QUALCOSA DI SINISTRA/ Liberalizzazioni, tutti i “trucchi” di Monti

- Sergio Luciano

Il Governo si appresta a presentare un pacchetto di liberalizzazioni. Secondo SERGIO LUCIANO, si tratta di misure utili, ma niente affatto decisive per la ripresa economica

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Foto Imagoeconomica

Tutte utili, tutte sacrosante. Nessuna, però, decisiva per la ripresa economica. E in materia di liberalizzazioni, il governo farebbe bene a dirlo chiaro, per non creare attese infondate che, andando deluse dai fatti, potranno poi ritorcerglisi contro come un boomerang. È questa, infatti, la sensazione che si sta avendo in questa concitata vigilia del “decretone” che il governo dei tecnici sta cucinando, discutendone con le categorie coinvolte un po’ più del previsto, e del suo solito. È come se su questo terreno Monti e i suoi volessero fare “bella figura” con l’Europa, pur essendo consapevoli che la sostanza della situazione economica italiana non cambierà grazie alle nuove norme. Veniamo a due o tre delle più controverse: quelle sui tassisti, sulle edicole e sui benzinai.

È assolutamente vero che i distributori di carburanti “no brand” esercitano un effetto calmiere sul mercato, ma la loro densità è fatalmente limitata in un sistema come quello italiano che ha già dal doppio a una volta e mezzo il numero di distributori di carburante degli altri paesi europei. E perché le grandi compagnie petrolifere dovrebbero smobilitare una parte dei loro impianti per far posto ai no-brand? Se d’altronde recarsi deliberatamente al no-brand comporta per l’automobilista la necessità di coprire un percorso alternativo più lungo a quelli che è costretto a coprire, il gioco non vale la candela, ovvero si brucia in benzina più denaro di quanto se ne risparmia acquistando la benzina low-cost. Quindi, ben venga l’innovazione, augurandoci di trovarci spesso sulla strada di un distributore no-brand, ma non si dica che di fronte a un fisco schiacciante che inzuppa nella benzina un euro di accise o giù di lì questa norma sia rilevante. Utile sì, rilevante no.

Idem sui tassisti: non è corretto dire che scarseggino, nelle metropoli italiane, e anche le tariffe sono nelle medie internazionali. Si vogliono liberalizzare le licenze? Ora, a parte la difficoltà tecnica di non ledere i diritti acquisti, quanti posti di lavoro in più si pensa di poter creare? Mille? Duemila? Boh, ben vengano, se ci riesce. Ma stiamo parlando pur sempre di meno posti di quanti ne ha tagliati al Fiat a Termini Imerese. Paradossale, poi, l’enfasi data alla liberalizzazione delle edicole: tutte in crisi, per il palpabile calo delle vendite dei giornali. Chi mai sarebbe così fanatico da aprire un’edicola proprio oggi, in questa situazione? Come aprire un’osteria nel Paese degli astemi.

Certo, sulla liberalizzazione delle professioni qualcosa si può fare: ma fin quando non si toglierà valore legale al titolo di studio – che è poi la soluzione estrema auspicata dagli iperliberisti, salvo scoprire che quando vanno dal dentista cercano quello che è anche docente universitario! – la paratia tra “titolati” e “abusivi” resterà. E siamo sicuri che sia proficuo abbatterla? Ci sono più avvocati nella provincia di Roma che in tutta la Francia; più commercialisti e ragionieri in Lombardia che in tutta la Germania. Siamo sicuri che sia economicamente proficuo abolire gli ordini, liberalizzare le professioni? E poi: è una colpa degli ordini non saper vigilare sulla deontologia dei propri iscritti, non della legge aver previsto una vigilanza!

Infine: si parla di abolire il mono-mandato per gli agenti assicurativi e di scorporare la Snam dall’Eni. Vediamo. Bersani cinque anni fa liberalizzò il plurimandato. E il fenomeno fiorì, poi si stabilizzò. Si vuole introdurre la riforma? Si interpellino gli agenti, ormai categoria mista, e si decida con loro, ma senza illudere nessuno che un’eventuale modifica alla normativa vigente sprigioni chissà quante migliaia di posti di lavoro in un settore che – il caso Fonsai è lì a dimostrarlo – sta riducendo strutturalmente i suoi margini di redditività.

E l’energia? Dunque, vediamo: l’unico settore delle utility seriamente liberalizzato è stato quello dell’elettricità. L’Enel che, prima della “cura”, aveva il 90% del mercato nazionale, è stato obbligato per legge a una dieta dimagrante da collasso e si è ridotto al 25%, investendo all’estero per recuperare business. L’intelligente risultato è stato quello di dare spazio nel nostro mercato a monopolisti pubblici o colossi parapubblici stranieri come Edf o E.on. E il costo del kilowatt è salito, salito, salito inesorabilmente fino a diventare il più caro d’Europa. Perché? Perché, come dice un economista del calibro di Giulio Sapelli, è impensabile liberalizzare a valle un prodotto che a monte è monopolistico, come il gas o il petrolio o ciò che ne deriva, l’elettricità. Discorso che vale, pari pari, per il gas.

Se il governo avesse polso, imporrebbe – verbo scelto non a caso – agli enti locali recalcitranti di realizzare i nuovi rigassificatori che permettono la diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas ed è lì che una certa, relativa maggior concorrenza potrebbe essere trovata. Insomma: liberalizzare sì, ma senza illudersi e senza illudere.

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