FINANZA/ 1. Merkel e Monti, una doppia bocciatura dai mercati

- Giuseppe Pennisi

Il downgrade operato da Standard & Poor’s sui debiti europei, spiega GIUSEPPE PENNISI, si deve alla bozza di unione fiscale, che privilegia il rigore a dispetto della crescita

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Tirez sur le pianiste è il titolo di uno dei più bei film di François Truffaut un nouvelle vague di classe spesso ripreso in televisione e di cui, grazie al Cielo, esiste un buon Dvd. “Chi ha studiato le tragedie greche sa tutto sull’animo umano”,amava ripetere un politico di razza della Prima Repubblica. Il film di Truffaut e una delle tragedie greche che più rivelano l’animo umano, Edipo Tiranno, non possono non venire in mente alla lettura dei commenti apparsi su molto quotidiani italiani in seguito al downgrade, da parte di Standard & Poor’s (S&P’s), dei debiti di nove Stati dell’eurozona e alla vigilia del “mini-vertice” di ieri tra il Presidente del Consiglio, Mario Monti, e i leader dei partiti che sostengono il Governo. Mini-vertice che, a sua volta, si colloca nel quadro di un viaggio nelle capitali europee che si doveva concludere con un incontro, poi annullato, a tre (Merkel- Sarkozy -Monti) il 20 gennaio a Roma.

Gran parte dei commenti accusano le società di rating di essere un oligopolio, controllato, o quanto meno ispirato, da interessi “anti-europei” americani e sostengono che l’abbassamento del giudizio per i titoli di nove Stati dell’eurozona dovrebbe indurre a concludere al più presto l’accordo sull’“unione fiscale” (ossia sul rigore delle politiche di bilancio). Come nel film di Truffaut, se nel Far West due gruppi di pistoleri si azzuffano, devono evitare di sparare sul pianista del saloon, il quale non solo non c’entra niente, ma, con il suo strimpellare, può contribuire a rasserenare gli animi. Come in Edipo Tiranno, è il colpevole l’unico a non avere compreso di essere lui stesso l’autore del misfatto e della punizione delle agenzie di rating che a volte hanno il cipiglio di adirati dei.

Le agenzie fanno il loro lavoro: dando punteggi ai titoli riducono i costi di transazione dei singoli operatori, di solito rivelando agli altri quello che la grande maggioranza sa. I rating sono un po’ come le pagelle: servono a far sapere agli insegnanti dell’anno successivo come il singolo allievo è andato nell’anno precedente. Non sono vincolanti: i somari possono diventare primi della classe e viceversa. Le agenzie di rating vivono unicamente della loro reputazione. A volte prendono cantonate, ma se sbagliano spesso nessuno le prende sul serio e paga per i loro servigi. Il “nemico americano” non c’entra nulla, poiché in caso di sfaldamento dell’eurozona sarebbero i fondi Usa a essere seriamente colpiti. Vederlo dietro le agenzie è come pensare che gli analisti si comportano all’unisono come il marito che si castra per fare dispetto alla propria moglie.

Non è detto che S&P’s sia andata fuori strada la sera del 12 gennaio quando ha bacchettato nove Stati dell’eurozona. E non è neanche detto che le bacchettate siano un incentivo a concludere al più presto l’euro-negoziato per l’accordo a 26 sull’“unione fiscale”. Chi conosce Edipo Tiranno – ripeto – sa che a volte l’autore del delitto è l’ultimo a rendersene conto.

La mattina del 12 gennaio solerti fonti ufficiose hanno diramato on line la terza bozza dell’accordo che si sta negoziando. Sono state recepite le proposte di Italia e altri in merito all’articolo 4 (quello relativo ai tempi e ai modi per ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil), ma tutto il “titolo” della bozza d’accordo relativo alla crescita è unicamente qualche auspicio con il suggerimento di intonare novene ai Santi Protettori dell’Unione europea.

Non solo i Santi Protettori hanno priorità e impegni di maggior momento (rispetto alla politica di crescita di una minuta parte dell’umanità), ma unicamente gli aztechi e gli antichi egiziani credevano che le preci e i sacrifici di agnelli portavano sviluppo. In effetti, l’agenzia di rating ha bocciato un “accordo” in base al quale verrebbero coordinate politiche deflazioniste accentuandone gli effetti. E rendono più difficile la crisi del debito sovrano europeo, poiché se non cresce il Pil il rapporto tra debito e prodotto non può che crescere. Commentatori, negoziatori, barracuda-esperti e, soprattutto, leader politici dovrebbero tenere conto questa lettura della “grande bocciatura”.

Il brutto voto dato anche ai titoli francesi ha, però, un aspetto positivo: a 100 giorni dalle elezioni, l’iper-Presidente Nicolas Sarkozy dovrebbe essere indotto all’umiltà, a comprendere che non può presentarsi come “il grande mediatore” e che un vertice europeo al mese può essere un boomerang, non uno spot elettorale. Pure il Presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, può trarre lezioni per la diplomazia italiana nell’euronegoziato. Non è tanto importante che si arrivi a un accordo quanto che gli interessi legittimi dell’Italia vengano riconosciuti.

Ciò non vuole dire solamente commiserazione e clemenza in materia di riduzione del debito, ma sbloccare gli elementi che frenano la crescita, primo tra tutti la parità centrale definita a fine dicembre 1989 (nel quadro degli accordi europei sui cambi) e, in secondo luogo, l’apprezzamento dell’euro-Italia e il deprezzamento dell’euro-Germania. Alla Farnesina circola un grafico della Commissione europea secondo cui dal 1999 l’euro-Italia si è apprezzato del 30% e l’euro-Germania deprezzato dal 10%; nel contempo la quota italiana dell’export mondiale si è dimezzata. L’ha visto Palazzo Chigi? E che ne pensa?

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