LIBERALIZZAZIONI/ Servizi pubblici: vantaggi per i consumatori o solo per i Comuni?

Con le ultime misure introdotte, commenta PAOLA GARRONE, potremmo non assistere aun’effettiva liberalizzazione dei servizi, ma al trionfo delle società pubblico-private

23.01.2012 - Paola Garrone
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Foto Imagoeconomica

Il decreto legge sulle liberalizzazioni tocca anche i servizi pubblici locali. Non porta novità paragonabili a quelle introdotte nel settore dell’energia o delle professioni, ma tramite alcuni aggiustamenti completa la riforma del 2008, rilanciata, dopo i referendum dell’anno scorso, dalla manovra di Ferragosto e dalla Legge di stabilità.

In sintesi, il Consiglio dei Ministri ha rafforzato l’obbligo di affidamento concorrenziale dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, quali la gestione dei rifiuti o il trasporto pubblico locale. Ha inoltre esteso il principio della “gara” al trasporto ferroviario regionale, finora dominato da Trenitalia, da sola o in partnership con le ferrovie regionali, sebbene occorrerà aspettare il 2015 per la scadenza degli affidamenti in essere. Infine, viene incentivata la gestione del servizio su larga scala territoriale.

Le misure introdotte vanno valutate positivamente, nel momento in cui eliminano alcune ambiguità o dimenticanze delle norme precedenti, chiudendo un transitorio di più di 10 anni fatto di deroghe e dilazioni. Nessuna ombra, dunque? In realtà, rimane aperto un problema che è auspicabile trovi il giusto spazio nella riflessione e nel dibattito.

Occorre essere consapevoli che le scelte dei Comuni sulla gara per il servizio saranno “filtrate” dai problemi della finanza pubblica locale. Il riferimento è in particolare alla possibilità di usare la gara non per affidare il servizio, ma per selezionare un socio privato che acquisti una quota non inferiore al 40% e che assuma la direzione strategica e operativa dell’azienda erogatrice del servizio. Oppure, per i Comuni proprietari delle grandi utilities quotate come A2A, Hera, Iren, Acea,  la possibilità di evitare la gara se la proprietà pubblica scende sotto il 30% nel 2015.

In altre parole, proprio nelle città principali, potremmo non assistere a un’effettiva liberalizzazione dei servizi, ma al trionfo delle società pubblico-private. Quale sia il razionale di questo modello di governance non è chiaro e proprio di questo occorrerebbe occuparsi, senza pregiudizi né a favore, né contro.

Il vantaggio per le casse comunali è chiaro. La cessione di quote di proprietà a investitori privati crea un immediato sollievo per la finanza pubblica locale. Se il servizio è redditizio, come nell’energia e nei rifiuti, all’incasso continuerà poi a sommarsi un flusso di dividendi, che potrebbe invece essere perso se si indicesse una gara “vera”, per il servizio, e vincesse un privato. Meno chiari i vantaggi per i cittadini, come clienti dei servizi locali.

Se il proprio gestore è efficiente, perché sottrarsi a una gara per il servizio? Il gestore sarebbe probabilmente confermato e il Comune manterrebbe il tradizionale potere di indirizzo. A fronte invece di un deficit di efficienza o di qualità del servizio, il Comune potrebbe puntare unicamente al ruolo di regolatore: organizzare con il giusto rigore una gara per il servizio, far subentrare, se si presenta, un operatore privato migliore, controllarne i prezzi e gli investimenti tramite il contratto di servizio e l’azione delle autorità nazionali o locali.

Il problema non è teorico. È notizia di questi giorni il progetto di fusione tra le maggiori utilities municipali italiane quotate in Borsa: A2A (Milano e Brescia), Iren (Torino, Genova, Parma, Piacenza e Reggio Emilia) ed Hera (Bologna e resto dell’Emilia-Romagna). Con l’ingresso di alcuni investitori privati istituzionali, i Comuni scenderebbero sotto la fatidica quota del 30% che obbliga alla gara. Le quote pubbliche residue assicurerebbero i dividendi, ma non il controllo strategico, che sarebbe esercitato dagli azionisti privati di riferimento o più facilmente dai manager del gruppo.

In conclusione, un progetto di questo tipo assicura denaro alle casse comunali e la nascita di un gruppo importante nel settore europeo delle utilities, due risultati in sé interessanti. Al tempo stesso, tuttavia, priva i cittadini sia del tradizionale controllo politico sulle aziende di pubblica utilità, sia della nuova verifica sull’efficienza e sulla qualità assicurata dalla gara per il servizio. Chi promuove il progetto dovrebbe spiegare perché queste rinunce meritano di essere fatte.

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