FINANZA/ 1. Deaglio: così l’Italia mette in crisi la Merkel

- int. Mario Deaglio

Mario Monti ha incontrato ieri Angela Merkel. Per la prima volta, spiega MARIO DEAGLIO, il rapporto tra Italia e Germania non è più squilibrato. Ma resta incertezza sulla crescita economica

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Per la prima volta il rapporto tra Italia e Germania, tra il nostro Paese e gli altri, non è più squilibrato. In sintesi, è questo che dice il professor Mario Deaglio, docente di Economia internazionale all’Università di Torino. Il governo di Mario Monti ha messo in sicurezza i conti italiani e ha rivendicato questo traguardo, con riforme già in atto come quella pensionistica, in una intervista che ha rilasciato al giornale tedesco Die Welt.

Professore, il nostro premier in sostanza dice che l’Italia il “compito a casa” lo ha fatto e bene. Ora non si possono più chiedere altri sacrifici agli italiani, ma tocca all’Europa trovare politiche di concertazione, misure comuni per uscire dalla crisi economica e finanziaria, o comunque mettere in atto strategie sufficienti a fronteggiare il ciclo economico negativo che interessa tutta l’eurozona.

È vero che per la prima volta il rapporto tra uno Stato debitore e gli altri paesi più virtuosi non sia più squilibrato. Inoltre, l’Italia non è la Grecia e neppure il Portogallo, a cui si può chiedere una continua correzione di manovre della serie “questo non va bene, fate quest’altro”. L’Italia è un grande Paese, che ha fatto una manovra incisiva e che è già in atto, quindi Monti può rivendicare una politica europea diversa. Direi che di fronte al miglioramento dei conti italiani, Angela Merkel, con il suo scrupoloso richiamo al rigore, si trova per la prima volta in una posizione difensiva.

Il problema riguarda sempre lo stock del debito pubblico, che, secondo gli ultimi accordi europei e in vista del nuovo Trattato fissato per i primi di marzo, dovrebbe scendere subito di un ventesimo ogni anno. Fatto non semplice, dato il ciclo economico che viviamo. Occorre fissare delle varianti.

Su questo credo che si dovrebbe riuscire a trovare un accordo. Se l’Italia ha un rapporto debito-Pil che è del 120%, sia la Germania che la Francia hanno superato il parametro fissato a Maastricht del 60%, perché ormai hanno un rapporto che è intorno all’80-90%. Il problema è che questo abbattimento del debito non si può fare con manovre di tipo fiscale, ma con cessioni di asset statali, con dismissioni del patrimonio statale. Poi ci sono altre varianti che riguardano la congiuntura economica e comunque l’abbattimento del debito pubblico, verso il parametro del 60%, è tendenziale.

Mi sembra più ottimista che nel recente passato.

In che senso, più ottimista? Credo di essere più rassicurato dai conti di bilancio italiani, ma per quanto riguarda il ciclo economico non si può di certo essere ottimisti. Basta guardare i dati complessivi. Nell’ultimo ragguaglio di ottobre, quello di cui disponiamo, gli ordini industriali della
Germania sono crollati del 4,8%. Abbiamo di fronte due trimestri dove i dati non possono che essere negativi. C’è solo la speranza che la situazione cambi nel terzo trimestre del 2012. Ma tutta la situazione dell’economia è improntata da una grande incertezza. È un quadro internazionale veramente incerto.

Non crede che per uscire da questa crisi durissima si debba ormai riformare il sistema finanziario internazionale? Siamo tutti esposti alle incursioni dello shadow banking, all’“umore” delle agenzie di rating, a una scarsa conoscenza della complessità del mercato e anche a una governance che sembra abbastanza fragile.

Sono d’accordo, bisogna per forza arrivare a una riforma. Da un punto di vista statistico, lo shadow banking è difficile, non è controllabile e quindi bisognerà pure intervenire. Poi ci sono le agenzie di rating che decidono tutto loro, come, quando e perché emettere giudizi. Anche di carattere politico. E poi giudizi espressi, un po’ da tutti, a mercati aperti con le conseguenze che tutti sappiamo. Queste cose le ho anche scritte un mese e mezzo fa. Per le agenzie di rating, che oggi sono private e appartengono a fondi, bisognerebbe pensare almeno a una regolamentazione statale, al controllo di una qualche “authority”, a un controllo pubblico . Infine, c’è il discorso sulla governance, con delle differenze marcate tra gli europei e gli americani. Per gli europei ci vorrebbe una governance forte, per gli americani una più debole. Non sarà facile trovare un punto di accordo, ma che sia necessaria una riforma mi sembra indispensabile.

 

Il discorso arriva inevitabilmente all’applicazione della “Tobin tax”, dove la finanza anglosassone, la Gran Bretagna in particolare, sembra proprio che non ci senta. Ma in ogni caso si dice che applicarla sia complicato.

 

Sì, occorre fare attenzione a come applicarla e si può applicare in modo differente. Occorre vedere come una tassa sulle transazioni finanziarie possa limitare o bloccare addirittura il mercato. Che gli inglesi si oppongano alla “Tobin tax” è risaputo. I francesi sostengono, ad esempio, che gli inglesi sono un elemento frenante, messo dagli americani, in Europa. Tutto questo può complicare la mediazione di Mario Monti tra europei e britannici nell’intento di avere un’Europa a più voci.

 

(Gianluigi Da Rold)

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