FINANZA/ Le dimissioni di Stark, ombra nera sull’Europa

- Gianluigi Da Rold

Si è dimesso Jurgen Stark, membro tedesco della Banca centrale europea, contrario all’acquisto dei bond. E le borse sono andate giù. Il commento di GIANLUIGI DA ROLD

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Foto Ansa

Dunque, l’Europa di Schuman e di De Gasperi, una grande e nobile idea, che ha garantito la pace al vecchio continente per più di sessanta anni e una crescita economica impensabile dopo le distruzioni suicide dell’ultima guerra mondiale, è finita nelle mani di politici, finanzieri, banchieri che uomini come Schuman, De Gasperi, il vecchio Adenauer giudicherebbero dei “pigmei”, con tutto rispetto per quelli veri che abitano in Africa. Nuovi leader o membri di governance (così si dice oggi) che sembrano irresponsabili in campo politico, finanziario ed economico. Nel giro di una settimana abbiamo assistito a (cercando di pensare bene!) un autentico show di dilettanti allo sbaraglio. Lunedì hanno cominciato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, seguito a ruota dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, successore di Trichet dal prossimo 1° novembre, con una dichiarazione a mercato aperto, circa l’acquisto di titoli di Stato italiani che sostanzialmente diceva che la Bce non poteva intervenire all’infinito.

Neanche a dirlo, dopo mezz’ora i mercati andavano a picco. Giovedì, Trichet appariva nervoso nella sua conferenza stampa. Ma probabilmente si è controllato rispetto ai toni della discussione che ha dovuto affrontare nel direttivo della Banca Centrale Europea. Pubblicamente, gli olandesi hanno chiesto una sorta di lista di proscrizione per i “paesi non virtuosi” sui bilanci pubblici. Trichet ha detto che non si può arrivare a questo. Poi ha parlato “benino” della manovra italiana, “un primo passo”. Infine, lui che è il tutore, la sentinella dell’inflazione, si è soffermato sulla mancata crescita dei paesi dell’eurozona, come se avesse finalmente scoperto la funzione dello sviluppo. Una scoperta dell’acqua calda, dopo la caduta dei mercati negli ultimi giorni di luglio, nell’intero mese di agosto e nella prima settimana di settembre. Siamo praticamente sommersi di dati che parlano di stagnazione. Intanto, un paio di giorni fa, l’ineffabile signora Angela Merkel, che è terrorizzata al solo pensiero di perdere la settima elezione consecutiva, quella di Berlino, è rimasta confortata dal “sì” della Corte costituzionale tedesca alla possibilità per la Germania di aiutare i paesi europei in difficoltà.

La signora Merkel, che era stata aspramente criticata dall’ex cancelliere Helmuth Kohl per “assenza di linea politica”, soprattutto sugli eurobond, si è subito messa a dichiarare che l’euro va salvato, che la sua linea è giusta, ma che gli eurobond non si devono fare, perché non sono la soluzione giusta. Cioè non sono apprezzati dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica tedesca e i voti di un lander contano più dei progetti europei. Quindi la Cancelliera si è ben guardata dal commentare le stime di revisione al ribasso del suo pil e persino, dato di luglio, della contrazione dell’export tedesco. Ma in quella dichiarazione della Merkel, a nostro parere, c’era già un consiglio indiretto. Se gli euobond non vanno bene, anche con gli aiuti, pur legittimi, si deve andare cauti. E probabilmente ha passato il messaggio al rappresentante tedesco nella Bce, Jurgen Stark. Così non è la Germania ad apparire “taccagna”, ma il signor Stark, per conto della Bce, che fa presente che non si possono continuare a comprare Btp italiani e Bonos spagnoli.

Poi, in queste ultime ore, è puntualmente saltata fuori di nuovo la problematicità del debito greco con possibile relativo default. Ora, intendiamoci, è giusto che ognuno pensi ai debiti suoi e ai suoi conti. E’ giusto che ogni Paese della Comunità si metta in linea con il bilancio della Stato. Ma allora, non ci si trinceri dietro ipocrite manovre. Lo si dica apertamente. Ieri il signor Jurgen Stark ha lanciato una sassata che ha contribuito ad affondare le Borse per l’ennesima volta. Ha annunciato le sue dimissioni per “motivi personali”, in attesa che gli subentri il nuovo rappresentante tedesco. Cioè a maggio dell’anno venturo, quando sarà Draghi, da mesi, a essere presidente della Bce. Tutto questo spettacolo, tra dimissioni annunciate per “motivi personali”, dopo discussioni al calor bianco all’interno della Bce che sostiene, con l’acquisto di titoli di Stato Spagna e Italia, questi nuovi rumors sul default greco, questi ripensamenti, in Europa e all’interno dell’Italia, sulla manovra di Roma di questi giorni, danno dell’Europa, complessivamente, un’immagine di scarsissima coesione, di divisioni profonde, di una governance economica che sta peggiorando una situazione già grave.

Le valutazioni, fatte allo Workshop Ambrosetti di una settimana fa sulla fine dell’euro entro tre anni sono tutt’altro che azzardate se si va avanti di questo passo. Se in questo fine settimana, tra il G7 di Marsiglia, altre dichiarazioni pubbliche possibili, non si ricreerà un clima di minima fiducia, ci ritroveremo di fronte a mercati che toccheranno nuovi limiti al ribasso, storici. E c’è ben poco da sperare dall’America di Obama. Il piano del presidente, annunciato in pompa magna, di 447 miliardi di dollari per il risollevare il mercato del lavoro americano è stato accolto con un rosso, finora, profondo a Wall Street. Di fronte a questa crisi ci dimostriamo sempre meno europeisti e sempre meno atlantici.

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