LIBERALIZZAZIONI/ Professioni, taxi e farmacie: cosa ci guadagnano gli italiani?

- Corrado Colombo

Tra le liberalizzazioni di cui si parla in questi giorni c’è anche quella delle professioni. Il commento di CORRADO COLOMBO, Presidente della Compagnia delle professioni economiche

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In questi tempi, nel dibattito sulle riforme che vengono ritenute indispensabili per affrontare la grave crisi economica in atto, sempre più spazio sta prendendo, nei media e nel sentire comune, la problematica della “liberalizzazione delle professioni”, che anzi sembra una delle riforme più importanti e attese dal mercato e dalle imprese. Vorrei tentare di dare un giudizio a partire dalla mia esperienza personale e da una serie di fatti che emergono a un’analisi appena più che superficiale.

Che cosa contraddistingue l’attività professionale dalla prestazione di servizi?

Anche qui l’esperienza aiuta: nessuno dotato di cervello, nel momento in cui ha bisogno di un parere importante su questioni che rilevano per la propria vita, va a cercare il consulente meno caro: proviamo a immaginare cosa succede nei problemi legati alla salute, alla giustizia, al patrimonio familiare. Perché? Perché sono attività nelle quali la qualità della prestazione supera di gran lunga la questione del prezzo, e per le quali, come mi faceva giustamente notare il presidente dell’Ordine dei commercialisti di Milano Alessandro Solidoro, l’“utente” non può verificare immediatamente la qualità stessa. Perché se un medico è bravo lo scopriamo, tendenzialmente, solo dopo, perché riesce a curarci, se l’avvocato è bravo perché vinciamo la causa…

Nel nostro piccolo, un buon commercialista lo si scopre spesso dopo, magari quando avviene una verifica fiscale o quando la nostra azienda deve affrontare vicende delicate dal punto di vista commerciale o peggio fallimentare. Direi di più: in queste questioni che riguardano aspetti importanti, l’approccio del professionista è molto lontano da logiche “commerciali” legate al compimento di un servizio: ma diventa compagno e amico del cliente, con cui condivide molto tempo, e tratta le faccende del cliente come fossero proprie. Tant’è che nella libera professione non c’è la sostituibilità dell’operatore, ma esiste una cosa che si chiama intuitus personae, per cui il cliente sceglie di essere seguito da Tizio e non vuole neanche vedere Caio che pur potrebbe essere di identica abilità. È una posizione molto differente rispetto a un mero elaboratore di dati, è una posizione che per natura non può essere, se non in dettagli di poco conto, ingegnerizzata e proceduralizzata ai fini di incrementare la produttività: addirittura, la parcella del professionista viene denominata onorario, per indicare un rapporto che è lontano mille miglia dal rapporto del cliente con il suo fornitore.

Orbene, questa caratteristica non è una sovrastruttura da scrostare, è un elemento fondamentale che attiene alla natura del rapporto. Naturalmente, tanto per stare nel mio campo, ben diversa è l’attività di chi semplicemente inserisce dati contabili in un computer o compila dichiarazioni; ma di fatto l’attività di elaborazione dati e produzione di dichiarazioni è liberalizzata da tempo (Ced, Caf, associazioni di categoria) e regolata già da una pesante concorrenza: anzi, ogni tanto succede che i clienti di certi “centri” con prezzi bassissimi finiscano in grane tributarie anche gravi per colpa di soggetti che poi si dileguano magari protetti dallo schermo di una società di capitali.

In che senso le libere professioni sarebbero caratterizzate da poca concorrenza e da tariffe eccessive?

Anche qui porto la mia esperienza pratica, fatta da oltre 25 anni di attività: la mia esperienza personale mi dice che la concorrenza c’è già; i commercialisti, anche i buoni commercialisti, sono tanti e diffusi sul territorio nazionale; il mercato, ormai da tempo, ha livellato le tariffe, che quando sono alte sono esito di fatti di eccellenza o, almeno, della affidabilità dei “marchi” (ma del resto mi sembra che questo sia un normale esito del mercato stesso: non vedo in giro la richiesta di equiparare i prezzi di una Bmw a quelli di una Tata, con tutto il rispetto, solo perché sono entrambe automobili).

L’accesso della professione ai giovani, e mi riferisco ai giovani che sono entrati nel mio studio, è difficile solo perché occorre studiare e prepararsi, in quanto la formazione universitaria prepara solo sino a un certo punto (e del resto, con una normativa fiscale che cambia ogni sei mesi, come potrebbe l’università essere aggiornata?); ma i tassi di riuscita nell’esame di stato sono assolutamente normali, e nessuno dei miei collaboratori non è riuscito a superare in breve tempo l’esame. Certo, ci sono ormai barriere all’entrata, ma non legali o artificiose: sono quelle legate agli investimenti informatici e formativi necessari, che rendono ormai molto difficile l’esercizio della attività al professionista singolo, come in un qualunque settore economico. Il nostro ordine è peraltro già adeguato alle richieste che vengono fatte nella normativa, sia nel rapporto con le università sia nel trattamento economico e normativo dei praticanti.

Poi, nel mondo delle professioni esiste una Tariffa professionale, cioè un sistema di determinazione dei corrispettivi fissato per legge, che di fatto non viene utilizzato se non in casi particolari, come incarichi fissati da enti pubblici o nei quali c’è discordia tra le parti, e che, pur bistrattata, ha una funzione particolare, da tutti misconosciuta: quella di tutelare la correttezza e l’indipendenza del consulente, il quale, spesso, ha funzioni che tutelano anche la fede pubblica e che, spinto da una politica di corrispettivi aggressiva, è poi portato a fare il proprio lavoro senza l’approfondimento e la diligenza necessari: così che il consulente che ha lavorato male e a poco prezzo provoca danni elevati non solo a chi l’ha incaricato (e sarebbe poco male), ma all’intera comunità economica. Non andiamo tanto indietro nel tempo: quanti danni al mondo economico hanno provocato controllori inefficaci e non adeguati nei crac famosi, da Parmalat alle aziende americane?

 

A che servono gli albi professionali: sono davvero delle lobby antiquate e senza utilità?

La mia esperienza all’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Milano, del quale sono presidente di una commissione di studio (quella sul non profit) dice tutt’altro da quel centro di potere e di lobby che, ammetto, anch’io da giovane immaginavo. Certo, rimane un aspetto burocratico e macchinoso della vita degli Ordini che va coraggiosamente modificato e spesso gli ordini professionali hanno dato di sé l’immagine di centri assolutamente chiusi a difendere gli interessi dei propri iscritti: ma quello che mi sembra emergere dalla mia esperienza è che l’ordine tende a essere una comunità di persone, affezionate al proprio lavoro, che si sforzano di studiare, di formarsi, di essere presenti in modo intelligente nel mondo che li circonda (la mia commissione sta gestendo un’iniziativa di consulenza gratuita al mondo del non profit che andrà avanti per un anno intero). E, importantissimo, gli ordini sono portatori, secondo una logica di sussidiarietà, della cura affinché i propri professionisti siano adeguati a quello che richiede il mercato: siano quindi competenti, onesti e corretti.

È vero, la problematica relativa alla tutela della professione dai comportamenti dei “furbetti” (che peraltro si annidano, evidentemente, in tutte le categorie e/o classi sociali) deve essere approfondita, e gli ordini devono essere inflessibili, naturalmente nel rispetto delle tutele di giustizia; ma ritengo che l’ordine professionale come strumento di garanzia a tutela dell’interesse di tutti, auto organizzato senza essere corporativo, sia preferibile a una tutela lasciata allo Stato. Sempre di più gli Albi devono diventare “marchi di qualità” a garanzia del livello dei loro appartenenti, finalizzati a una regolazione della attività professionale che la tuteli l’onorabilità della professione a tutti i livelli. Altro che eliminarli! Così rimarranno utili al mondo economico, senza rappresentare un costo.

Che cosa serve realmente ora alle imprese italiane?

Su questo argomento le idee sono spesso confuse. Ad esempio, serve davvero un bilancio ancora più semplice di quello che le normative attuali prevedono, un bilancio che chiunque abbia mai avuto a che fare con un istituto di credito sa quanto sia lacunoso e carente nella fornitura dei dati principali dell’azienda, come previsto invece nel decreto Monti? O serve, come nella nuova normativa fiscale sulla “trasparenza”, addirittura far coincidere il proprio bilancio con gli estratti conto bancari? Consegnare allo Stato addirittura le fatture e farsi fare tutto dalla Agenzia delle Entrate, come se avere un consulente che tenta di minimizzare in modo legittimo il carico fiscale sia un peccato da eliminare? O invece le imprese italiane hanno bisogno di aiuto nella crescita, che significa anche fare meglio il bilancio, usarlo per controllare meglio i costi, per approfondire le problematiche dell’efficienza aziendale? E chi tutelerà le aziende dallo strapotere di una Amministrazione finanziaria ora dotata di poteri assolutamente enormi, che se non esercitati con estrema cautela possono portare, e hanno portato in parecchi casi, a pesantissime ingiustizie? Serve maggiore concorrenza tra i centomila commercialisti italiani, o magari maggiore concorrenza tra le quattro (diconsi quattro) principali società di revisione che si spartiscono il mercato?

A mio parere, quel che serve alle imprese italiane, è lapalissiano: liberarsi dei costi inutili e dei freni all’efficienza. Ma, quanto ai costi inutili, è meglio liberarsi di una serie incredibile di adempimenti cartacei e telematici che il Fisco inutilmente getta addosso alle imprese (sull’idiozia dello spesometro ho già scritto, ma gli esempi sono tantissimi) o risparmiare sul commercialista affidandosi a un soggetto che si limita a compilare la dichiarazione dei redditi, o a grandi società nei quali il cliente è un semplice numero seguito da impiegati sostituibili, rinunciando a un soggetto in grado di aiutare l’imprenditore a meglio gestire la propria contabilità industriale o l’analisi della propria situazione finanziaria?

E ancora di più: la vera liberalizzazione per le imprese italiane consiste nell’abbassare i costi dei servizi professionali, o nell’abbattere i costi legati alle utilities gestite da società parapubbliche senza concorrenza, tanto per fare esempi? Siamo davvero convinti che professionisti, taxisti e farmacie sono quelli che stanno affossando l’Italia, o forse semplicemente sono i soggetti meno difesi da lobbies potenti?

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