FINANZA/ 2. Banche, ecco l’ultimo regalo di Merkel e Sarkozy

- Mauro Bottarelli

Nonostante le apparenze, spiega MAURO BOTTARELLI, la Tobin Tax tanto voluta da Francia e Germania è un provvedimento che aiuta i mercati gestiti dalle banche

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Sapete chi vuole fortemente la Tobin Tax, chi ne è il sacerdote e il principale lobbysta? Speculatori e banche. Già, non sono impazzito, è un dato di fatto. Direte voi: ma come, ogni volta che Sarkozy e la Merkel pronunciano quella formuletta, la Borse crollano e sarebbero banche e speculatori a essere felici? Sì. E vi spiego perché. Al netto dell’ignoranza su certe materie, dubito che Cip e Ciop non abbiano dei consiglieri economici e finanziari, quindi devono sapere che ormai, a livello globale, solo il 30% degli scambi avviene tramite Borse regolamentate, il resto è tutto over-the-counter, cioè su piattaforme private non regolamentate. Capite da soli, quindi, l’esiguità che questa tassa tutta moraleggiante e votata al politically correct porterebbe realmente nelle casse degli Stati o dell’Europa (ci andate voi, infatti, a tassare l’over-the-counter, il regno della segretezza assoluta?).

Stando alle stime dei Tobin-entusiasti, un’aliquota dello 0,05% su ogni singola transazione, che si tratti di derivati o meno, porterebbe un introito su base annuale pari a 655 miliardi di dollari a livello mondiale, di cui 300 dall’Europa. Non è vero: se va bene, parliamo della metà, ma siamo ancora molto ottimisti. Secondo quei sapientoni della Commissione europea, invece, le operazioni azionarie dell’Eurozona che avvengono attraverso piattaforme over-the-counter sono di poco superiori al 10% del totale: wishful thinking. Con oltre 20mila miliardi di dollari negoziati quotidianamente a livello globale, in costante aumento, la vera torta è lì, non a Piazza Affari o a Wall Street o a Londra. E dove tassano i geni di Parigi e Berlino? Nelle piazze regolamentate, dove ormai si negoziano quattro noccioline, due banane e poco più: vi prendono in giro, amici miei.

In compenso, i nostri cari amici politici, i quali non stanno più nella pelle per l’occasione di fare un favore alle banche (Sarkozy ha le presidenziali quest’anno e la Merkel non ride leggendo i sondaggi), passando contemporaneamente per filantropi con l’opinione pubblica, hanno lasciato mano libera alla lobby dell’International swap&derivatives association, l’associazione degli operatori over-the-counter, la quale ha chiesto, e ovviamente ottenuto, la revisione della proposta di risoluzione presentata il 16 novembre del 2010 al Parlamento europeo (su richiesta della Commissione Ue per il mercato interno) al fine di regolamentare le dark pool e gli altri Mtf (Multilateral trading facility). Eh già, non lo sapevate? E come sono riusciti a ottenere la revisione? Intervenire su quei mercati avrebbe creato problemi di liquidità in un momento già grave per la crisi greca, questo l’argomento molto convincente utilizzato.

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D’altronde, è stata la stessa Ue a spalancare le porte alle cosiddette dark pools attraverso l’introduzione della Mifid, la direttiva comunitaria volta a migliorare l’efficienza dei mercati finanziari europei. E cosa si tratta sulle piattaforme alternative? Titoli, obbligazioni, liquidità, esattamente come in una Borsa regolamentata, ma con molta, molta meno trasparenza. Peccato che la Mifid non abbia creato una nicchia all’over-the-counter, trattandolo come fenomeno alternativo, ma una voragine: in tutto il 2010 sono state effettuate circa 42 milioni di transazioni, per un controvalore di 500mila miliardi di euro, di cui 120mila tramite operazioni di Mtf indipendenti e 180mila da operazioni compiute da dark pools di proprietà dei singoli istituti di credito.

Eh già, avete letto bene: istituti di credito. Chi sono, infatti, questi nuovi protagonisti del mercato? I nomi sono molto pittoreschi: Chi-X, Turquoise, SmartPool, Bats Europe, Sigma X, LX Liquidity Cross, ConvergEx Group, CitiMatch, CrossFinder, KnightLink, Dba. E chi li controlla? A parte Chi-X, la più grande dark pool d’Europa, sono tutte banche! Turquoise è nata dall’accordo di Bnp Paribas, Citi, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Société Générale e Ubs. SmartPool è detenuta da Bnp Paribas, JPMorgan, Nyse Euronext e Hsbc, mentre Sigma X è la famigerata dark pool di proprietà di Goldman Sachs. E ancora LX Liquidity Cross è controllata da Barclays Capital, Bnp Paribas ha poi una sua dark pool e una a Hong Kong, Bank of New York Mellon controlla Bny ConvergEx Group, Citi è proprietaria di CitiMatch, Credit Suisse di CrossFinder, Knight Capital Group di Knight Link e Knight Match, mentre quei bacchettoni tutti rigore e regole di Deutsche Bank sono proprietari di Dba. Capito a chi fa un favore la Tobin Tax, cari lettori?

Eh già, perché nelle dark pools mica possiamo operare voi e io, ma solo soggetti istituzionali come hedge funds, fondi pensioni e simili. Gente che magari, certamente i fondi speculativi o le banche d’affari, opera attraverso l’high-frequency trading, il trading ad alta frequenza che immette miliardi di ordini al secondo e che se dovesse pagare la Tobin Tax per ogni operazione compiuta, verrebbe spennata. Cosa si fa, quindi? Si piazza la Tobin Tax sulle Borse regolamentate, dove ormai si opera solo per il 30% degli scambi totali, in modo da spingere gli investitori istituzionali ancora riottosi verso l’over-the-counter, portando nuovi clienti e soldi alle banche che detengono le dark pools, distruggendo del tutto le Borse che ormai sono piazze disfunzionali rispetto al volume di scambi folle che si muove nel’oscurità delle dark pools.

Tasseranno, di fatto, le transazioni di chi compra qualche centinaio di azioni come investimento per i propri risparmi, scoraggiando l’afflusso di investitori e anche nuove quotazioni di società, già ai minimi. Ecco a cosa serve la Tobin Tax tanto amata da Merkel e Sarkozy, ai profitti di Bnp Paribas e Deutsche Bank. Direte voi: ma perché David Cameron si oppone allora, lui non tiene ai profitti di Chi-X o della dark pool di Barclays Capital? Certo, ma a differenza di Francoforte e Parigi, quella di Londra è una Borsa vera, sia per volumi che per ruolo di hubbing finanziario regolamentato, un qualcosa che pesa per un quinto delle entrare fiscali del Treasury e che garantisce lavoro a un inglese su tre (indotto compreso, visto che se qualcuno chiude un ufficio a Canary Wharf, perde il lavoro anche chi fa le pulizie a fine giornata o l’usciere o le segretarie che certamente non speculano).

Eh sì cari lettori, la realtà a volte è molto diversa da come ve la raccontano. Vi faccio un altro esempio. Vi ricordate quando, all’indomani della decisione della Banca centrale svizzera di fissare un peg a 1,20 sul cross franco/euro al fine di bloccare l’apprezzamento della divisa elvetica (era il 6 settembre scorso), scrissi ironicamente che a Washington giravano già voci riguardo un report su armi di distruzione di massa nel lago di Lucerna? Beh, non è stato necessario mobilitare l’esercito per far capire agli svizzeri che “mamma” Usa non apprezzava la mossa, tutta a discapito del suo debito. Eh già, perché adottando il peg con l’euro, quando vorrà svalutare il franco, la Banca centrale svizzera ne stamperà la quantità necessaria per acquistare titoli di Stato europei e non più Treasuries statunitensi. Non a caso, il 17 agosto scorso, quando filtrarono le prime indiscrezioni sul peg, la Federal Reserve di New York rese noto che la Banca centrale svizzera aveva chiesto alla Fed un prestito di 200 milioni di dollari per sostenere una grande banca elvetica in difficoltà, a fronte di scadenze contratte in dollari negli Usa. Detto fatto, altro attacco frontale dei mercati ai titoli bancari europei, nonostante la smentita di Berna.

E ora? Esattamente come per Dominque Strauss-Kahn, reo non tanto di morboso interesse per le donne, quanto di aver aperto all’ipotesi del paniere keynesiano di valute come moneta per i commerci globali al posto del dollaro svilito dal debito monstre, il governatore della Banca centrale svizzera, Philipp Hildebrand, è stato costretto alle dimissioni dal consiglio di supervisione della Snb. E quale sarebbe l’enorme colpa di Hildebrand, capo della Banca centrale di un Paese che certo non ha la puzza sotto il naso o un pregiudizio classista quando si tratta di accogliere danarosi nuovi depositari? Kashtya Hildebrand, la moglie dell’ex governatore, avrebbe utilizzato informazioni privilegiate per un’operazione di acquisto da 500mila dollari attraverso la Bank Sarasin, dove i coniugi avevano un conto: la signora, oggi apprezzata gallerista, ha lavorato nella finanza per quindici anni.

Secondo voi, è così scema da distruggere la carriera al marito, il quale per qualche tempo veniva indicato come successore proprio di Strauss-Kahn al Fmi, per guadagnare qualche migliaio di dollari con il carry trade? Acquistando dollari tramite la banca poi, nemmeno attraverso operazioni di brokeraggio! Di più, la Bank Sarasin non apre conti al di sotto del milione di franchi e non si capisce come un’operazione plain vanilla come l’acquisto di dollari (al netto del fatto che poteva sapere del peg e quindi della svalutazione del 10% del franco, vera pietra dello scandalo, l’abuso di informazioni privilegiate) sia diventata la notizia dell’anno alla Bank Sarasin, non al Credito agricolo di Roncobilaccio. Peccato, poi, che dietro la diffusione di notizie sulle operazioni della Hildebrand ci sarebbe Christoph Blocher, vice presidente del Partito popolare svizzero, acceso euroscettico e storico avversario di Philippe Hildebrand, che sarebbe stato messo al corrente della faccenda proprio da un impiegato della Bank Sarasin, poi licenziato dall’istituto proprio per queste rivelazioni.

Di più, in una nazione dove il segreto bancario è la pietra fondante della convivenza civile, il dipendente infedele che fotografa carte riservate di clienti, diventa un idolo assoluto per una transazione da 500mila dollari? La distruzione del totem elvetico per antonomasia ha davvero un prezzo così basso? Mah, credeteci se volete: lo ripeto, io penso che se uno deve rischiare di rovinarsi per l’uso di informazioni privilegiate, non opera in carry trade acquistando 500mila dollari tramite la propria banca ma per 5 milioni. O 50, avendoli, come immagino li abbiano i coniugi Hildebrand, visti i loro curricula. A mio avviso, i membri del board della Banca centrale svizzera hanno volentieri esaudito i desideri di altri, attaccandosi alla prima cosa possibile. O, magari, costruendola ad arte o facendola accadere di proposito (quante volte la sigora Hildebrandt in passato avrà usato le pillow talks, le conversazioni da cuscino, con il marito per speculare? Non lo sappiamo, sappiamo però che proprio ora che il peg con l’euro diventava pericoloso per la Svizzera, saltano fuori fotografie e documenti).

Non è un mistero che nel suo tentativo di deprezzare il franco, negli ultimi diciotto mesi Hildebrand abbia speso qualcosa come 29 miliardi di franchi, il 6% del Pil (in Italia per un comportamento simile, qualcuno fu nominato presidente della Repubblica) e poi, dopo la decisione sul peg, abbia riempito i forzieri della Banca centrale di euro come se non ci fosse un domani, con le riserve passate da 197 miliardi di franchi a 305 nel terzo trimestre del 2011. Non apparve poi casuale l’attacco giunto verso la fine dello scorso anno dalla società di revisione PriceWaterhouseCoopers, la quale chiedeva conto alla Banca centrale dei suoi contingency plans in caso di rottura dell’eurozona, visti i 105 miliardi di euro in pancia e anche delle molte operazioni su derivati che stava conducendo, visto che nel bilancio al 30 novembre non comparivano cifre ma trattini. Insomma, un segnale chiaro – anche per il board – che Hildebrand doveva andarsene. Per il semplice fatto che il timore, in caso di attacco speculativo sul forex, era che il peg potrebbe rompersi e il franco apprezzarsi del 20%, portando a una perdita combinata valutaria pari al 10% del Pil svizzero: insomma, siamo qui a ponderare l’ipotesi di Berna che chiede aiuto al Fmi. Ecco perché Hildebrand (forse a ragione, per il bene nazionale) è stato fatto fuori, altro che speculazione da 500mila dollari su informazioni privilegiate.

La Svizzera barcolla, amici miei. D’altronde, anche Dominique Strauss-Kahn per tutti era uno stupratore incallito, colpevole senza ombra di dubbio. Poi si è visto come sia andata davvero la storia, esultanza dei bodyguard compresa. Magari scopriremo tra qualche mese che l’ex impiegato della Bank Sarasin licenziato per la soffiata, ora gira in Lamborghini e beve Dom Perignon millesimato come fosse gazzosa. Diceva Nicolàs Gòmez Dàvila: «Il tempo è temibile non tanto perché uccide, quanto perché smaschera».



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