TASSE/ Borghi: Iva e Irpef, vi spiego il “gioco di prestigio” del Governo

Ritoccare di un punto le aliquote Irpef e allo stesso tempo aumentare l’Iva non significa diminuire la pressione fiscale. CLAUDIO BORGHI AQUILINI commenta così gli interventi del governo

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«Ritoccare di un punto le aliquote Irpef e allo stesso tempo aumentare l’Iva non significa diminuire la pressione fiscale». Gli interventi del governo sul sistema fiscale italiano, annunciati dopo otto ore di Consiglio dei ministri, non convincono il professor Claudio Borghi Aquilini, editorialista de Il Giornale e docente di Economia degli Intermediari finanziari presso l’Università Cattolica di Milano, contattato da IlSussidiario.net. L’aliquota Irpef sul primo scaglione scenderà dal 23% al 22%, mentre sul secondo si passa dal 27% al 26%, ma è l’Iva ad aumentare di un punto percentuale (dal 10% all’11% e dal 21% al 22%). Questo, in sostanza, non significa diminuire le tasse. «Nei primi quattro mesi del 2012 – continua a spiegarci Borghi – il gettito da Iva per gli scambi interni è sceso di oltre il 2% rispetto allo stesso periodo del 2011, nonostante all’epoca l’aliquota più alta fosse ancora al 20%».

Quella soglia era dunque considerata già troppo elevata?  

Esatto, l’aliquota cominciava già a essere vista troppo alta, provocando dunque una serie di inevitabili conseguenze come una maggiore evasione fiscale e un ulteriore calo dei consumi. Ci troviamo in presenza di evidenti crisi strutturali che richiedono interventi assolutamente drastici: per questo motivo, l’intervento dell’1% sulle aliquote Irpef più basse, peraltro quelle maggiormente colpite dall’evasione, non può essere bilanciato da un incremento dell’Iva. Una misura del genere non modifica di una virgola l’impatto della pressione fiscale.

Come si spiega allora un simile intervento da parte del governo?

Credo che l’esecutivo stia solamente cercando di rafforzare la propria immagine. E’ alla ricerca di quei 12 miliardi di euro utili a centrare i propri obiettivi, senza tener conto poi di tutta una serie di ammanchi derivanti dalla recessione e da un’applicazione sballata delle tasse durante la prima manovra economica. Quindi, in sostanza, il gettito effettivo è stato molto inferiore rispetto al previsto.

Quindi si è optato per questi ritocchi di Irpef e Iva…

Sì, ma probabilmente solo per tentare di trasmettere una maggiore fiducia in vista di un’eventuale ricandidatura. Il governo, con questo nuovo “gioco di prestigio”, vuole far credere alla gente che le tasse sono diminuite, ma è evidente che non è così.

Quali saranno i maggiori effetti dell’aumento dell’Iva?

E’ indubbio che saranno negativi. L’applicazione di una qualsiasi nuova tassa inevitabilmente porta conseguenze che non possono essere considerate positive per i contribuenti. In condizioni normali, tassare un bene porta ovviamente a un suo minor consumo, visto che non esistono tasse incentivanti. Per questo credo che il governo abbia ragionato con una certa fretta e che l’impatto principale dell’aumento dell’Iva avverrà in particolar modo sulle famiglie.

Ci spieghi meglio.

L’aumento dell’Iva, specialmente quella sui consumi di base, va esattamente nella direzione opposta del principio del quoziente familiare. E’ ovvio che una famiglia numerosa consuma più di una singola persona, quindi è maggiormente penalizzata. A parità di reddito, a fronte di un mini sgravio dell’Irpef, più alto sarà il numero dei membri della famiglia più aumenteranno i consumi, dunque si verrà maggiormente colpiti dall’Iva.

A suo giudizio, come avrebbe dovuto agire il governo?

Credo che sarebbe stato sensato intervenire con un aumento dell’Iva, compensato però da una forte riduzione della tassazione sul lavoro. Anche se una misura del genere non sarebbe comunque stata sufficiente a compensare il nostro gap di competitività. 

Iva e lavoro: come mai?

In questo modo le produzioni italiane non ne avrebbero risentito, perché, a fronte di un incremento Iva, il lavoro per generarle sarebbe costato di meno, mentre i beni importati avrebbero subìto direttamente l’aumento dell’Iva senza poter essere compensati dal decremento della tassazione sul lavoro. Un’idea del genere, che si basa comunque su percentuali minime dell’1-2%, poteva essere però migliore di fronte alle necessità di un Paese che vanta una pressione fiscale di dieci punti più alta rispetto ai propri competitor. Immagino poi anche un altro possibile intervemto.

Quale?

Pur in presenza di evidenti e profondi squilibri strutturali, il governo avrebbe potuto farsi promotore di un accordo fiscale, sottoscritto da tutte le forze politiche, per far chiaramente sapere ai cittadini che nessun ritocco, incremento o tassazione sarebbe avvenuto per un certo periodo di tempo.

Con quale obiettivo?

Per creare un ambiente sicuro, in cui attualmente nessuno può pensare di investire o acquistare perché spaventato dalla possibile introduzione di nuovi balzelli o rincari che potrebbero generare nuove e insormontabili difficoltà. Se il governo vuole creare le condizioni per generare investimenti nel Paese e aumentare la fiducia, deve innanzitutto provvedere alla creazione di una concreta e solida stabilità.

 

(Claudio Perlini)   



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