FINANZA/ Tutte le mosse della Fed che “inguaiano” Usa ed Europa

- Mauro Bottarelli

Venerdì un’agenzia del governo federale Usa ha fatto causa per danni a diciassette tra i maggiori istituti finanziari al mondo. MAURO BOTTARELLI si chiede: perchè farlo proprio ora?

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Foto Ansa

Un proverbio giapponese dice che “nessun fiocco di neve cade mai nel posto sbagliato”. Qualche riflessione in ordine sparso, quindi, tanto per vedere se poi i tasselli vanno al posto giusto da soli. Non so se ve ne siete accorti ma in questi ultimi giorni stanno succedendo cose strane, con timing altrettanto inusuali. Dopo oltre tre anni di silenzio e salvataggi di banche di ogni genere, le stesse che hanno intasato il mondo di cartaccia spacciata per oro con rating AAA, venerdì un’agenzia del governo federale Usa ha fatto causa per danni a diciassette tra i maggiori istituti finanziari al mondo. Tra loro spiccano i nomi delle americane Bank of America, Citigroup, J.P. Morgan Chase, Goldman Sachs e Morgan Stanley, oltre a Deutsche Bank, Nomura, Royal Bank of Scotland, Hsbc, Société Générale. In tutto, nelle azioni legali depositate presso i tribunali federali di New York e del Connecticut si chiedono risarcimenti stimati a oltre 100 miliardi di dollari, di cui 33 a J.P. Morgan e oltre 30 a Bank of America. Come mai proprio ora, mentre il mondo sembra vivere una nuova ondata di crisi e il settore bancario emana sinistri scricchiolii in Usa come in Europa? Perché mettere il dito nella piaga dei bilanci bancari dopo tre anni e mezzo? Perché venerdì 2 settembre 2011? Forse perché lunedì 5 tutti gli indicatori prevedevano un crollo delle Borse e, casualmente, Wall Street era chiusa per il Labor Day? Può essere, visto che gli Usa sanno già benissimo di dover salvare Bank of America dal fallimento, attraverso un nuovo programma Tarp e lo spin-off di Merrill Lynch e sanno che un bel market crash sarebbe il viatico perfetto per ottenere da Ben Bernanke ciò che vogliono: ovvero, un annuncio – anche in codice – di nuove misure di stimolo alla riunione del comitato monetario della Fed i prossimi 20 e 21 settembre.

Martedì, primo giorno di riapertura dopo il lungo weekend, a Wall Street hanno indossato l’elmetto: venti minuti prima dell’apertura delle contrattazioni, infatti, è stata invocata la “rule 48”, ovvero la possibilità di fermare temporaneamente gli scambi su Nyse e Amex “a discrezione” di un ufficiale di Borsa, anche prima dei blocchi automatici. Introdotta nel 2006 e usata raramente (prima di martedì, l’ultima volta era stata nel marzo 2009), la rule 48 per poter essere utilizzata, deve essere dichiarata prima dell’inizio delle contrattazioni ufficiali: insomma, a New York temevano una tempesta di volatilità, ben maggiore di quella preannunciata dai futures sugli indici. O forse, la volevano. O, forse ancora, volevano che il mondo lo pensasse. D’altronde, non è un mistero che da qui a novembre qualcuno dei soggetti mondiali dovrà soccombere e in questi giorni si stanno schierando gli eserciti.

Anche degli stati neutrali. Come ha risposto infatti la Svizzera all’ultimatum Usa, sempre di lunedì, riguardo l’obbligo di rivelazione di informazioni su cittadini Usa con conti presso Credit Suisse? Fornendo sì dati sensibili ma anche con una mossa a sorpresa, destinata a irritare non poco Washington. Martedì la Banca centrale svizzera – ufficialmente solo con l’intenzione di bloccare la corsa del franco – ha deciso manu militari che il cambio con l’euro è stato fissato ad un minimo inderogabile di 1,20 franchi “con effetto immediato”. La valuta elvetica ha immediatamente reagito perdendo poco meno del 10 per cento del suo valore sull’euro ma se la Bce si è limitata a “prendere atto di una decisione che non era stata concordata”, si apre ora un’enorme punto interrogativo per i mercati obbligazionari, prima ancora che monetari. Se infatti da un lato, la Banca centrale svizzera si è detta pronta ad acquistare quantitativi illimitati di euro in caso il cambio scenda sotto la cifra concordata, dall’altro occorre ricordare come la politica di acquisto selvaggio di euro per deprezzare il franco sia stata perseguita da almeno un anno con risultati pari allo zero. Ma il problema reale sta nello status legale di questa decisione, poiché se si configurasse come peg ufficiale, ovvero cambio fisso con l’euro, porterebbe con sé come conseguenza il fatto che a fronte di svalutazione del franco come extrema ratio, a ogni quantitativo di moneta stampata corrisponderà l’acquisto di obbligazioni di area euro – e non più di Treasuries Usa – per sterilizzare la creazione di valuta. Attendiamo maggiori delucidazione, magari già dal Consiglio direttivo della Bce di oggi.

Insomma, guerra su guerra. Totale, perché vedere scendere in campo la Svizzera significa che qui siamo davvero alla sopravvivenza. E se ricordate l’articolo di martedì, due delle tre banche pronte a saltare se la Grecia andasse in default ingrippando del tutto il mercato di finanziamento in dollari, già congelato, sono svizzere. La terza è la britannica e statalizzata Rbs, martedì al record storico con il suo credit default swap. D’altronde, all’America le cose non sono mai andate così bene con l’Europa sull’orlo della precipizio, nonostante il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, martedì sera abbia dichiarato che “le difficoltà europee hanno un impatto sull’economia americana”. Si è scordato di aggiungere “positivo” alla fine della frase ma poco importa. Nonostante il downgrade farsa del rating, infatti, i titoli di Stato americani si confermano un bene rifugio, con i rendimenti dei Treasury a 10 anni che scendono sotto il 2 per cento, ai minimi degli ultimi 60 anni.

E la più che sostenuta domanda di titoli di Stato americani consente agli Stati Uniti di indebitarsi a un costo basso, un circolo vizioso che si autoalimenta: gli investitori fuggono a gambe levate dall’Europa e scommettono su nuovi aiuti da parte della Fed, gli Usa fanno tutto ciò che è in loro potere per aggravare la crisi dell’Ue e mettono sotto pressione la Fed con mosse a sensazione come invocare, a vuoto, la rule 48.

E, sempre per assoluta casualità, proprio martedì sera mentre Wall Street si avviava a chiudere in ribasso ma senza alcun bagno di sangue, Ben Bernanke ha sentito il bisogno di rispondere pubblicamente a una lettera scrittagli il 14 luglio – non la settimana scorsa – dai senatori repubblicani, Tom Coburn e Bob Corker, rassicurandoli sul fatto che «l’esposizione netta delle banche americane, comprese le filiali estere, al debito sovrano di Grecia, Irlanda e Portogallo è gestibile e molto inferiore a 200 miliardi di dollari». E in un tripudio di coincidenze fortuite, in contemporanea il Fondo Monetario Internazionale si rimangiava quanto denunciato dal suo numero uno, Christine Lagarde e, stando a una fonte europea, “accettava di abbassare sostanzialmente le stime iniziali delle necessità di rifinanziamento delle banche dell’eurozona e conveniva sul fatto che il settore privato andrà incontro alle necessità di ricapitalizzazione delle banche”. Insomma, vanno ricapitalizzate o no? Per una volta America e Ue sono d’accordo: meglio stare zitti e sottostimare i rischi. I tedeschi eviteranno così di dover ammettere che contabilizzano nei bilanci obbligazioni spazzatura non al valore di mark-to-market ma dell’atto di acquisto e gli americani si godranno lo spettacolo del crollo del sistema bancario dell’eurozona, senza paracaduti o scialuppe di salvataggio. Nei fatti, poi, il terzo round di QE è già stato deciso e negli Usa viene definito con il nome in codice di “Operation Twist”, l’unica scelta ancora da compiere è se annunciarlo e farlo partire a fine settembre o a novembre. Stando a indiscrezioni, la Fed scaricherà 240 miliardi di dollari di Treasuries a diciotto mesi e 4 anni e li userà per comprare bonds a con scadenza superiore a 4 anni. Ovvero, 20 anni e 30 anni, quindi vendendo i decennali.

Insomma, stimolo iniziale attraverso un nuovo piano Tarp per salvare le banche ed estensione delle durate delle obbligazioni. Quando? Probabilmente a settembre ma senza svelare da subito l’ammontare defintivo del nuovo programma, il quale dovrebbe essere di circa 420 miliardi di dollari di acquisti di duration, poco meno del QE2. Le operazioni di acquisto verranno rese note mese per mese e dovrebbero essere di circa 55 miliardi mensili, quindi fino ad aprile 2012, periodo che avrà permesso all’inflazione di arretrare e quindi rimettere in pista l’attuazione di un piano vero e proprio di quantitative easing. E a confermare che tra sei mesi il mondo sarà in una condizione decisamente diversa da quella attuale, ci ha pensato la notizia che il Carlyle Group ha presentato richiesta per quotarsi in Borsa. Secondo quanto riportava il Washington Post, il colosso del private equity – che gestisce asset per oltre 150 miliardi di dollari – ha presentato alla Securities and Exchange Commission, la Consob americana, un documento di 400 pagine.

Il documento non chiarisce né se né quando l’azienda intende vendere le sue azioni ma dà il via al processo per portare il Carlyle Group a quotarsi in borsa. Secondo il quotidiano, l’offerta pubblica iniziale – che secondo le stime fornite dall’azienda stessa potrebbe raccogliere oltre 100 milioni di dollari – potrebbe avvenire – guarda caso – tra sei mesi, “in condizioni economiche profondamente diverse”. Che combinazione! E chi c’è dietro al Carlyle Group? A vario titolo e negli anni, George Bush senior e junior, James Baker III, Frank Colucci. Il gruppo è l’undicesimo fornitore di armamenti del Pentagono e uno dei primi dettaglianti dell’aeronautica americana grazie alle tre filiali, United Defense, Vought Aircraft e Aerostructures Corporation. Insomma, si prepara una bella guerra risolutrice. Ecco cosa ci dice il piano di intervento della Fed unito agli assordanti silenzi di Cina e Russia in questi giorni di chiacchiere in ordine sparso da parte di tutti.

Insomma, Obama è stato soltanto il diversivo mediatico utilizzato dagli Usa per purgarsi dal peccato universale della “guerra al terrore” seguita all’11 settembre, ora non serve più ma ha consentito – grazie all’intoccabilità statutaria di un presidente nero e democratico – la ricostruzione del progetto di “nuovo secolo americano”, mutato dalla versione meramente bellica dei neocon a quella geofinanziaria. Quale modo migliore per celebrare il decimo anniversario dell’11 settembre, se non quello di imporre nuovamente il dominio statunitense sul mondo? Complottismo? Probabile, molto probabile. Anti-americanismo? L’esatto contrario: li ammiro, sinceramente. Perché sanno sempre mettere il bene del loro paese in cima alla lista delle priorità e lo perseguono con ogni mezzo necessario. Sarà perché hanno un solo presidente, un solo ministro del Tesoro, una sola politica monetaria e fiscale. Sarà perché sono un popolo, non un accozzaglia di paesi messa insieme da burocrati con la colla a presa rapida dell’euro. Il Giappone è in deflazione da sessanta anni ma è percepito come più solido e credibile dell’Europa dai mercati, semplicemente perché sanno cosa farà domani. Dell’Europa e del suo futuro nessuno sa nulla. Per primi, gli europei.

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