ISTAT/ Colombo: la crescita è al minimo. Dopo la manovra, non ci sono più scuse

- int. Emilio Colombo

I dati Istat sulla crescita rivelano un’Italia in difficoltà, incapace di uscire dalla crisi. EMILIO COLOMBO spiega quali obiettivi deve porsi il nostro Paese.

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Foto Imagoeconomica

Dagli ultimi dati dell’Istat emerge un’Italia che arranca, impotente di fronte alla crisi da cui non riesce a tirarsi fuori. A parlare sono i numeri sul nostro prodotto interno lordo. Come sempre. «Se guardiamo al tasso di crescita dell’economia italiana negli ultimi 20 anni, non siamo mai stati sopra al 2 per cento. Negli ultimi anni, invece, abbiamo oscillato tra lo 0,5 e l’1,5», dice Emilio Colombo, docente di Economia internazionale alla Bicocca di Milano. Secondo gli aggiornamenti, se sul piano congiunturale (secondo trimestre 2011) abbiamo fatto leggermente meglio dell’Eurozona (+0,3% rispetto +0,2%), su base annua la distanza è negativamente significativa: noi siamo a +0,8%, gli altri, mediamente, a +1,6%. «Non si tratta di un fenomeno nuovo. La crisi ha solamente messo a nudo i problemi decennali dell’Italia», spiega Colombo. «La nostra economia, infatti – continua -,  data la debolezza della domanda interna, si basa sulle esportazioni. Il nostro mercato è sempre stato rappresentato dagli altri Paesi europei, dal Giappone e dagli Usa che, complessivamente, rappresentano il 75% del nostro export. Finché l’economia di queste Nazioni ha seguito un andamento positivo, ne abbiamo beneficiato anche noi. Nel momento in cui la crisi ha colpito le economie avanzate, l’Italia ne ha fortemente risentito, venendo a mancare i nostri principali traini e mercati di sbocco». La soluzione c’è, ma non è detto che riusciremo a porla in essere: «La sfida che dobbiamo affrontare è quella di riuscire a vendere i nostri prodotti nei Paesi emergenti. La Germania, benché la crisi abbia colpito il suo sistema bancario tanto quanto il nostro, se non di più, ci sta riuscendo, sfruttando le poche possibilità che l’attuale situazione economica mette a disposizione». Il fine è chiaro. Sembra quasi, però, che il governo stia facendo di tutto per ostacolarlo. «Che questa manovra faccia ben poco per la crescita è evidente», ammette. «E’ stata studiata per raggiungere l’obiettivo d’urgenza di ottenere il pareggio di bilancio al più presto. Tuttavia, senza misure del genere, non sarebbe neanche possibile recuperare le risorse necessarie allo sviluppo».

La questione, in realtà, è ignorata da troppo tempo. «Va sottolineato, tuttavia, che per la crescita è 20 anni che, praticamente non si fa nulla. La politica è tipicamente miope perché manovre di questo genere non sono spendibili nell’immediato, si fanno oggi per vederne gli effetti tra molto tempo quando, magari, i politici che le hanno realizzate non sono più in carica». Resta il fatto che, il pareggio di bilancio, è un esigenza tecnica in vista dello sviluppo. Colombo spiega perché: «Il nostro debito va rinnovato con una certa frequenza. Nei prossimi giorni, ad esempio, scade una quantità ingente di titoli di Stato che il Tesoro dovrà rimettere sul mercato. A differenza di altri Paesi europei, però, il nostro debito pubblico è colossale. E abbiamo un’ulteriore zavorra sui conti pubblici costituita dagli interessi sul debito (ed essendo il debito enorme anche i debiti sono enormi); ebbene: sono tre mesi che abbiamo uno spread di circa 300 punti base nei confronti dei titoli tedeschi. Vuol dire che paghiamo circa il 3% di interessi in più». Uno spreco che non possiamo più permetterci, quindi. «Si tratta di risorse – continua – che potremmo impiegare in altro modo, ma che siamo costretti a concedere ai mercati per pagare lo spread, frutto dalla nostra scarsa credibilità. Per questo abbiamo dovuto fare questa manovra subito. Per ridurre al minimo il differenziale del tasso d’interesse e liberare risorse per le politiche di sviluppo. Approvata la manovra – conclude- bisogna sperare che il dibattito si concentri finalmente sulla crescita».

 

(Paolo Nessi)  

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