battaglia per la composizione dei consiglieri specialmente tra sindacati e “terzo settore”. Si annuncia comunque una valanga di ricorsi mettendo questa voce (peraltro piccola come entità) in balia dei tribunali amministrativi. Agli occhi degli osservatori internazionali, la probabile “falla” nei conti e le nuove tensioni politiche e sociali rendono impossibile mettere il Paese sulla strada di una ripresa inclusiva e non inflazionista oltre che nella stabilità finanziaria. Si tenga presente che la fiducia del Parlamento non equivale a quella dei mercati internazionali e dei nostri consoci nell’eurozona e nell’Unione europea.

Vale, però, chiedersi se non “trovare la quadra” nella realtà effettuale delle cose è davvero un danno per gli italiani. Senza dubbio, la Commissione europea minaccerebbe sculacciate (e ce le darebbe pure), la Banca centrale europea non tenderebbe la mano alle aste di titoli di Stato, varie opposizioni strillerebbero accusando Esecutivo e Parlamento di incompetenza. 

Forse, però, il detonatore sarebbe tale da rendere la manovra meno recessiva e da porre al centro del dibattito economico, sociale e politico la questione di fondo: entrati nell’euro per il rotto della cuffia lanciando le accuse peggiori a tutti coloro che esprimevano perplessità sulla nostra capacità di rispettare le regole e soprattutto di aumentare produttività e competitività, a dodici anni dall’essere stati ammessi nel consesso possiamo dire in coscienza di avere modificato i nostri comportamenti – intendo i comportamenti di individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione, politica – in modo da averli adattarli rapidamente a quelli dei Paesi migliori dell’Unione monetaria? Se lo avessimo fatto, non ci troveremmo nel pasticcio in cui siamo e dal 1999, ad esempio, i nostri prezzi alla produzione non sarebbero cresciuti ad un tasso quasi doppio di quello della Germania.

Da questa prima domanda, ne nasce una seconda: siamo pronti a modificarli adesso? E di quanto tempo abbiamo esigenza per la transizione? Per quanto tempo gli altri soci del club saranno pronti a sopportare un componente del sodalizio che mette le mani nel piatto nelle cene di gala e, dopo una partita a tennis (in cui ha perso), si distingue per le battute oscene negli spogliatoi?

L’insostenibile leggerezza della manovra risiede in questi punti di fondo. La Commissione europea ci ha mandato una missiva che assomiglia alla lettera scarlatta del romanzo di Nathaniel Hawthorne: un memento che poco o nulla facciamo per la crescita. In un mondo in cui tutti corrono – dice la Regina di Picche ad Alice nel Paese delle Meraviglie – restiamo immobili se individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione e politica si sono abituati ad andare al passo e non vogliono o non possono essere più veloci.

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