FINANZA/ 1. Il “vortice” che fa a pezzi i piani di Merkel e co.

- Mauro Bottarelli

La Grecia non è l’unico fronte a destare preoccupazioni sul futuro dell’Europa. La situazione del Portogallo sta infatti peggiorando. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

Trader_Monitor_CerchioR400
Infophoto

Alla fine ce l’hanno fatta! L’Ecofin di martedì ha ottenuto finalmente un risultato, dopo tanti rinvii e fallimenti: avvicinare la Grecia al default e porre il Portogallo in condizione di seguirne il destino, facendo accapponare la pelle alla Spagna. Complimentoni! Non solo non è stato deciso nulla riguardo il fondo permanente Esm, grazie all’oltranzismo di Merkel e soci, ma è stata anche bocciata la bozza di proposta finale avanzata dai creditori della Grecia (Iif), ritenendo gli interessi troppo alti e vincolando ogni via libera a rendimenti sotto il 3,5% fino al 2020 (lo swap prevede un rinnovo su scadenza trentennale). Risultato? L’Iif ha irrigidito la sua posizione e definito inaccettabili haircuts superiori al 50% sui coupon obbligazionari (da settimane si davano per acclarati tagli al 65-70%), ricordando come «in caso di non raggiungimento dell’accordo, è in gioco la stabilità europea».

Oggi ad Atene riprendono le trattative, ma senza un beau geste irrituale della Bce riguardo il trattamento delle sue detenzioni, appare difficile raggiungere un accordo che non possa essere in qualche modo bloccato o ridimensionato. E se il Commissario Ue agli Affari Monetari, Olli Rehn, giocava a fare il duro negando fin d’ora un nuovo coinvolgimento degli istituti pubblici nel salvataggio e ventilando l’ipotesi di costringere al pagamento alcuni tra i creditori privati che si oppongono, se l’accordo sulla svalutazione fosse appoggiato dalla maggioranza di loro (gli hedge funds, che hanno già allertato gli uffici legali per trascinare la Grecia alla sbarra, se la fanno letteralmente addosso per le minacce dell’euroburocrate di turno, svegliatosi solo ora), Standard&Poor’s, con timing perfetto, faceva sapere di essere pronta comunque a valutare la Grecia in “default selettivo” non appena il Paese concluderà la ristrutturazione del debito, ovvero lo swap coi privati.

Insomma, accordo o no per noi c’è “credit event”, quindi potrebbero scattare le clausole dei cds. «Non è detto che un default della Grecia avrà un effetto domino sugli altri paesi dell’Eurozona», ha poi precisato John Chambers, responsabile dei rating sovrani di S&P’s. Non è detto, infatti. È sicuro. Eh sì, perché il rendimento del bond decennale lusitano ieri viaggiava in area 14,05% (+37 punti base di spread in un giorno), mentre il cds ha toccato il record di 1310 punti base, numero che nella scala di probabilità tecnica significa una probabilità di default nei prossimi cinque anni di quasi il 70%.

geofinanza.ilsussidiario.net

Certo, il fatto che Standard&Poor’s abbia declassato i titoli portoghesi a spazzatura ovviamente ha innescato le vendite automatiche da parte dei fondi in ossequio ai vincoli di mandato sul portafoglio (ma quanti fondi avevano ancora quei titoli in portafoglio, secondo voi?), ma i timori sono forti anche riguardo la sostenibilità di una manovra fatta di austerità fiscale che potrebbe rivelarsi autolesionista, esattamente come accaduto per Atene. Jurgen Michels, analista per l’Europa di Citigroup, ritiene che l’economia lusitana si contrarrà del 5,8% quest’anno e del 3,7% nel 2013, un calo ben più netto di quello delle previsioni ufficiali. Inoltre, nonostante la ratio debito/Pil del 113% sia più bassa di quella greca, il settore privato sconta un carico di debito spaventoso che porta la ratio totale sul Pil al 360%, la maggior parte del quale debito estero.

Ed ecco il punto. Per Michels, «siamo alle soglie di un grosso deleveraging del settore privato e il sistema bancario portoghese ha già grossi problemi. Non è chiaro, al momento, quanto di quel debito privato finirà per bussare alle porte dello Stato. A mio avviso, senza un taglio sostanziale sullo stock di debito, il Portogallo non sarà in grado di muoversi verso un patto fiscale valido. Parliamo di un haircut del 35% entro la fine del 2012 o l’inizio del 2013». E se il Tesoro di Lisbona ha pagamenti sul debito relativamente bassi quest’anno, solo 17 miliardi di euro e gode dell’ombrello della troika, il problema è la minaccia del combinato debito/deflazione. I costi per gli interessi delle aziende portoghesi sono tremendamente alti e il carico di debito sta salendo in un ambiente di contrazione economica della base. I depositi reali di massa monetaria M1 si sono contratti a un tasso annuale del 20% nella sola seconda metà dello scorso anno.

Che fare, quindi? Visto che essendo all’interno dell’eurozona non può svalutare, il Portogallo punta a una svalutazione interna per recuperare il 30% di competitività persa nei confronti della Germania, un processo che però che rischia di mangiare enormi percentuali di introiti fiscali. D’altronde, i leader europei hanno detto chiaramente che il caso greco è un unicum e che non ci saranno assolutamente haircuts forzati per i detentori di bonds lusitani: già, ma se Lisbona finisce nella spirale ateniese, la strada dell’haircut volontario, così come accade per la Grecia, non potrà essere derubricata alla categoria dell’impossibile. Anzi. Non a caso, Spagna e Portogallo vogliono che il Consiglio europeo della prossima settimana adotti misure che li mettano al riparo dal contagio della crisi del debito greco.

E per affermarlo con più forza, il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy e il premier portoghese, Pedro Passos Coelho, hanno tenuto martedì una conferenza stampa congiunta: «Abbiamo bisogno di una decisione rapida sul prossimo salvataggio della Grecia. L’Europa sta attraversando una fase di rischio sistemico, occorre definire un meccanismo che eviti il contagio dalla crisi greca». Di più, smentendo di fatto la linea governativa del suo Paese, ieri il leader degli industriali portoghesi, Antonio Saraiva, ha sostenuto che Lisbona ha bisogno di altri 30 miliardi di euro di aiuti internazionali, oltre ai 78 miliardi di euro già previsti dal salvataggio di Ue e Fmi. «Abbiamo una crisi di liquidità – dice Saraiva – e ci servono altri 30 miliardi di euro. Dobbiamo negoziarli».

Tanto più che Lee Hardman, analista alla Bank of Tokyo-Mitsubishi, ha preparato un report nel quale si azzardava una tesi decisamente verosimile, ma da pelle d’oca per l’Europa. Ovvero, il mercato ha già prezzato il default greco, il rinnovato nervosismo è dettato dall’attesa di quello portoghese, destinato a trascinare con sé la sovraesposta Spagna. Il perché è presto detto: dei 206 miliardi di debito greco in mano ai privati, una porzione tra i 25 e i 40 miliardi fa riferimento alla legislazione britannica, da sempre incline alla tutela dei diritti del detentore, mentre nel caso lusitano è la stragrande maggioranza dei bonds a essere sotto legislazione di Sua Maestà (Portuguese Euro Medium Term), quindi potenzialmente a rischio di non poter percorrere una strada di ristrutturazione volontaria come quella intrapresa dalla Grecia e con clausole di protezione dei detentori che non lasciano scampo.

E nonostante il 18 gennaio scorso Lisbona sia riuscita a collocare 2,5 miliardi di bond a breve termine con rendimenti lievemente in ribasso (merito dei finanziamenti a tre anni della Bce e proprio delle clausole a garanzia dei detentori ), come già ricordato il mercato secondario manda segnali da allarme rosso. E l’assenza di un firewall europeo serio, leggi il fondo Esm potenziato, per Hardman non fa che aumentare i rischi di un contagio diretto dalla Grecia al Portogallo e da quest’ultimo alla Spagna. A quel punto, il Fiscal Compact che tanto eccita Merkel e Schaeuble, servirà a ben poco.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori