FINANZA/ 2. Ecco le “toppate” di Monti e Passera che riabilitano Berlusconi

- Michele Arnese

Mario Monti e Corrado Passera da quando sono al Governo sembrano aver cambiato idea sui passi necessari per superare la crisi. Il commento di MICHELE ARNESE

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Mario Monti e Corrado Passera (Foto Imagoeconomica)

C’erano una volta, in verità non molti mesi fa, due personaggi italiani di rilievo europeo che, uno nella veste di economista ed editorialista, e l’altro di banchiere e talvolta commentatore, dicevano: la crisi dell’Italia si risolverà solo quando il nostro Paese crescerà di più; con il mero rigore l’Italia non risolverà i suoi problemi.

L’economista (Mario Monti), dalla prima pagina de Il Corriere della Sera, per mesi ha ammonito cittadini e governanti: il giusto rigore nei conti pubblici non basta a far crescere l’Italia, il governo di centrodestra deve varare riforme strutturali, liberalizzare l’economia e magari ridurre pure la pressione fiscale. Il banchiere (Corrado Passera), talvolta con interventi su Il Sole 24 Ore, incalzava l’esecutivo a varare decise politiche pro-crescita ricorrendo alla leva delle infrastrutture per riattivare un circolo virtuoso di sviluppo.

Nel frattempo, tra un editoriale dell’economista e un intervento del banchiere, la crisi finanziaria si è acuita toccando i debiti pubblici nazionali, diventati a rischio e quindi sempre più costosi per gli stati, compresa l’Italia. La convinzione dell’establishment italiano ed europeo, a fine ottobre, è diventata corale: la crisi finanziaria in Italia sta diventando insostenibile, visto lo spread fra i Btp italiani e i Bund tedeschi saldamente sopra i 500 punti, soprattutto per colpa della credibilità internazionale ed europea pressoché azzerata del premier Silvio Berlusconi.

D’altronde l’esecutivo Pdl-Lega sembrava sbrindellato, nonostante avesse varato tutte le manovre economiche concordate in Europa, e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, emblema del rigore, era apertamente contestato da altri ministri e dallo stesso presidente del Consiglio. L’appello confindustriale “Fate presto”, nel novembre dello scorso anno, fu accolto: esce di scena il governo Berlusconi, si forma il governo Monti.

Avanti con le misure sviluppiste? No, la crescita può aspettare. È stato varato in pochi giorni un decreto ribattezzato “Salva-Italia” per evitare un crac alla greca (parola dei principali ministri), composto da due terzi di maggiori imposte e un terzo di minori spese, che ha messo in ulteriore sicurezza i conti pubblici visto il deteriorarsi della congiuntura e alcune incertezze nelle coperture per il pareggio di bilancio nel 2013 lasciate dal governo Berlusconi.

E la crescita? Certo, il governo Monti a giorni approverà decreti per liberalizzare settori e mercati, compreso quello del lavoro. Però, dopo il decreto Salva-Italia e quelli prossimi venturi già definiti Cresci-Italia si sono consolidate nell’esecutivo tecnico alcune idee che iniziano a essere comunicate: la crescita non è riattivabile soltanto dall’Italia e la crisi dei debiti sovrani deve essere fronteggiata soprattutto a livello europeo. Anche perché, ad esempio, lo spread è quasi sempre al di sopra dei 500 punti base.

C’è però chi, come l’ex premier Giuliano Amato su Il Sole 24 Ore di ieri, ha sottolineato che un primo effetto benefico della recuperata affidabilità italiana, grazie al governo Monti, è visibile: i nostri tassi sul debito pubblico a breve termine si sono dimezzati. Poi lo stesso Amato si è domandato, retoricamente: “Potrebbe l’Italia crescere da sola in un’Europa stagnante?”.

I principali esponenti dell’attuale governo sono ancora più netti. “Bisogna migliorare quello che non ha funzionato nella governance dell’Europa”, ha detto ieri Monti, che nei prossimi giorni cercherà di attutire la regola capestro europea sul debito pubblico evitando manovre correttive da 45 miliardi di euro all’anno (“Non occorrono altre manovre”, ha rassicurato ieri sera il premier alla trasmissione tv “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio). Monti pensa a rafforzare e rendere operativo al più presto il fondo salva-stati e a istituire i project bond per realizzare reti e infrastrutture di livello europeo.

Il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, è stato più esplicito, spostando l’attenzione su Francoforte: “O l’Europa decide di darsi gli strumenti che qualsiasi moneta ha, vale a dire una Banca centrale in grado di garantire la liquidità e la stabilità, oppure non ci sarà crescita”. Quindi, secondo il ministro dello Sviluppo, la nostra scarsa crescita dipende soprattutto dall’Europa, che sta aggravando anche i rischi dei debiti sovrani, costringendo gli stati a politiche restrittive dal certo effetto.

Le parole e i pensieri di Monti e Passera corrispondono a quello che riteneva anche il premier Berlusconi e il governo di centrodestra. Evidentemente la risoluzione definitiva dei problemi italiani non poteva arrivare, e non potrà arrivare, soltanto da Palazzo Chigi, bensì soprattutto da Berlino e Francoforte. Il resto sono parole a vanvera.

 

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