MANOVRA/ 2. Guerini (Confcoop): il “blitz” del governo punisce 4 milioni di assistiti

- Giuseppe Guerini

Secondo GIUSEPPE GUERINI (Federsolidarietà Confcooperative) le ipotesi di inasprimento del regime fiscale delle cooperative sono un errore fa male a tutti: anche alle casse dello Stato

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Foto Imagoeconomica

Il termine sacrificio rimanda a un processo che comporta fatica e dolore, per rendere qualcosa “sacro”, dotato cioè di un valore aggiunto di significati che hanno un senso di interesse collettivo. Se così fosse, le cooperative e in particolare le cooperative sociali non esiterebbero un istante ad accogliere una richiesta di farsi carico di maggiori oneri per raggiungere un interesse comune più ampio. A maggiore ragione lo sarebbe se fosse vero, come erroneamente molti hanno sostenuto, che le cooperative fossero destinatarie di un sistema di privilegi.

È invece importante sottolineare come in realtà il regime fiscale delle cooperative sia espressione dei caratteri diversi dell’impresa mutualistica, è fondato nella Costituzione ed è coerente alla funzione e al ruolo che le cooperative svolgono nell’economia di mercato e nella società. Aumentare la platea della partecipazione dei cittadini alle dinamiche economiche, sviluppare forme autentiche di democrazia economica, mantenere il legame stretto tra lavoro e capitale, radicare le imprese al territorio, coinvolgere i diversi portatori d’interesse nel realizzare risposte di welfare è infatti una funzione che, in modo sussidiario, costruisce tessuto di società civile.

Anche in questi anni di crisi. Dopo che comunque le cooperative italiane hanno incrementato l’occupazione (il 5,5% nel biennio 2009-2010); dopo che le banche di credito cooperativo hanno assicurato gli impieghi verso le famiglie e le piccole imprese nel pieno della stretta creditizia; dopo che da anni le cooperative sociali infrastrutturano il sistema di welfare locale, assicurando servizi per persone disabili, minori, anziani, famiglie anche là dove la pubblica amministrazione non arriva, e soprattutto paga con ritardi che in taluni casi hanno ormai superato i 600 giorni; ecco che arriva incomprensibile questa richiesta di incremento dei livelli di tassazione sulle cooperative. Non riusciamo a vedere altre ragioni che non siano un’anacronistica acredine ideologica e un mal riposto e ingiustificabile atteggiamento punitivo, anche perché il risultato sul bilancio dello Stato è in ogni caso marginale.  

Nello specifico caso delle cooperative sociali l’intervento oltre che inspiegabile è, infine, addirittura dannoso per la finanza pubblica e rischia di aggiungere sale sulla ferita aperta del welfare locale.

Infatti, dobbiamo considerare che la grandissima parte delle 8.650 cooperative sociali attive (aderenti alle tre organizzazioni che fanno capo all’Alleanza Cooperative italiane) lavora per garantire il sistema di assistenza sociale, nel settore dell’educazione, nel socio sanitario intergrato e per l’inserimento lavorativo, realizzati in gran parte a livello locale in collaborazione con Regioni e Comuni. Anch’essi fortemente interessati dai tagli. Questo sistema vede occupati oltre 300.000 lavoratrici e lavoratori e stimiamo siano oltre 4 milioni le persone che sono quotidianamente assistite direttamente da cooperative sociali. Solo qualche esempio: l’assistenza domiciliare, i micro nidi, le comunità di accoglienza che ospitano le persone dopo la chiusura dei manicomi, l’inclusione sociale e lavorativa dei lavoratori svantaggiati con la cooperazione sociale di tipo b. Solo queste ultime occupano 26.000 persone svantaggiate, di cui la metà sono persone con disabilità. Tutti lavoratori che percepiscono un reddito e pagano le tasse e che altrimenti sarebbero destinati a pesare sui bilanci del sistema di assistenza.

Ebbene alle notizie di cui disponiamo oggi, anche su questo mondo interviene l’aggravio fiscale di cui, stando a quanto apparso sulla stampa, il Presidente del Consiglio va tanto fiero, poiché abbatterebbe i privilegi delle cooperative. Per le cooperative sociali si tratterebbe di un intervento “leggero”, ad essere tassati in fondo non sarebbero che il 3% degli utili di bilancio. In fondo un piccolo sacrificio, si potrebbe dire, se non fosse che questa richiesta ricade su un sistema che negli ultimi anni di storia ha utilizzato questi utili per capitalizzare imprese fatte da persone semplici e lavoratori che accettano di lavorare per il bene comune, accantona anno per anno risorse reinvestite, in gran parte, per costruire la Comunità alloggio per le persone disabili o per i minori, per acquistare il capannone e le attrezzature per il laboratorio di inserimento lavorativo in cui assistere o far lavorare i propri utenti. Togliendo questa possibilità di aumentare un patrimonio, che rimane per sempre indisponibile ai soci, si toglie la possibilità di sviluppo a questo sistema che ricordiamo, ha generato oltre 300.000 posti di lavoro.

Insomma se vogliamo ulteriormente enfatizzare i paragoni, questo intervento chiede ai 300.000 lavoratori delle cooperative sociali, che guadagnano mediamente poco più di 1000 euro al mese, di continuare a lavorare prevalentemente sostenuti dalla motivazione, ma l’eventuale utile che andranno a generare per la loro cooperativa, non potrà essere tutto utilizzato per consolidare la loro impresa e magari accantonare le risorse per ristrutturare la casa in cui gestiscono la comunità alloggio per disabili o per minori, ma di sacrificarsi per versare un piccolo contributo all’abbattimento del debito pubblico. Similmente ai 4 milioni di utenti assistiti chiederemo di avere un poco di pazienza in più se la cooperativa che gestisce la stessa comunità d’accoglienza non cambia gli arredi, non amplia gli spazi o non rinnova le attrezzature. Siamo impegnati nel comune sacrificio di salvare le casse dello Stato. Mentre spieghiamo queste cose, in Tv vediamo un servizio sulla ripartenza del campionato di calcio, e giovani atleti molto alla moda, scendono allegri dalle loro auto sportive, felici di aver scampato il contributo di solidarietà… (sappiamo dalle ultimissime notizie che il governo lo avrebbe reintrodotto nell’ultima versione della manovra, ma non si può mai dire). Auto, per dare un’idea, che su per giù costano quanto un anno di assistenza in comunità alloggio per 4 persone con disabilità, oppure sempre un anno per 3 minori, oppure sempre un anno ma per 2 pazienti psichiatrici gravi. Un piccolo sacrificio appunto! Forse il loro contributo di solidarietà avrebbe comportato la rinuncia al pieno di benzina per qualche settimana. 

Certo si potrebbe obiettare che il paragone appena descritto è incline alla retorica populista, e che comunque il momento è critico e serve il contributo di tutti per il bene del paese, che questo non è il momento per la difesa delle singole esigenze di categoria o corporazione. Tuttavia qui non si tratta di difendere una categoria ma un principio che non è nemmeno quello della tutela della cooperazione e di quella sociale in particolare. Secondo me in gioco c’è la salvaguardia del principio di sussidiarietà come cardine dello Stato del terzo millennio. Perché mai, infatti, gruppi di cittadini si dovrebbero auto organizzare in forme cooperative per dare risposte autogestite e mutualistiche al bisogno di protezione sociale se poi lo Stato non solo le riconosce a fatica, ma finisce per punire fiscalmente la libera iniziativa che cerca di introdurre elementi di imprenditorialità nel sistema di welfare?

Si potrebbe ancora obiettare che manca nell’analisi una proposta alternativa. Mi permetto allora di fare questa riflessione accompagnata da una proposta.

Se dobbiamo farci carico di risolvere il peso enorme del debito pubblico, proviamo finalmente a fare una manovra che agisca sulla ricchezza per rimettere in circolazione risorse immobilizzate e provare a dare uno stimolo allo sviluppo.

Nella storia degli ultimi 40 anni del nostro Paese, il settore economico che ha accantonato più risorse è quello immobiliare e in parte quello della finanza. Si calcola infatti che la ricchezza mobiliare e immobiliare delle famiglie italiane è di circa 8.600 miliardi di euro. Di questa ricchezza, di cui spesso ci facciamo onore per distinguere la nostra crisi da quella della Grecia, più di 4.000 miliardi sono posseduti dal 10% della popolazione più ricca del paese, la media è di 1,6 milioni di patrimonio ciascuno. Immaginare di chiedere un contributo straordinario del 10% su queste ricchezze, anche solo per un periodo temporaneo di tre anni, porterebbe il debito dal 120% del Pil al 95%, liberando risorse per lo sviluppo e la crescita dell’economia produttiva. Probabilmente la qualità della vita di questo 10% della popolazione non verrebbe intaccata in modo irrimediabile, certo si tratterebbe di un sacrificio, ma il bene comune del paese ne trarrebbe un importante giovamento. Un intervento di questa natura non deprimerebbe i consumi come un incremento dell’Iva, non aumenterebbe il costo del lavoro come qualsiasi intervento di tassazione sulle imprese o sui redditi da lavoro, non penalizzerebbe ulteriormente la classe media del paese e non impoverirebbe i lavoratori.   

Proprio in questo momento di crisi e di grave minaccia per le sorti del paese, la tenuta del sistema di coesione sociale ha bisogno di equità e di giustizia, così come il welfare può ricevere dal modello mutualistico della cooperazione sociale un contributo utile per avvicinare, in modo governato, la domanda organizzata (mutualizzare i bisogni) e la risposta innovativa, flessibile ed efficace (organizzare risposte sempre nuove), accessibile alla maggioranza della popolazione. Per questo una manovra finanziaria in tempo di crisi dovrebbe preoccuparsi di sostenere le cooperative più che di escogitare forme per applicare ad esse un maggiore carico fiscale.

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