SCENARIO/ Bertone: ecco i dati che anticipano il default dell’Italia

- Ugo Bertone

Secondo UGO BERTONE, l’Italia è entrata in recessione proprio nel giorno in cui Ocse e Bce si complimentavano con il nostro Paese per le misure prese con la manovra

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Jean-Claude Trichet, foto ImagEconomica

L’Italia entra nella recessione. Viva l’Italia. Per paradosso, i primi elogi per le decisioni del Bel Paese arrivano nel giorno in cui i numeri trasformano in certezza gli allarmi dei mesi passati: l’Italia, segnala l’Ocse, al più crescerà dello 0,1% . Ma non è affatto escluso che l’economia scivoli in terreno negativo a -0,1% per il 2011. E per il 2012 c’è ben poco da sperare visti i numeri in arrivo dall’Eurotower. Le teste d’uovo della Bce, infatti, per il 2012 prevedono per l’anno prossimo nell’Europa a 17  un tasso di crescita medio che va tra lo 0,4 e l’1,6%.  Ma certe statistiche, si sa, vanno lette con beneficio d’inventario: ci saranno Paesi, soprattutto nell’Europa Orientale, che cresceranno anche del 4-5%. L’Italia, invece, sarà ancora una volta fanalino di coda affiancata, grande novità, dalla Germania in vistoso rallentamento. Peccato, però, che stavolta mal comune non significa mezzo gaudio. Anzi, la frenata della locomotiva tedesca fa venir meno l’unico traino su cui ha potuto contare l’industria italiana negli ultimi due anni.

Il paradosso è che questo bollettino di disgrazie si accompagna alle prime pagelle positive da tempo immemorabile per la finanza pubblica italiana.  “Le misure approvate ieri vanno nella giusta direzione”, ha detto Pier Carlo Padoan, capo economista dell’Ocse notando che l’ammontare degli interventi approvati è superiore a quanto previsto inizialmente.

Gli fa eco da Francoforte Jean-Claude Trichet.  Le misure prese   “confermano una cosa che era molto importante per il consiglio direttivo della banca, e cioè un primo impegno del governo italiano”.  Insomma, seppure in extremis, i quattrini investiti dalla Bce (più di 50 miliardi di euro) in Btp decennali hanno reso buoni frutti. Non solo è stato evitato il collasso del debito sovrano italiano (e, di conseguenza) dell’euro, ma si è data una spinta decisiva al partito delle riforme che ha così potuto infrangere tre brecce in una volta sola: il tabù dell’Iva, quello delle pensioni di anzianità e la patrimoniale sui redditi più elevati. E a confermare il ruolo attivo che Trichet e Mario Draghi hanno avuto nel corso delle ultime settimane basti l’accenno che il presidente della Bce ha fatto nella conferenza stampa ai contatti con il Quirinale, decisivi per ottenere   “una cosa che era molto importante per il consiglio direttivo della banca , e cioè un primo impegno del governo italiano” in più direzioni. Tra cui non va trascurata, sottolinea Padoan  “la decisione di introdurre un vincolo stringente [per il pareggio di bilancio] nella Costituzione e quella  di abolire de facto uno dei livelli di governo locale – le province – che, una volta attuata, permetterà molti risparmi e taglierà di molto la burocrazia”. Oppure, parole di Trichet, la scelta di darsi regole sul mercato del lavoro più flessibili, presupposto necessario per un salto in avanti della produttività: senza dimenticare che tutele meno ferree per i garantiti possono, anzi debbono significare meno precariato.
 

Insomma, la congiuntura non tira. E l’economia, che va male, è destinata ad andar peggio prima che si rivedano sprazzi di sereno. A meno che non arrivi una boccata d’ossigeno dagli Usa o che la Cina non assuma di nuovo il compito di locomotiva. Ma, in attesa di qualche buona nuova, a detta di chi non ha mai lesinato critiche sull’Italia “ingessata”, finalmente ci si è mossi nella giusta direzione. Anzi, di questo passo, l’Italia rischia di essere in materia di avanzo primario, il Paese più virtuoso nel 2012, anno che però promette di essere assai difficile, nonostante la fresca virtù acquisita. Anche perché, al contrario di quanto detto, soprattutto se detto e ripetuto anche da ministri autorevoli, non conta solo o tanto il “quanto”, cioè  il risultato finale bensì il “come”.  Da questo punto di vista l’elogio per il “figliol prodigo”  Italia è quanto meno prematuro. L’aggiustamento, ancora una volta, è sinonimo di aumento delle entrate che si avvicinano pericolosamente al 50% del pil (l’ultimo dato è del 48,7%). Ogni euro su due prodotto, dunque, finirà al fisco. Difficile, data questa premessa, praticare una politica di sviluppo che permetta di imprimere più velocità al pil. O di investire, come sarebbe necessario, nelle infrastrutture e nella formazione per creare opportunità di lavoro.

Senza dimenticare poi che, per una legge elementare, l’aumento della pressione fiscale tende a far crescere la tentazione ad evadere, soprattutto sul fronte dell’Iva che resta il primo capitolo di evasione fiscale in Italia.  Da quel punto di vista, il precedente della Grecia non fa ben sperare. La situazione ad Atene resta grave, i risultati inferiori a quanto concordato con la trojka di Bce, Ue e Fmi. Colpa della recessione? No, la diagnosi è più preoccupante: il governo greco non è riuscito a far pagare un euro di tasse in più nell’unico Paese della comunità dove si evade di più che nel nostro. Insomma, non basta ridurre i consumi, allungare l’età di lavoro o cambiare le condizioni in ufficio o in fabbrica. Tutto questo rischia di non bastare se non si saprà rispondere a una domanda di legalità nel mondo dell’economia. Che è qualcosa di più del “non metter le mani nelle tasche degli italiani”.

Altrimenti sprecheremo una buona occasione, forse l’ultima, per dare un futuro degno alle prossime generazioni. Come abbiamo fatto negli anni dell’euro quando, grazie alla moneta comune, abbiamo speso in interessi sul debito in media dei punti percentuali in meno che con la vecchia lira. Ma, lungi dall’impiegare queste maggiori risorse per annullare il debito (già ridotto con la vendita dei gioielli di famiglia, vedi Telecom, Autostrade, la Sme eccetera), le abbiamo gettate nel calderone della spesa corrente. E così è andato in fumo, in dieci anni, l’equivalente di un anno di pil.  

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