BORSA MILANO -3,65/ Dal brindisi al “quasi suicidio”: in attesa che i tecnici risolvano…

- Gianluigi Da Rold

Non si capisce perché, spiega GIAN LUIGI DA ROLD, i leader europei, invece che fissarsi sul rigore dei conti, non riformano un mercato che, oggi, non funziona più

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Diceva la buonanima di Bettino Craxi: “Bisogna stare sempre molto attenti alle previsioni di Eugenio Scalfari”. E non lo diceva per indicare un “disinformatore” o un “depistatore” di notizie, ma semplicemente “uno che non l’azzecca mai” e che “con quella barba non è incline alla fortuna”. Erano debolezze dell’ex leader socialista. Però, anche in questo inizio d’anno, proprio quando martedì, appena due giorni fa, il giornale di Scalfari indicava che le “Borse brindano”, deve essersi innescata una perfida congiunzione astrale, perché il giorno dopo le Borse sono state in stand-by e poi hanno cominciato a scendere, fino al cataclisma di oggi. Se martedì Milano “volava” salendo del 2 e mezzo per cento, che cosa dovrebbero fare oggi gli investitori di fronte a una perdita di quasi quattro punti in percentuale (meno 3,65 percento per l’esattezza)? Con il Ftse Mib che è sceso sotto i 15mila punti?

Non parliamo ovviamente dello spread, che non si è fermato neppure a 500 punti, soglia grave, ma ha toccato i 517, portando il rendimento del Btp decennale sopra il 7 percento. Il tutto avviene trascinato dal più classico copione di questi mesi, anche quelli del periodo berlusconiano: i titoli bancari che stanno crollando, trascinano i mercati al ribasso. Unicredit, la grande banca del grande banchiere Alessandro Profumo (il campione dei McKinsey boys) dimissionato con la modica cifra di 40 milioni di euro più 2 di beneficienza, nonostante gli aumenti di capitale, ha perso il 30 percento in due giorni. Vedremo domani se i quotidiani nazionali festeggeranno ancora questo exploit al contrario. Il problema che un po’ tutti, con falso disinteresse, avevano trascurato è che tradizionalmente i mercati nella settimana tra la fine e l’inizio dell’anno vanno bene.

Ma poi le cose ritornano normali. Questa era una vecchia regola che gli agenti di Borsa a piazza Affari, ai tempi delle grida, senza laurea alla Bocconi, conoscevano benissimo. Una normalità, purtroppo, che ricorda a tutti noi che siamo ancora in piena crisi, con tendenze alla recessione e non escludendo una prossima depressione. Se Wall Street è preoccupata della situazione europea (ma sarà vero?), l’Europa continua a rifare i conti, con la Francia che piazza i suoi titoli, ma che deve pagare un rendimento più alto, e con l’Ungheria che sembra un “naufrago” implorante aiuto in alto mare e in piena tempesta.

Per non parlare della situazione spagnola, che voci del giorno dicono che debba ricorrere al Fondo monetario internazionale. Tutto questo dovrebbe richiamare a un senso di responsabilità e di realtà che spesso si dimentica. In questo momento, di fronte a questa Europa confusa e anche un po’ pasticciona, nessun Paese è in grado di dettare una leadership sicura, nemmeno quella del “rigore prussiano” della signora Angela Merkel e della falsa grandeur di Nicolas Sarkozy.

Piuttosto che pensare di correggere sempre i conti del bilancio pubblico, non si capisce perché tutti questi signori non si occupino di riformare o di battersi per riformare questo sistema finanziario internazionale che, dalle agenzie di rating alle incursioni dello shadow banking, non funziona più, va rivisto, riformato, disciplinato, aggiornato con interventi ragionevoli. E non c’è nessun governo che, in questo momento, può dire di salvare il proprio Paese, di fronte al marasma ostinatamente difeso dall’oligopolio finanziario internazionale. Per quanto riguarda l’Italia, Mario Monti sarà bravissimo, la sua manovra sarà pure illuminata (chissà ?), ma non è in grado, ancora di “camminare sull’acqua”.

E uscire dalla crisi con un sistema finanziario che di fatto drena gli investimenti che dovrebbero invece supportare l’economia reale, è letteralmente impossibile. Come è possibile garantire, con lo Stato, le obbligazioni delle banche (nuove imprese privatizzate imposte dalla svolta del mercato capitalistico), in modo che si possono finanziare alla Bce al tasso dell’un per cento e non garantire le imprese, che quando si rivolgono a una banca devono pagare il denaro almeno al 7 percento, quando va bene? Se i tecnici sono bravi tecnici, risolvano loro i problemi. Nel frattempo, di fronte alle montagne russe dei mercati, si eviti almeno di alternare giornate di brindisi a giornate di “quasi suicidio”.

 

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